lunedì 23 agosto 2010
Un soffio... di tempo
E in effetti e' stato un problema anche il trovare il tempo e la fermezza di mente per mettersi seduti a questo computer (e soprattutto avere un computer con la connessione internet!!!) e continuare la condivisione delle giornate africane su questo blog.
Ma questo non significa che qualcuno non possa farlo per me... Eh si', perche' anche se non ho condiviso per iscritto in questi due ultimi mesi, la condivisione si e' fatta decisamente... piu' viva... anzi DAL VIVO... con Francesco, Selene, Elena, Roberta e Giorgia e poi con Alby e Silvia...
E poi con una breve ma briosa e festaiola parentesi italiana per il matrimonio dei nostri Stefy e Mauro...
Le cose da raccontare sono troppe e io sono ancora troppo sballottata da questo andare e venire e poi stanca dal viaggio di oggi, tra buche, salti, polvere e poco... asfalto. E poi c'e' da programmare i prossimi giorni, con una visita alla provincia occidentale del Kenya, Kisii, e l'incontro con i laici missionari di Marsabit.
Allora lascio la parola a chi questa esperienza l'ha vissuta per la prima volta, come i nostri giovani di Alba e dintorni, perche'... tanti occhi vedono meglio di due. Coraggio, scriveteci qualcosa su cio' che ha attraversato la vostra vita e il vostro cuore in questo soggiorno kenyota: saremo felici di leggervi e di risposarci all'ombra delle vostre osservazioni e domande, con un sorriso...
venerdì 18 giugno 2010
Cuore di bambino
più belle (nel senso di interessanti e profonde, piene di Bellezza insomma!) persone che ho conosciuto fino ad ora nella mia vita. Ero con lui stamattina, mentre mi accompagnava a scuola, quando abbiamo incontrato il preside della SKM - scuola primaria di fronte a casa mia. “La volevo chiamare, sister, perché abbiamo dei problemi con Adano” (il ragazzo dal braccio rotto, che ora funziona abbastanza bene, anche se non riesce a distenderlo perfettamente!). Il mio ragazzino di terza ne ha combinate un po’ delle sue: disubbidisce al maestro e al preside, scappa dal cortile della scuola, non si presenta all’assemblea della scuola e ha speso i 20 scellini che gli avevo dato per “pagare” gli esami di metà trimestre per comprarsi una penna e due dolcetti… E non ascolta neppure il responsabile del collegio della scuola e picchia gli altri (e soprattutto – da quanto ho capito - si difende dai più grandi che fanno un po’ i bulli!). E in una scuola pubblica di mille bambini da prima elementare a terza media, capisco che il preside e i maestri non possono seguire i singoli casi. “Se continua così, lo devo mandare via dal collegio. Ha bisogno di qualcuno che lo segua da vicino, una famiglia, una persona… Lo potrebbe fare lei, sister, lo potrebbe prendere a casa con lei”. Sorrido. Mi scopro mamma in un attimo, senza nemmeno aspettare nove mesi. Guardo James: “E’ bello imparare ad essere madre prima di diventarlo per… natura”, mi dice. E io penso ai ritmi della mia vita, che poco hanno a che vedere con quelli di una vera mam
ma che si prende cura di qualcuno: a volte parto alle 6.30 di mattina e dopo mille giri ritorno a casa alle 7 di sera, magari accontentandomi di una tazza di latte per cena o di un frutto o di qualcosa di semplice. E poi ci sono volte che devo andare in altre parrocchie per 2-4 giorni… Pensa un po’ con un bambino da educare. Senza un’altra persona che mi possa dare una mano, con cui condividere le gioie e le fatiche del crescere… James legge nei miei occhi un “Più facile a dirsi che a farsi”, mi dice che c’e’ una soluzione a tutto e che sarò brava a trovarla anche per questo caso e lascia cadere l’argomento.Ritornata da scuola più presto del solito, decido di passare dall’ufficio del preside per parlare con lui e con Adano e vedere il da farsi. Tra l’altro io non sono neanche l’ufficiale incaricata: lo è il parroco di Maikona, villaggio originario di Adano dove vive ancora un fratello e la nonna e ne fa le veci GB, laica missionaria rumena.
Ora… cerco di districarmi tra quegli edifici un po’ cadenti e… quasi scaduti, che chiamano scuola. Trovo il preside. Fa chiamare Adano, ma lui non c’è. E’ scappato di nuovo. Mi preoccupo: chissà dove e’ andato! Speriamo che non si metta nei guai. Il suo cuore e’ buono, semplice, così puro e innocente che a volte mi sconvolge e mi fa paura per come potrebbe essere facilmente usato da persone brutte.
Faccio per ritornare a casa e lo incontro vicino al cancello con un muso che tocca terra. Avevo promesso a me stessa che uno scappellotto non gli sarebbe mancato. Inizio dura, non lo chiamo neanche per nome: “Vieni qui subito, ragazzo”. Si avvicina con la coda tra le gambe. Andiamo in casa, un po’ di succo e un biscotto per sciogliere la tensione. Ha paura di me, non mi guarda. E sa che ha sbagliato. Prova a raccontarmi che il preside l’ha schiaffeggiato sulla faccia e l’ha pure battuto ieri. Gli chiedo se gli piace stare qui a Marsabit. Si, mi risponde. Non vuole ritornare dalla nonna a Maikona (dove mangiava un giorno sì e due no!). Ma cos’e’ che vuoi, Adano? “Nataka kusoma”: voglio studiare, non voglio essere “chocora”, spazzatura, ragazzo di strada.
Cerco di spiegargli, sottovoce, che per stare in collegio e a scuola, per studiare, deve seguire delle regole. Non può andarsene fuori quando vuole e litigare con tutti. E poi… rubare, cioè usare i soldi dell’esame per comprare qualcos’altro… “Io vedo che sei un bambino buono. Lo vedo dai tuoi occhi”. Non mi guarda. Mi dice che vuole chiedere scusa al preside. Si rilassa un po’, rosicchia tutti i biscotti che gli ho messo davanti. “Ti manca la tua mamma?”, lui schiocca la lingua per dire sì. E’ morta di Aids alcuni anni fa. E’ cresciuto con la nonna praticamente. Suo fratellino e’ ospite delle suore di Madre Teresa: anche lui, come la mamma, malato di quella brutta malattia.
Ho il cuore a pezzi. Lo sento così fragile e io mi sento così impotente. Percepisco il suo desiderio infuocato di stare con la mamma, con una persona che lo ama, ma lei non c’e’ più. E lui non può farci niente, se non accettare. Ma questo non vuol dire che il desiderio si spenga. Continua a bruciare nel cuore. Conosco bene questo stato d’animo. E’ il mio quasi ogni giorno. I miei occhi sono pieni di lacrime.
Ci alziamo e andiamo dal preside, che premuroso e attento (strano ma vero!), fa parlare Adano e gli fa dire dove secondo lui ha sbagliato e perché. Gli chiede dov’e’ la sua mamma. “E’ morta”. “E il tuo papà dov’e’?”. “Non lo so”. Ora sono i suoi occhi a riempirsi di lacrime: sa di essere SOLO. “E chi e’ che ti ha portato qui a Marsabit?”. “Sister Gilberta”, sussurra. Lei e’ il suo idolo. Tutti i giorni mi chiede di lei. “E’ della tua tribù? E’ una tua parente?”, chiede l’headmaster che sa bene dove vuole andare a parare. Ovviamente no! Gilberta e’ rumena! “Ma perché allora ti aiuta?”. Spontaneo e innocente: “Sijui”, “Io non so!”… Guardo il preside e ci scappa un sorriso. Beata innocenza! “E’ perché ti vuole bene. Così anche sister Patrizia. Perché non vogliono che diventi spazzatura, vogliono il futuro più bello per te”. Tutti e tre decidiamo insieme che ora l’atteggiamento di Adano deve cambiare, se no va dritto a Maikona. Ripetiamo insieme le regole da rispettare. E intanto dal mio cuore cresce quel sentimento appiccicoso e doloroso di pietà, quello che nasce dopo che una persona ti ha fatto camminare per un po’ nelle sue scarpe, nella sua vita. E non posso che immaginare quali siano le ferite che questo piccolo cuore deve caricarsi. Impotenza e solitudine. Se avessi un marito… magari potremmo… Se fossi qui con qualcuno dei miei Amici, quelli con cui mi sento libera di condividere tutto… Se solo potessi…
Sento tutto il peso del mio essere qui come missionaria in mezzo alla gente. E di esserci con tutta me stessa. Percepisco quanto sia importante sapere per chi si e’ “angeli”, per potersi prendere le proprie responsabilità. Guardo la croce al collo del bimbo. Come si assomigliano il suo e il cuore di Gesù, quello che, pur con le mie scarse abilità artistiche, ho disegnato domenica scorsa su un cartellone per la festa della parrocchia di Moyale, dedicata al Sacro Cuore di Gesù! Spine, acque e sangue, profonde ferite.
Il cuore dell’uomo è davvero così simile al cuore di Dio?!
lunedì 24 maggio 2010
Ritorno...
Ho già provato diverse volte a mettermi seduta a questo computer per cercare di fare il punto della situazione degli ultimi due mesi... ma, pur consapevole della bellezza delle amicizie re-incontrate e fatte nuove e degli incontri con i gruppi e le parrocchie, quel tempo italiano mi sembra già così lontano… Ed è solo una settimana che sono arrivata in Kenya. Mi accorgo però come le mie relazioni qui hanno preso una piega e uno spessore notevole, che prima della mia partenza per le vacanze non notavo. E io sono carica di energie, di idee… sempre proposte con il grande rispetto per l’altro, ma sicura (ora) di essere dentro… di essere accettata come “quasi” una di loro, con le mie competenze e difficoltà, soprattutto nella scuola. Al Memorial, da questo trimestre, sono arrivate due nuove insegnanti, finalmente donne, così che Fridah ed io non siamo più da sole… E già si sente il clima più leggero: si sa che i nostri uomini sono spinti a darsi da fare e a lavorare meglio quando c’e’ competizione femminile… e così è… E ridiamo un sacco, si sente il gruppo, la famigliarità e poi la presenza dei bambini… A tavola si fanno discorsi seri, sul ruolo delle donne, sul perché sposarsi, sul come vivere la coppia (e quasi tutti sono sfiduciati in questo, sempre buttando la responsabilità al sesso opposto!), sulla fedeltà, sul cosa centra la fede con la nostra vita, sul cosa aspettarsi dopo la vita temporale… ma anche sull’impiccio (per gli insegnanti maschi) di dover lavarsi da soli i vestiti (solo uno infatti è sposato, gli altri abitano da soli) e sul fatto che chiamare una donna per fare questo lavoro costa troppo… ecc, ecc!
Al mio ritorno qui, è stato bello per me constatare che tanti amici lo hanno visto come una prova di fedeltà a questa terra e alla sua gente… E allora si aprono, parlano, chiacchierano, mi raccontano i loro problemi (quelli che si possono raccontare!), mi aggiornano su decisioni e cambiamenti… e a volte mi fanno partecipi pure dei loro “spetteguless”, attività qui (solo qui?!?) molto in uso e a volte veramente distruttiva!!!
Se è stato bello ritornare dopo “il bagno di folla” albese… vedo però anche le spine che mi rattristano, come la partenza di Sobale e di Watu, le due ragazzine figlie dei miei vicini di casa che studiavano nella nostra scuola e che frequentavano la mia casa e la mia vita… Trasferimento in un’altra scuola, con collegio, a 4 ore da qui, nel bel mezzo del deserto, perché la mamma non ce la fa a prendersi cura di loro. A casa sono rimasti solo i due bimbi più piccoli, Flora e Umulat, che ora sono qui da me quasi perennemente, dato che a casa senza le sorelline più grandi non c’e’ più un granché da fare! E a loro si unisce anche Betty… Nel poco tempo libero, loro sono con me… Cerco sempre di non far pesare alla mamma che loro vengono volentieri da me e io sto volentieri con loro, perché d’altronde non sono figli miei. Anche se ogni giorno mi scopro che sono sempre più mamma, anche se non ho ancora portato il peso di una creatura nel mio grembo.
Mi sento a mio agio. Non ho paura di parlare con la gente, di fare, di essere, di dare, di giocarmi… Non ho niente da perdere e quindi do tutto. O almeno cerco, o mi sento spinta a farlo…
E mi danno sempre più fastidio le persone indecise, che si perdono dietro mille seghe mentali per non arrivare mai a niente. Che han paura di prendere una decisione perché poi si chiudono tante porte… e quindi possibilità. E così vivono nel niente aspettando tutto e scegliendo di non scegliere. Come se avessero un tempo infinito davanti. Come se la nostra intelligenza e i nostri bei doni fossero lì per essere messi in un cassetto e non usati. E’ più forte di me, non le sopporto quasi più, queste persone. Forse è anche per questo che mi accorgo ho lasciato perdere alcune amicizie, anche ad Alba. Perdo proprio la pazienza! E da una parte questo mi porta ad ammirare il modo di fare dei ragazzi di qui che, dopo due volte che ti vedono (beh, non tutti, eh!!!) ti chiedono di sposarli perché, dicono: “I love you, my dear!”… Affrettati sì, ma sorridenti e senza paura di investire la loro vita. Questo non vuole dire che io dico di sì. Ma mi fan sorridere e mi fa bene al cuore sentire la vita che scorre e che cercano di non lasciarsi sfuggire. Con una libertà eccezionale. E pure incoscienza.
E così andiamo avanti, con l’Africa dentro. E fuori!
sabato 20 marzo 2010
giovedì 18 marzo 2010
Con un braccio al collo...
9 anni bagnati, su per giu'... e due occhi neri e allegri che si aprono su un viso sereno e di un nero veramente africano! Arrivato a Marsabit poco piu' di un mese fa da Maikona, dove viveva con la nonna... e dove... ne combinava di tutti i colori, anche a scuola! Senza genitori e con la nonna anziana, che la maggior parte del tempo era fuori con gli animali, capre e cammelli, Adano era piuttosto abbandonato a se stesso. Gilberta, una missionaria laica rumena che presta il suo servizio a Maikona, si e' accorta di lui e, parlando con i maestri e il parroco, ha deciso di portarlo a Marsabit in colleggio...
Fatto sta che una domenica me li vedo arrivare a casa mia: offro loro un chai e biscotti. Non riesco a scambiare una parola con Adano: e' andato a scuola gia' 4 anni, fino in quarta, ma parla pochissimo kiswahili...
Tra le tante cose da fare e organizzare, quel visetto mi passa di mente... ma ci ritorna quando Gilberta due settimane fa si ferma a casa mia per tre giorni per riposarsi un po' dal vento del deserto e... scopriamo che il temperamento del "nostro bimbo del deserto" non e' cambiato di molto. Marachelle a Maikona, marachelle a Marsabit. Salito un albero come fanno il 90 per cento dei bimbi africani... e' caduto e si e' rotto un braccio.
Il giovanotto che si occupa del collegio pensa bene di portare Adano dal... cuoco della scuola, che ha fama di essere un dotato specialista "tradizionale". Insomma, lo benda e gli vieta di bere acqua e di mangiaro cibo con olio. E il braccio gonfia incredibilmente in poche ore. Quando Gilberta va a trovarlo lo trova in condizioni pessime. Lo prende e lo porta all'ospedale di Marsabit (che pur non essendo troppo attrezzato, ha alcuni servizi decenti), non dopo essersi arrabbiata!
Il braccio e' troppo gonfio, non lo possono ingessare. "Prendi gli antibiotici per una settimana e poi ritorna!". Detto fatto. Gilberta ritorna a Maikona dopo alcuni giorni e lascia a me il compito di accompagnare Adano all'ospedale il lunedi' successivo.
Dopo una giornata piena a scuola con i bimbi di seconda, giornate di quelle che non si dimenticano, corro in parrocchia con la bicicletta (che intanto e' stata inaugurata oltre che comprata!!!) e mi faccio imprestare la macchina dal parroco. Vado al collegio e dopo non poche peripezie, tra mille e un studenti, riesco a rintracciare Adano. Con Guyo, il suo amico che fa prima media, anche lui di Maikona, ci avviamo all'ospedale. Le cose precipitano appena entrati nell'ambulatorio: il dottore prepara alcune siringhe e Adano inizia a strillare! E' cosi' nervoso e agitato che non riusciamo a trovargli una vena per l'antidolorifico. Guyo ed io facciamo del nostro meglio per tenerlo fermo e rassicurarlo (ora parla abbastanza bene il kiswahili!), ma invano. E poi la parte piu' brutta: il dottore cerca di mettergli a posto la frattura, con una delicatezza da macellaio, dopo aver imbrattato pavimento e lettino (e maglie) di sangue e disinfettante. Infine con piu' gesso addosso a noi che sul braccio di Adano usciamo dall'amb ulatorio, tutti stremati: Adano per il troppo piangere e urlare, io e Guyo per le forze impiegate per tenerlo fermo. Vedo a comprare un po' di latte per tutti e poi andiamo a fare i raggi al braccio per vedere se la frattura e' a posto. E... bella notizia: no, non ci siamo, dobbiamo ritogliere il gesso, l'osso non e' nel posto giusto! Bene, ricominciamo da capo! Il dottore con mani e piedi risistema la frattura e rimette il gesso. Adano continua ad urlare e piangere anche dopo che abbiamo finito. Dinuovo ai raggi. Ora e' tutto a posto. Lasciamo l'ospedale alle 7 di sera, dopo tre ore di... duro lavoro!
Adano e' stanchissimo, si addormenta in macchina. Passo da casa per prendere biscotti, latte e un bottiglietta di coca cola che, per pura fortuna, avevo comprato quello stesso pomeriggio!
Entriamo in quello che e' chiamato collegio gia' in ritardo per la cena... Cerco di chiedere al "famoso" cuoco se e' rimasto qualcosa da mangiare per i due ritardatari: lo trovo nella fumogena cucina, che di cucina non ha proprio niente se non... il fuoco acceso sotto la pentola. Sta misurando il mais con un pentolino, mi fa segno di andare via, che lui non parla kiswahili. Gli altri ragazzi che dormono li', una ventina, sono chiusi nella stanza adiacente: alcuni battono sulle finestre, altri sono in piedi sulle panche e sui tavoli... Insomma, un gran casino...
Lascio Adano, il suo braccio dolorante ma ingessato, la sua faccia stanca ma decisamente rilassata e i suoi capelli imbrattati di gesso con un peso nel cuore.
Ritorno il mattino dopo, alle 7: piove, fa freddino e gli alunni sono gia' in classe. Adano e' in maniche corte perche'... l'uniforme della scuola non entra! Corro anche io a scuola e poi nel pomeriggio torno con una mia maglia e altre cosette. Lo trovo di nuovo sereno come l'ho visto il primo giorno. Mi scruta con i suoi occhi neri. Forse e' arrabbiato con me, perche' mi sono fatta complice di quell'insana operazione del giorno prima, ma comunque non lo da' a vedere! Si infila la maglia e mentre vado via, mi saluta con la mano. Corre verso il campo da calcio, pronto per prendere la palla o per... salire su qualche altro albero!
lunedì 1 marzo 2010
Domande a bordo... piscina
E' stato intenso e di compagnia il tempo trascorso con il bel gruppo di Roreto in visita a don Rinino pochi giorni fa. In uno dei pochi momenti di relax (cio' non sulla macchina, su e giu' per le montagne e i deserti della nostra diocesi), sono venute fuori domande interessanti... che hanno rinfrescato la calda sorgente di acqua di Loiyangalani, dove finalmente dopo ore di sole cocente a Kargi, abbiamo potuto ristorare le nostre forze. "Perche' mi sento piu' a cas
E perche' io mi sento e mi sono sempre sentita piu' a casa a Marsabit, o in Kenya in generale, che non a casa? Eppure amo la mia casa, le mie radici piemontesi e anzi ho imparato ad apprezzarle ancora di piu' da quando sono qui. Ma pur essendo qui SOLA, e questo mi pesa tanto e mi e' sempre pesato un sacco e toglie il senso piu' bello a questa vita missionaria,mi sento profondamente LIBERA, qui. E probabilmente questo lo sentiro' anche quando tra poco meno di un mese atterrero' a Monforte, probabilmente perche' e' il cuore che cambia e che impara e sta imparando a sentirsi a casa ovunque.
Poi come condividevo con le amiche di Roreto, ci sono anche altre ragioni: qui noi "bianchi" siamo diversi e non appartenendo a questa terra, sentiamo pochissimo la pressione sociale (che invece per me in Italia era diventata quasi insopportabile!) e poi siamo considerati un po' speciali e quindi un po' al centro dell'attenzione (anche se questo non e' sempre piacevole, pero' in certi casi aiuta a sentirsi accolti!)... E poi, cos'altro... forse la sensazione di aver dato alla vita un indirizzo speciale, che era proprio
Ma penso che specialissima sia la presenza qui di "cose" (concedetemi di chiamarle cosi', perche' non ho altri termini piu' adatti in questo momento!) e relazioni che danno profondo senso alla vita: mi accorgo che, quando c'e' fede e fiducia in me, posso cogliere segni preziosi dalle cose normali della vita. E la sensazione di essere nel posto giusto... donando, perche' non ho altro da fare... e perche' non ho niente da perdere.
(PS: la donna nella foto e' Maria Kurreo Dokhe di Kargi, la mia "seconda" mamma, con la nostra nipotina, Asha, figlia di suo figlio Samuel)
lunedì 15 febbraio 2010
Come una nuvola di polvere...
E proprio in questi giorni di sofferenza scopro la grande Delicatezza di Dio, che a volte mi tira per i capelli (per fortuna che sono lunghi!!!) e altre volte agisce con puntualità nelle persone che mi sono vicine e che mi amano e che io amo. Scopro il suo perdono per me e per ogni persona, un perdono che è ancora prima del peccato, che dà la forza di andare avante nel Bene, che ti fa luccicare gli occhi dalla grandezza dell'Amore in cui mi sento avvolta, COME UNA NUVOLA DI POLVERE. E anche dalla polvere possono nascere i fiori. Ne sarò testimone ancora una volta.
Grazie a tutti gli amici che stanno pregando per me e per noi, alle persone che mi sono vicine e che lo saranno, senza pregiudizi e senza attese. Solo per amore, così, semplicemente... :-)


