mercoledì 1 settembre 2010

All'alba di un nuovo giorno


Ecco che riesco a ritagliarmi di nuovo un poco di tempo con una connessione internet decente e allora proseguo il racconto...

Gli altri due giorni trascorrono in modo meraviglioso. Con il simpatico Matongo, cognato di Richard e professore alle superiori, scopro da dove arrivano le sculture di pietra saponaria , parecchio famose anche in Italia. E mi stupisco per il duro lavoro che ci sta dietro, dall’arte di questi semplici scultori che da un pezzo di pietra informe ti sanno tirare fuori un uomo pensatore, un abbraccio tra mamma e bimbo, un animale, un piatto decorato, un portacandela… E purtroppo capisco che dietro a tutto questo bel mercato, c’e’ chi ci mangia a sbaffo, pagando una miseria questi primi lavoratori della catena produttiva (se paragoniamo al prezzo che noi paghiamo in Italia per una di questa sculture!).

Vivo con la famiglia di Matongo e Mary, sorella di Richard, e le loro due belle bambine, che subito si affezionano, il “katiba day”, festa nazionale in cui viene promulgata la nuova costituzione passata con referendum popolare il 4 agosto.
“Leo amezaliwa Kenya mpya!”: “Oggi nasce un nuovo Kenya”, un giorno storico per questa nazione, un’alba nuova perché, dopo 47 anni dalla liberazione dagli inglesi e la costituzione come Repubblica, oggi la legge base del Kenya è stata fatta ed approvata dai Kenyoti. Con tanti cambiamenti, soprattutto sui diritti umani e sull’organizzazione statale, ma di certo è una strada migliore rispetto a quella percorsa finora. E mi ha fatto effetto vedere tutti i parlamentari e i membri del Governo, presidente Kibaki compreso, sfilare davanti al giudice per il giuramento.

Dopo un sabato notte di temporali e pioggia a catinelle (e mie preghiere perché la pioggia smettesse almeno per due ore, tempo di raggiungere la città senza infangarci fino al ginocchio!), partiamo alle 6.30 da casa rifacendo all’inverso il percorso dell’arrivo. Arriviamo a Kisii dopo un’ora e mezza ed andiamo a messa in una delle parrocchie della città, in una chiesa che assomiglia più ad un salone che ad un luogo di preghiera e poco concilia il raccoglimento. Incontro, per Provvidenza (che qui lavora incessantemente!), una delle suore francescane che lavora in una delle parrocchie della nostra diocesi, Sololo, e così scopro che anche lei è una kisii ed è lì per alcuni giorni di vacanza. Mi rendo conto come, anche per lei, deve essere difficile vivere nel deserto, senza verde e con pochi alberi…
Saluto e ringrazio di cuore Richard e salgo sul primo matatu per Nakuru, dove dovrò cercarne un altro per Nanyuki, dove finalmente mi fermerò nella nostra casa diocesana per dormire e confermare il passaggio per Marsabit. Sono un po’ preoccupata perche’ parto tardi e arriverò di notte, il che non è molto buono per una bianca che viaggia da sola! Ma tutto fila liscio e dopo una veloce cena e una bella doccia, finalmente vado a riposare.
Le avventure vacanziere non sono ancora finite, scoprirò il giorno dopo. Entrambi i possibili passaggi su macchina che avevo per Marsabit saltano. Decido di partire per Isiolo con il fedele matatu e la Provvidenza non mi da’ tempo di pensare che si è dimenticata di me. Infatti incontro alla fermata due suore indiane della congregazione delle Nirmala sisters che conosco bene. Loro sono diretta a Wamba ma, intanto, facciamo un pezzo di strada insieme. Arrivate ad Isiolo, mi accompagnano fino al posto dove partono i bus per Marsabit e poi procedono per la loro destinazione.
Un vento folle carico di polvere e di sole mi ricorda che il verde di Kisii è lontano e che ormai sono entrata nella mia usuale parte di Kenya! C’e’ da aspettare, vado alla locanda che so essere gestita da Borana di Marsabit e subito incontro uno dei maestri della nostra scuola, con cui spenderò la maggior parte della giornata. Tento di andare all’Internet cafe, ma salta al luce e rinuncio. Ritorno al bar e riprendo il mio libro, incurante delle decine di occhi che mi scrutano e trovano decisamente buffa una “mzungu” che saluta in Borana e parla il kiswahili e legge in inglese e parla al telefono in italiano!
Dopo poco, una fragorosa risata e una mano sulla spalla mi fanno alzare gli occhi dalla mia pagina già iniziata una decina di volte: è Silvia Shanu, una signora di Marsabit, sorella del mio vicino di casa Hillary e membro del mio stesso gruppo del Vangelo in parrocchia… Non potevo essere più fortunata: mangiamo merenda insieme e chiacchieriamo fino all’ora della partenza…
E’ la prima volta che viaggio da Isiolo a Marsabit in pullman e quello che vedo salita sopra non mi incoraggia molto: imbarchiamo certo più bagagli, scatole, pacchi, sacchi che persone. Il tutto sopra il tetto del pullman e nel corridoio centrale. Mi siedo e non riesco più a muovermi, ma ringrazio i miei due vicini di posto che sono uomini semplici e non hanno portato roba con loro: almeno abbiamo il posto per mettere le gambe! I bimbi non hanno un posto assegnato e vengono tenuti in braccio se sono piccoli e sistemati alla bell’e meglio tra due sedili o sopra qualche sacco di mais nel corridoio. Partiamo con un’ora di ritardo, perche’ l’autista si accorge che non c’e’ olio nel motore. E poi acqua nel radiatore. E poi benzina nel serbatoio. Mi sembra che la gente, abituata a viaggiare sui camion, seduti sulle barre di ferro del tendone, non facciamo molta differenza con il pullman: lo stile di viaggio è simile, lo spirito idem… Dopo le prime fermate, ancora sulla nuova strada asfaltata, il pullman si svuota un poco e diventa più vivibile e… dormibile. Procediamo bene e dall’autista riesco anche a farmi lasciare proprio di fronte a casa, cosa non malvagia dato che sono le 3.30 di notte!
E così, rieccomi qui, nella mia polverosa casetta, ora vuota dopo le tante settimane di ospiti, di luglio e agosto. L’indomani mi aspetta un incontro in parrocchia in tarda mattinata (su una questione di giustizia!) e nel pomeriggio incontro con i maestri del Memorial, in preparazione al primo giorno di scuola, mercoledì 1 settembre. E una montagna di vestiti da lavare, rigorosamente a mano!
E allora bentornata alla vita quotidiana!

venerdì 27 agosto 2010

Vacanze in Nyanza province


Con sole quattro ore di matatu da Nairobi sono entrata in un mondo che sapevo che esisteva, ma che non pensavo mi toccasse così in profondità’ fin dal primo momento: il paradiso verde di Nyanza province, nella parte ovest del Kenya, vicino al Lago Vittoria. Paradiso che niente ha a che fare con la confusione e l’affollamento di gente, suoni, rumori che mi hanno accolto in Kisii town ieri, appena arrivata alla stazione dei matatu (pulmini).

Aspetto Richard, lo studente che ho conosciuto a giugno a Marsabit durante l’esperienza missionaria della Kenyatta University di Nairobi, che ogni anno invia qualche giovane volenteroso a condividere la propria fede con i nostri giovani. Anche se conosco meglio suo fratello Moses che non Richard: laico missionario che ha lavorato a Marsabit nel 2000-2004, nella scuola Memorial in cui presto servizio io ora. Ora Moses è preside di una scuola primaria a Hola, vicino a Garissa, sempre come laico missionario e quindi non ci incontreremo!

Appena scesa dal matatu, come benvenuto, ricevo una proposta di matrimonio da un mezzo ubriaco che, in mezzo a quella folla, dice che stava cercando proprio me (manco fosse difficile trovarmi là in mezzo: spiccavo come una macchia di caffè su una camicia bianca!). E questa attenzione della gente non si attenuerà nei giorni seguenti e mi farà sentire sempre “ospite”, anche se parlo kiswahili e ci capiamo…

Per fortuna Richard arriva subito e con il suo amico Adalbert andiamo a prenderci una coca. Appena capisco che per arrivare a casa di Richard dobbiamo prendere un altro matatu, mi accorgo di non sapere niente su ciò che mi aspetta nei prossimi giorni: pensavo infatti che abitasse “vicino” alla città, ossia “non lontano”, come mi aveva scritto nella mail prima di partire. E mentre un sorriso mi spunta sulle labbra, ho la consapevolezza che il suo “non lontano” da buon africano poco ci azzecca con il mio “vicino” europeo. E mi preparo ad affrontare un altro viaggio, completamente affidata a chi mi conduce.

Viaggio simpatico su un pulmino da dodici che ospita più di venti persone esclusi bambini e bagaglio (perche è giorno di mercato!) e… per fortuna, noi siamo seduti di fianco all’autista con il nostro spazio assicurato. Una ventina di minuti sull’asfalto. Poi cambiamo mezzo. Saliamo su una Peugeot familiare e in pochi minuti sul sedile di dietro siamo in cinque, e davanti l’autista ne fa accomodare due sul sedile passeggero e un altro praticamente sotto di lui. Non soddisfatto tre signore salgono ginnicamente nel cofano. Un altro quarto d’ora, questa volta su sterrato. Sono già imbambolata a guardare fuori, a immergermi nei bananeti, nel verde brillante del the’ e della canna da zucchero e dei cortili delle case ben curati, quando giungiamo in un villaggetto. E si sono fatte le quattro di pomeriggio: inizio a sentire fame perché con la frugale colazione del mattino a Nairobi alle 6.30, il mio stomaco è vuoto. Non sa che dovrà ancora aspettare 4-5 ore prima di poter festeggiare con un po’ di polenta e sukumawiki e brodo di pollo.

Scendiamo ed andiamo a salutare il papà di Richard che gestisce alcune camere in affitto e per questo non vive con la famiglia a casa. Mi da’ il benvenuto e aggiunge che guardandomi bene, non sono poi così diversa da lui: due occhi, un cuore, una bocca. Solo il colore della pelle è diverso, ben poca cosa rispetto a quello che ci unisce. Mi colpisce immensamente la sua voce calma, il suo buon kiswahili (è un maestro in pensione), la sua pace interiore, la sua estrema semplicità e il suo darsi da fare i suoi 11 figli, la maggior parte dei quali ancora a scuola (e gli altri tutti “studiati” fino all’università’!!!). Mi dice che la casa è un po’ lontanina, otto km a piedi. Oh, che gioia!!!

Ma intanto ecco che arriva Kim, un amico, prende il mio zaino con tutta la mia roba e mi dice di non preoccuparmi. E chi si preoccupa più ormai!

Lasciando da parte fame e stanchezza, l’africana che è in me prende il sopravvento: saluto sorridente chi incontriamo con le spalle leggere e gli occhi inebriati da queste dolci colline cosparse di case, capanne con il tetto di paglia e campi ben curati. E così i Km per casa si rivelano non troppo lunghi, di certo non otto!

E quello che mi attende è un ambiente semplicissimo, ma tipo svizzero: mucche da latte nel recinto di legno e tre casette curate con un bel giardino di fiori, alberi da frutto e prato quasi all’inglese e… niente immondizia in giro! La casa non ha acqua corrente, il bagno e neanche la luce elettrica. I fratelli più piccoli di Richard studiano a lume di una lampada a pannelli solari. Le stanze sono divise da un semplice muro che non arriva fino al soffitto (che non c’e’!)… ma l’atmosfera e la famiglia sono così accoglienti (e non invadenti!) che mi diverto a lavarmi nella bacinella, a usare la latrina tra gli alberi e a dormire accompagnata dai suoni della natura e del vagito del bebè Junior, figlio di Stella, sorella di Richard.

lunedì 23 agosto 2010

Un soffio... di tempo

Quanti volti, sorrisi, storie, problemi da risolvere, viaggi, persone... si sono accavallati e susseguiti in questi ultimi mesi, quasi come se la mia vita avesse ripreso i ritmi veloci degli occidentali!
E in effetti e' stato un problema anche il trovare il tempo e la fermezza di mente per mettersi seduti a questo computer (e soprattutto avere un computer con la connessione internet!!!) e continuare la condivisione delle giornate africane su questo blog.
Ma questo non significa che qualcuno non possa farlo per me... Eh si', perche' anche se non ho condiviso per iscritto in questi due ultimi mesi, la condivisione si e' fatta decisamente... piu' viva... anzi DAL VIVO... con Francesco, Selene, Elena, Roberta e Giorgia e poi con Alby e Silvia...
E poi con una breve ma briosa e festaiola parentesi italiana per il matrimonio dei nostri Stefy e Mauro...
Le cose da raccontare sono troppe e io sono ancora troppo sballottata da questo andare e venire e poi stanca dal viaggio di oggi, tra buche, salti, polvere e poco... asfalto. E poi c'e' da programmare i prossimi giorni, con una visita alla provincia occidentale del Kenya, Kisii, e l'incontro con i laici missionari di Marsabit.
Allora lascio la parola a chi questa esperienza l'ha vissuta per la prima volta, come i nostri giovani di Alba e dintorni, perche'... tanti occhi vedono meglio di due. Coraggio, scriveteci qualcosa su cio' che ha attraversato la vostra vita e il vostro cuore in questo soggiorno kenyota: saremo felici di leggervi e di risposarci all'ombra delle vostre osservazioni e domande, con un sorriso...

venerdì 18 giugno 2010

Cuore di bambino

Quanti chilometri macinati con piedi e ruote di bici in queste ultime settimane... Come lo scorso anno, ospitiamo un gruppo di giovani universitari della Kenyatta University di Nairobi che, sponsorizzati dalla loro parrocchia universitaria, stanno facendo un’esperienza missionaria in questa parte del Kenya che pochi di loro conoscono. Leader del gruppo il nostro James, con cui dallo scorso anno stiamo coltivando un bel fiore. E lo posso senza dubbio annoverare tra le più belle (nel senso di interessanti e profonde, piene di Bellezza insomma!) persone che ho conosciuto fino ad ora nella mia vita. Ero con lui stamattina, mentre mi accompagnava a scuola, quando abbiamo incontrato il preside della SKM - scuola primaria di fronte a casa mia. “La volevo chiamare, sister, perché abbiamo dei problemi con Adano” (il ragazzo dal braccio rotto, che ora funziona abbastanza bene, anche se non riesce a distenderlo perfettamente!). Il mio ragazzino di terza ne ha combinate un po’ delle sue: disubbidisce al maestro e al preside, scappa dal cortile della scuola, non si presenta all’assemblea della scuola e ha speso i 20 scellini che gli avevo dato per “pagare” gli esami di metà trimestre per comprarsi una penna e due dolcetti… E non ascolta neppure il responsabile del collegio della scuola e picchia gli altri (e soprattutto – da quanto ho capito - si difende dai più grandi che fanno un po’ i bulli!). E in una scuola pubblica di mille bambini da prima elementare a terza media, capisco che il preside e i maestri non possono seguire i singoli casi. “Se continua così, lo devo mandare via dal collegio. Ha bisogno di qualcuno che lo segua da vicino, una famiglia, una persona… Lo potrebbe fare lei, sister, lo potrebbe prendere a casa con lei”. Sorrido. Mi scopro mamma in un attimo, senza nemmeno aspettare nove mesi. Guardo James: “E’ bello imparare ad essere madre prima di diventarlo per… natura”, mi dice. E io penso ai ritmi della mia vita, che poco hanno a che vedere con quelli di una vera mamma che si prende cura di qualcuno: a volte parto alle 6.30 di mattina e dopo mille giri ritorno a casa alle 7 di sera, magari accontentandomi di una tazza di latte per cena o di un frutto o di qualcosa di semplice. E poi ci sono volte che devo andare in altre parrocchie per 2-4 giorni… Pensa un po’ con un bambino da educare. Senza un’altra persona che mi possa dare una mano, con cui condividere le gioie e le fatiche del crescere… James legge nei miei occhi un “Più facile a dirsi che a farsi”, mi dice che c’e’ una soluzione a tutto e che sarò brava a trovarla anche per questo caso e lascia cadere l’argomento.
Ritornata da scuola più presto del solito, decido di passare dall’ufficio del preside per parlare con lui e con Adano e vedere il da farsi. Tra l’altro io non sono neanche l’ufficiale incaricata: lo è il parroco di Maikona, villaggio originario di Adano dove vive ancora un fratello e la nonna e ne fa le veci GB, laica missionaria rumena.
Ora… cerco di districarmi tra quegli edifici un po’ cadenti e… quasi scaduti, che chiamano scuola. Trovo il preside. Fa chiamare Adano, ma lui non c’è. E’ scappato di nuovo. Mi preoccupo: chissà dove e’ andato! Speriamo che non si metta nei guai. Il suo cuore e’ buono, semplice, così puro e innocente che a volte mi sconvolge e mi fa paura per come potrebbe essere facilmente usato da persone brutte.
Faccio per ritornare a casa e lo incontro vicino al cancello con un muso che tocca terra. Avevo promesso a me stessa che uno scappellotto non gli sarebbe mancato. Inizio dura, non lo chiamo neanche per nome: “Vieni qui subito, ragazzo”. Si avvicina con la coda tra le gambe. Andiamo in casa, un po’ di succo e un biscotto per sciogliere la tensione. Ha paura di me, non mi guarda. E sa che ha sbagliato. Prova a raccontarmi che il preside l’ha schiaffeggiato sulla faccia e l’ha pure battuto ieri. Gli chiedo se gli piace stare qui a Marsabit. Si, mi risponde. Non vuole ritornare dalla nonna a Maikona (dove mangiava un giorno sì e due no!). Ma cos’e’ che vuoi, Adano? “Nataka kusoma”: voglio studiare, non voglio essere “chocora”, spazzatura, ragazzo di strada.
Cerco di spiegargli, sottovoce, che per stare in collegio e a scuola, per studiare, deve seguire delle regole. Non può andarsene fuori quando vuole e litigare con tutti. E poi… rubare, cioè usare i soldi dell’esame per comprare qualcos’altro… “Io vedo che sei un bambino buono. Lo vedo dai tuoi occhi”. Non mi guarda. Mi dice che vuole chiedere scusa al preside. Si rilassa un po’, rosicchia tutti i biscotti che gli ho messo davanti. “Ti manca la tua mamma?”, lui schiocca la lingua per dire sì. E’ morta di Aids alcuni anni fa. E’ cresciuto con la nonna praticamente. Suo fratellino e’ ospite delle suore di Madre Teresa: anche lui, come la mamma, malato di quella brutta malattia.
Ho il cuore a pezzi. Lo sento così fragile e io mi sento così impotente. Percepisco il suo desiderio infuocato di stare con la mamma, con una persona che lo ama, ma lei non c’e’ più. E lui non può farci niente, se non accettare. Ma questo non vuol dire che il desiderio si spenga. Continua a bruciare nel cuore. Conosco bene questo stato d’animo. E’ il mio quasi ogni giorno. I miei occhi sono pieni di lacrime.
Ci alziamo e andiamo dal preside, che premuroso e attento (strano ma vero!), fa parlare Adano e gli fa dire dove secondo lui ha sbagliato e perché. Gli chiede dov’e’ la sua mamma. “E’ morta”. “E il tuo papà dov’e’?”. “Non lo so”. Ora sono i suoi occhi a riempirsi di lacrime: sa di essere SOLO. “E chi e’ che ti ha portato qui a Marsabit?”. “Sister Gilberta”, sussurra. Lei e’ il suo idolo. Tutti i giorni mi chiede di lei. “E’ della tua tribù? E’ una tua parente?”, chiede l’headmaster che sa bene dove vuole andare a parare. Ovviamente no! Gilberta e’ rumena! “Ma perché allora ti aiuta?”. Spontaneo e innocente: “Sijui”, “Io non so!”… Guardo il preside e ci scappa un sorriso. Beata innocenza! “E’ perché ti vuole bene. Così anche sister Patrizia. Perché non vogliono che diventi spazzatura, vogliono il futuro più bello per te”. Tutti e tre decidiamo insieme che ora l’atteggiamento di Adano deve cambiare, se no va dritto a Maikona. Ripetiamo insieme le regole da rispettare. E intanto dal mio cuore cresce quel sentimento appiccicoso e doloroso di pietà, quello che nasce dopo che una persona ti ha fatto camminare per un po’ nelle sue scarpe, nella sua vita. E non posso che immaginare quali siano le ferite che questo piccolo cuore deve caricarsi. Impotenza e solitudine. Se avessi un marito… magari potremmo… Se fossi qui con qualcuno dei miei Amici, quelli con cui mi sento libera di condividere tutto… Se solo potessi…
Sento tutto il peso del mio essere qui come missionaria in mezzo alla gente. E di esserci con tutta me stessa. Percepisco quanto sia importante sapere per chi si e’ “angeli”, per potersi prendere le proprie responsabilità. Guardo la croce al collo del bimbo. Come si assomigliano il suo e il cuore di Gesù, quello che, pur con le mie scarse abilità artistiche, ho disegnato domenica scorsa su un cartellone per la festa della parrocchia di Moyale, dedicata al Sacro Cuore di Gesù! Spine, acque e sangue, profonde ferite.
Il cuore dell’uomo è davvero così simile al cuore di Dio?!

lunedì 24 maggio 2010

Ritorno...

Ho già provato diverse volte a mettermi seduta a questo computer per cercare di fare il punto della situazione degli ultimi due mesi... ma, pur consapevole della bellezza delle amicizie re-incontrate e fatte nuove e degli incontri con i gruppi e le parrocchie, quel tempo italiano mi sembra già così lontano… Ed è solo una settimana che sono arrivata in Kenya. Mi accorgo però come le mie relazioni qui hanno preso una piega e uno spessore notevole, che prima della mia partenza per le vacanze non notavo. E io sono carica di energie, di idee… sempre proposte con il grande rispetto per l’altro, ma sicura (ora) di essere dentro… di essere accettata come “quasi” una di loro, con le mie competenze e difficoltà, soprattutto nella scuola. Al Memorial, da questo trimestre, sono arrivate due nuove insegnanti, finalmente donne, così che Fridah ed io non siamo più da sole… E già si sente il clima più leggero: si sa che i nostri uomini sono spinti a darsi da fare e a lavorare meglio quando c’e’ competizione femminile… e così è… E ridiamo un sacco, si sente il gruppo, la famigliarità e poi la presenza dei bambini… A tavola si fanno discorsi seri, sul ruolo delle donne, sul perché sposarsi, sul come vivere la coppia (e quasi tutti sono sfiduciati in questo, sempre buttando la responsabilità al sesso opposto!), sulla fedeltà, sul cosa centra la fede con la nostra vita, sul cosa aspettarsi dopo la vita temporale… ma anche sull’impiccio (per gli insegnanti maschi) di dover lavarsi da soli i vestiti (solo uno infatti è sposato, gli altri abitano da soli) e sul fatto che chiamare una donna per fare questo lavoro costa troppo… ecc, ecc!

Al mio ritorno qui, è stato bello per me constatare che tanti amici lo hanno visto come una prova di fedeltà a questa terra e alla sua gente… E allora si aprono, parlano, chiacchierano, mi raccontano i loro problemi (quelli che si possono raccontare!), mi aggiornano su decisioni e cambiamenti… e a volte mi fanno partecipi pure dei loro “spetteguless”, attività qui (solo qui?!?) molto in uso e a volte veramente distruttiva!!!

Se è stato bello ritornare dopo “il bagno di folla” albese… vedo però anche le spine che mi rattristano, come la partenza di Sobale e di Watu, le due ragazzine figlie dei miei vicini di casa che studiavano nella nostra scuola e che frequentavano la mia casa e la mia vita… Trasferimento in un’altra scuola, con collegio, a 4 ore da qui, nel bel mezzo del deserto, perché la mamma non ce la fa a prendersi cura di loro. A casa sono rimasti solo i due bimbi più piccoli, Flora e Umulat, che ora sono qui da me quasi perennemente, dato che a casa senza le sorelline più grandi non c’e’ più un granché da fare! E a loro si unisce anche Betty… Nel poco tempo libero, loro sono con me… Cerco sempre di non far pesare alla mamma che loro vengono volentieri da me e io sto volentieri con loro, perché d’altronde non sono figli miei. Anche se ogni giorno mi scopro che sono sempre più mamma, anche se non ho ancora portato il peso di una creatura nel mio grembo.

Mi sento a mio agio. Non ho paura di parlare con la gente, di fare, di essere, di dare, di giocarmi… Non ho niente da perdere e quindi do tutto. O almeno cerco, o mi sento spinta a farlo…

E mi danno sempre più fastidio le persone indecise, che si perdono dietro mille seghe mentali per non arrivare mai a niente. Che han paura di prendere una decisione perché poi si chiudono tante porte… e quindi possibilità. E così vivono nel niente aspettando tutto e scegliendo di non scegliere. Come se avessero un tempo infinito davanti. Come se la nostra intelligenza e i nostri bei doni fossero lì per essere messi in un cassetto e non usati. E’ più forte di me, non le sopporto quasi più, queste persone. Forse è anche per questo che mi accorgo ho lasciato perdere alcune amicizie, anche ad Alba. Perdo proprio la pazienza! E da una parte questo mi porta ad ammirare il modo di fare dei ragazzi di qui che, dopo due volte che ti vedono (beh, non tutti, eh!!!) ti chiedono di sposarli perché, dicono: “I love you, my dear!”… Affrettati sì, ma sorridenti e senza paura di investire la loro vita. Questo non vuole dire che io dico di sì. Ma mi fan sorridere e mi fa bene al cuore sentire la vita che scorre e che cercano di non lasciarsi sfuggire. Con una libertà eccezionale. E pure incoscienza.

E così andiamo avanti, con l’Africa dentro. E fuori!

sabato 20 marzo 2010

Quando il deserto fiorisce...




Kallacha e North Horr - marzo 2010

giovedì 18 marzo 2010

Con un braccio al collo...

E' la storia di Adano che mi giro per il cuore in questi giorni.
9 anni bagnati, su per giu'... e due occhi neri e allegri che si aprono su un viso sereno e di un nero veramente africano! Arrivato a Marsabit poco piu' di un mese fa da Maikona, dove viveva con la nonna... e dove... ne combinava di tutti i colori, anche a scuola! Senza genitori e con la nonna anziana, che la maggior parte del tempo era fuori con gli animali, capre e cammelli, Adano era piuttosto abbandonato a se stesso. Gilberta, una missionaria laica rumena che presta il suo servizio a Maikona, si e' accorta di lui e, parlando con i maestri e il parroco, ha deciso di portarlo a Marsabit in colleggio...
Fatto sta che una domenica me li vedo arrivare a casa mia: offro loro un chai e biscotti. Non riesco a scambiare una parola con Adano: e' andato a scuola gia' 4 anni, fino in quarta, ma parla pochissimo kiswahili...
Tra le tante cose da fare e organizzare, quel visetto mi passa di mente... ma ci ritorna quando Gilberta due settimane fa si ferma a casa mia per tre giorni per riposarsi un po' dal vento del deserto e... scopriamo che il temperamento del "nostro bimbo del deserto" non e' cambiato di molto. Marachelle a Maikona, marachelle a Marsabit. Salito un albero come fanno il 90 per cento dei bimbi africani... e' caduto e si e' rotto un braccio.
Il giovanotto che si occupa del collegio pensa bene di portare Adano dal... cuoco della scuola, che ha fama di essere un dotato specialista "tradizionale". Insomma, lo benda e gli vieta di bere acqua e di mangiaro cibo con olio. E il braccio gonfia incredibilmente in poche ore. Quando Gilberta va a trovarlo lo trova in condizioni pessime. Lo prende e lo porta all'ospedale di Marsabit (che pur non essendo troppo attrezzato, ha alcuni servizi decenti), non dopo essersi arrabbiata!
Il braccio e' troppo gonfio, non lo possono ingessare. "Prendi gli antibiotici per una settimana e poi ritorna!". Detto fatto. Gilberta ritorna a Maikona dopo alcuni giorni e lascia a me il compito di accompagnare Adano all'ospedale il lunedi' successivo.
Dopo una giornata piena a scuola con i bimbi di seconda, giornate di quelle che non si dimenticano, corro in parrocchia con la bicicletta (che intanto e' stata inaugurata oltre che comprata!!!) e mi faccio imprestare la macchina dal parroco. Vado al collegio e dopo non poche peripezie, tra mille e un studenti, riesco a rintracciare Adano. Con Guyo, il suo amico che fa prima media, anche lui di Maikona, ci avviamo all'ospedale. Le cose precipitano appena entrati nell'ambulatorio: il dottore prepara alcune siringhe e Adano inizia a strillare! E' cosi' nervoso e agitato che non riusciamo a trovargli una vena per l'antidolorifico. Guyo ed io facciamo del nostro meglio per tenerlo fermo e rassicurarlo (ora parla abbastanza bene il kiswahili!), ma invano. E poi la parte piu' brutta: il dottore cerca di mettergli a posto la frattura, con una delicatezza da macellaio, dopo aver imbrattato pavimento e lettino (e maglie) di sangue e disinfettante. Infine con piu' gesso addosso a noi che sul braccio di Adano usciamo dall'amb ulatorio, tutti stremati: Adano per il troppo piangere e urlare, io e Guyo per le forze impiegate per tenerlo fermo. Vedo a comprare un po' di latte per tutti e poi andiamo a fare i raggi al braccio per vedere se la frattura e' a posto. E... bella notizia: no, non ci siamo, dobbiamo ritogliere il gesso, l'osso non e' nel posto giusto! Bene, ricominciamo da capo! Il dottore con mani e piedi risistema la frattura e rimette il gesso. Adano continua ad urlare e piangere anche dopo che abbiamo finito. Dinuovo ai raggi. Ora e' tutto a posto. Lasciamo l'ospedale alle 7 di sera, dopo tre ore di... duro lavoro!
Adano e' stanchissimo, si addormenta in macchina. Passo da casa per prendere biscotti, latte e un bottiglietta di coca cola che, per pura fortuna, avevo comprato quello stesso pomeriggio!
Entriamo in quello che e' chiamato collegio gia' in ritardo per la cena... Cerco di chiedere al "famoso" cuoco se e' rimasto qualcosa da mangiare per i due ritardatari: lo trovo nella fumogena cucina, che di cucina non ha proprio niente se non... il fuoco acceso sotto la pentola. Sta misurando il mais con un pentolino, mi fa segno di andare via, che lui non parla kiswahili. Gli altri ragazzi che dormono li', una ventina, sono chiusi nella stanza adiacente: alcuni battono sulle finestre, altri sono in piedi sulle panche e sui tavoli... Insomma, un gran casino...
Lascio Adano, il suo braccio dolorante ma ingessato, la sua faccia stanca ma decisamente rilassata e i suoi capelli imbrattati di gesso con un peso nel cuore.
Ritorno il mattino dopo, alle 7: piove, fa freddino e gli alunni sono gia' in classe. Adano e' in maniche corte perche'... l'uniforme della scuola non entra! Corro anche io a scuola e poi nel pomeriggio torno con una mia maglia e altre cosette. Lo trovo di nuovo sereno come l'ho visto il primo giorno. Mi scruta con i suoi occhi neri. Forse e' arrabbiato con me, perche' mi sono fatta complice di quell'insana operazione del giorno prima, ma comunque non lo da' a vedere! Si infila la maglia e mentre vado via, mi saluta con la mano. Corre verso il campo da calcio, pronto per prendere la palla o per... salire su qualche altro albero!