domenica 15 luglio 2012

Take care!


Trovare il tempo e la fermezza di mettere per scritto i "temi" che ho in testa sta diventando sempre piu' complicato negli ultimi mesi... Non solo per la "nuova famiglia" da accudire, ma anche per le tante e diverse situazioni che giornalmente mi e ci mettono in discussione e che alcune volte scombussolano i nostri piani.
Solo ieri, per esempio, quando avremmo dovuto essere nel bel mezzo dei nostri preparativi per il "rimatrimonio" italiano (essendo sabato, era l'unico giorno libero che ci rimaneva prima della partenza), la signora che avevo chiamato questa settimana per aiutarci a lavare i vestiti... ha pensato bene di non presentarsi e di spegnere il telefono. Al che a mezzogiorno, tra una mescolata alla sukuma wiki nella pentola e un pensiero a cosa portare in Italia, mi sono messa a lavare quel quintale di robe che da due settimane giaceva inerme nel cestone, causa impegni dello scorso sabato tipo "parents' day" al Fr. John Memorial e "mobile clinique" di Mike. Inoltre telefonata della preside del St. Teresa School che mi informava che la ragazzina che aiuto a pagare il collegio era scappata di notte! E che era poi stata ritrovata, grazie al pronto intervento di suor Christine, da un'amica di famiglia, dalla quale si era nascosta per evitare una punizione! All'intenzione di mandarla a casa, la mamma si e' rifiutata, ma intanto la ragazzina non vuole piu' stare in collegio per le continue punizioni anche corporali e il clima di paura che regna da quando hanno cambiato la responsabile. Un problema che non ha soluzioni facili e che di certo avra' conseguenze... Il tutto da cercare di sistemare in alcuni giorni, prima della nostra partenza per Nairobi, sabato.
Nel tardo pomeriggio, andiamo fino dalle Charity sisters per salutare le suore e i "nostri" bambini... e per cercare di risolvere un altro problema, questa volta di una mamma con 7 bambini, l'ottavo in arrivo, i piu' piccoli dei quali sono denutriti e pieni di pulci penetranti. La suora e' molto accomodante e dice a Mike di portarli da loro lunedi': staranno li' per qualche mese fino a quando non si saranno rimessi in sesto... Nel frattempo fr. Racho dovra' mobilitare la comunita' per trovare un fazzoletto di terra alla signora e cercare di costruire una casetta... Le ragazze di Alba, in visita da noi, ed io, dopo aver visitato la sua attuale abitazione, abbiamo incontrato la mamma venerdi' scorso al dispensario di Dirib: "a volte non sai proprio come aiutarli", e' stato il commento di una di loro.
A volte ci sembra di fare proprio poco, ma non siamo qui per fare... piuttosto per educare a prendersi cura. Come diceva il maestro che ha tenuto tre giorni di incontri per coppie, a cui abbiamo partecipato qui a Marsabit la settimana scorsa, la responsabilita' genitoriale e' indiscutibile: se sai di non avere il cibo necessario per sfamarne due figli, perche' ne metti al mondo un terzo senza curarti di cosa sara' di loro, e mettendoti la coscienza in pace dicendo "E' dono di Dio, Dio si prendera' cura di lui". Chi era nel letto quella notte? Tu con il tuo partner o Dio? Prendersi la responsabilita' delle proprie azioni aiutarebbe a rasserenare la vita di molti bimbi che, pur avendo i genitori, sono lasciati allo sbaraglio e con il peso costante sulle spalle di cosa mangeremo e con che cosa pageremo i libri, o le tasse scolastiche... E' la poverta'-irresponsabilita' che schiaccia e scaccia i sogni di una vita migliore. La Provvidenza lavora e mai come in questi anni qui L'ho vista all'opera, ma non La si puo' usare per negare le proprie responsabilita'. Come le ragazzine della nostra scuola ripetono spesso: "Do your best, God will do the rest"! E il mondo sarebbe sicuramente piu' "leggero" e tutti potrebbero apprezzare maggiormente la grande Bellezza della Vita che ci circonda e ci inonda!

sabato 24 marzo 2012

Wangu wa maisha - Mio per la vita


"Ondoka (ewe) Bwana harusi tembea wakuone,
ondoka (ewe) Bibi harusi tembea kwa maringo.
Njoo kwangu nikueleze neno moja toka moyoni mwangu:
nimekuchagua wewe, wewe wangu wa maisha,
tangu leo mimi na wewe ni kitu kimoja".


"Mio Sposo, vieni,cammina così che ti possano vedere;
vieni mia Sposa, cammina con stile.
Vieni da me, ti dirò una parola che arriva dal cuore:
ho scelto te, te per sempre,
da oggi io e te siamo una cosa sola".



Siamo ancora in Quaresima, ma a noi sembra gia’ di vivere la Pasqua di Risurrezione.
Non è facile ri-iniziare a scrivere dopo questi intensi giorni: è la consapevolezza di non poter raccontare il profondo, ma solo vivere. Intensi, certo: sono l’inizio di una vita nuova, una vita di coppia e di famiglia che sarà per sempre e allo stesso tempo sono continuazione di ciò che avevamo sempre desiderato, sognato, amato, vissuto. L’inizio di un compimento, che racchiude al suo interno tutto il gusto del “già”.
Benedetti con la presenza speciale della Madonna di Lourdes, giorno della Sua festa per la Chiesa Cattolica, oltre che con la presenza di tanti amici, di tutti i colori: Kenyoti, del sud e del nord, italiani, messicani, indiani, rumeni, spagnoli, tedeschi… Il mondo non è poi così vasto, sembra; in Cristo diventa UNO, così come lo siamo diventati noi: Patrizia e Michael. Due lingue, due storie diverse, due colori, due continenti, due persone che non si sarebbero mai incontrate se non ci fosse stato Gesù Cristo. Ma anche due persone con una sola grande missione: quella dell’amore. Entrambi decisi a dedicare il nostro tempo al servizio degli altri e del Vangelo, come missionari laici; entrambi forti abbastanza da lasciare il conosciuto per lo sconosciuto; entrambi con la consapevolezza di essere oggetto di un dono o di grandi doni e con un enorme grazie da dire a Dio per ciò che abbiamo ricevuto e riceveremo.
Non possiamo che celebrare questo regalo che abbiamo scelto, ma che allo stesso tempo ci ritroviamo tra le mani, pronti a continuare a testimoniare e a seguirLo, come singoli, come coppia e come famiglia.
Quel giorno, le cose sono state semplici, come avevamo desiderato, all’insegna della gioia e della festa. Alcuni giorni prima ecco arrivare la delegazione albese, guidata dai miei genitori, da mia sorella Mirella e dal suo fidanzato Simone, da don Gino e don Rinino, con una nutrita squadra di giovani e non, alcuni amici (tra cui la mia maestra delle elementari), altri conoscenti, altri sconosciuti (ma adesso non più)… per un totale di 20 persone. Tra le ultime cosette da fare (aggiustare la pompa dell’acqua per farsi un doccia almeno per il giorno del matrimonio; cambiare il letto da singolo a… “quasi matrimoniale”, disegnato da noi su misura, seguendo le promesse infinite di consegna del nostro falegname; fare lo shopping per il pranzo di nozze; dedicare un po’ di tempo agli ospiti; miniritiro spirituale di una mattinata; manicure e pedicure all’ennè, una controllatina ai vestiti da cerimonia, anche questi di nostra ideazione…), il tempo veramente vola, conducendoci alle porte del grande giorno. Con una rilassante cena al Pastoral Centre con gli amici italiani celebriamo il nostro addio al nubilato e celibato e ci prepariamo all’ultima notte da “single”: io a casa mia (quella che diventerà casa nostra) e Mike in parrocchia con il nostro testimone Felix e i suoi fratelli, familiari e amici da Nairobi. E se mentre la futura sposa dorme sonni tranquilli, il futuro sposo aspetta fino alle 2 del mattino l’arrivo della delegazione nairobiana, rimasta a piedi a 15 km dalla città, aHula Hula, per un guasto all’auto affittata per l’occasione! “E’ un vero matrimonio stile africano”, penso dopo aver saputo dell’accaduto: e di fatti iniziamo l’avventura!
Genitori, sorella e moroso bussano alla mia porta subito dopo l’alba, e in un momento mettono a soqquadro la casetta, che si adorna di palloncini e nastrini in men che non si dica. Vestito, scarpe e acconciatura della Parrucchiera Mirella e il gioco è fatto. Ecco la nostra testimone, Christine: arriva puntuale e bellissima, pronta per salire in macchina e andare in chiesa, la Cattedrale di Marsabit, dove ci atte
ndono le damigelle d’onore (il mio gruppo del Vangelo), tutte super vestite in tono e orgogliose del loro ruolo e le nostre bimbe dei fiori (ops… fiori non ne avevamo, quindi abbiamo usato eleganti nastrini a forma di… mazzo di fiori!): Qabale da Maikona, Guyato delle Suore Missionarie della Carità, Chuku del nostro gruppo del Vangelo e Margaret, nipotina di Mike, figlia del fratello Hamisi e Shirò. Dopo un veloce saluto alla delegazione “femminile” maikonese, in processione, a braccetto di mio papà che non sa più che dirsene di tutto questo movimento, ci rechiamo di fronte alla chiesa, dove incontro Michael, teso come una corda di violino, che quasi
si dimentica di salutarmi tanto ansioso e nervoso è! Anche i sacerdoti, giunti da tutte le parti della diocesi e da… oltremare, sono pronti, guidati dal Vescovo Mons. Kihara che celebrerà il sacramento con noi.
Le “Upendo Girls”, vestite per l’occasione, aprono la processione all’altare, danzando al ritmo del canto d’ingresso “Harusi” – “Matrimonio”, magistralmente cantato dal nostro coro della cattedrale. E sulle parole “Bwana harusi na bibi harusi, leo mmefunga ndoa ya maisha., Kaeni kwa amani kidededede” (Sposo e sposa, oggi suggellate le nozze della vita. Vivete in pace e con gioia), Michael arriva all’altare con Felix e zia Lona. Ora cammino anche io nella navata centrale. Non vedo nessuno, mi viene da cantare, guardo il crocifisso e il tabernacolo e il mio cuore dice grazie, “grazie perché per dono gratuito avete scelto me”. Gesù e Mike, per dono gratuito han scelto me. Mi sento piccola davanti a questo miracolo, ma piena di gioia. Il vescovo ci accoglie di fronte all’altare e poi passa il microfono ai nostri accompagnatori: a zia Lona e a Felix, a mia mamma e a mio papà per le ultime parole ai loro “bambini”, l’ultimo augurio, le ultime raccomandazioni. Ora, mi viene il groppo in gola e le lacrime fanno capolino ma… Michael mi accoglie tra le sue braccia e ci sistemiamo al nostro posto, all’inginocchiatoio magistralmente preparato dalle Charity sisters, così come tutto l’abbellimento della Chiesa.
Inizia la celebrazione, che mi dicono essere durata tre ore, in un misto di tre lingue: kiswahili per i canti e la liturgia della Messa, italiano per il vangelo e un po’ di predica, inglese per il rito del matrimonio! Sento forte e di fuoco la presenza di Cristo nella Parola, con il suo
Spirito: mi tocca il cuore e Lo riconosco tra di noi. Il vangelo di Giovanni che abbiamo scelto insieme e su cui abbiamo pregato ci rivela la verità su di noi e sul nostro donarci: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me”. Sogno di una vita per la vita, la nostra. Il desiderio di UNITA’ che da sempre ha abitato il mio essere, che mi ha spinta fin qui, è ancora quello che ci guida su questa nuova strada. La presenza di persone particolari ci fa sentire uniti anche a chi non ha potuto partecipare, ma sta pregando per e con noi. Il mondo ci sembra gigante e tutto contemplabile, allo stesso tempo e si rivela in un colore nuovo, unico.
Ci promettiamo di essere “veri” l’uno con l’altra sempre, in bellezza e difficoltà, in malattia e in salute e di amarci e rispettarci come creature uniche e dono di Dio, tutti i giorni della nostra vita. Coronati da un anello come segno, dono dei miei genitori, salutiamo i parenti e gli amici più cari, la prima volta come famiglia unita in Cristo. Gli alunni della scuola, tutti in uniforme, danzano e cantano con noi nella processione delle offerte. Dopo la fine della Messa, è un tripudio di gente, festa, colori, canti… e confusione! C’è un camion pronto per trasportare gli ospiti (invitati e non, non importa, ci sarà riso, spezzatino e coca cola per tutti!) alla scuola “Fr. John Memorial”, in cui si continuerà la festa. Non ci sembra vero!!! Andiamo al Santuario Maria Mfariji per alcune foto ricordo, lassù sul tetto del mondo, guidati dal nostro driver d’occasione Sr. Christine.
Quando arriviamo alla festa, la maggior parte della gente ha già mangiato, ringraziando l’impegno delle signore della parrocchia ai fornelli, ed iniziano subito gli intrattenimenti. Dai bimbi delle suore di Madre Teresa, alle ragazze di settima della nostra scuola che ci stupiscono con canti scritti da loro e una poesia di fine bellezza, dalle donne di Maikona, che ci benedicono in Gabbra con alcuni canti tradizionali, alle donne di Milima Mitatu, il Turkana Shelter Women group, che fanno ancora più bella la nostra festa. Poi il nostro gruppo del Vangelo, a cui ci uniamo per il ballo e dulcis in fundo, “Marieme, voi marieme” dei nostri piemontesini belli, che raccolgono applausi a non finire. Non smettiamo più di ridere, dopo che cerco di tradurre in inglese dal piemontese per mio marito e i testimoni. E’ il momento dei regali, un’infinità tra set di bicchieri, copriletti, lenzuola, casseruole, termos, gioielli Rendille e un gallo vivo (per la gioia di mio papà!), e del taglio della torta, magistralmente preparata da Nadia e dalle sue valide collaboratrici con il supporto tecnico di Henry e di sua moglie.
Colmi di nuova energia e di una straordinaria gioia, siamo accompagnati a casa, che lasciamo
dopo poco, alla volta del Pastoral Centre per finire con una cena tra… famiglie: quella mia e quella di Mike. Tra un buon bicchiere di Barolo e un confetto, terminiamo la serata in bellezza, ancora guardandoci e chiedendoci se siamo davvero sposati, se non sia stato tutto un ricco e veloce sogno!
Ma il matrimonio non è ancora finito: il giorno dopo partiamo presto per raggiungere Maikona, dove gli amici di Michael e i vari gruppi sono pronti per le nostre “seconde” nozze, in forma breve. La nostre sedie sono pronte di fianco all’altare e il parroco, padre Eugenie, ci dà di nuovo la sua benedizione e di nuovo ci scambiamo gli anelli. Purtroppo non abbiamo molto tempo per salutare tutti: terminiamo la visita con un altro “pranzo di nozze” – capra questa volta – preparato dalla parrocchia. Ci manca la festa tradizionale, i canti e la spontaneità delle donne… ma – ci diciamo – sarà per la prossima volta…
Al tardo pomeriggio siamo di nuovo a Marsabit. Incontriamo mamma Maria, appena arrivata da Kargi: più o meno capiamo che non c’erano macchine che venivano a Marsabit il giorno prima e quindi non è potuta venire alla festa. Ma vuole darci una pecora e salutare i miei genitori.
La stanchezza inizia a farsi sentire. Ma non c’è ancora tempo per riposare: l’indomani sveglia prima dell’alba alla volta di Nairobi con la mia famiglia. Sono pronti per il volo di ritorno e noi per la nostra “pseudo” luna di miele, in Uganda, per visitare le altre sorelle della mamma di Mike… Ma questa, poi, è un’altra storia!


giovedì 22 marzo 2012

domenica 8 gennaio 2012

Tra magi e pastori


Domenica sera è il tempo giusto per scrivere, finalmente. Domenica, festa dell’Epifania, che chiude il periodo natalizio, anche se noi il nuovo anno scolastico lo abbiamo già iniziato mercoledì scorso…
E’ un tempo strano questo. Tempo di attesa e tempo già venuto. Tempo che è sembrato di festa, ma che in realtà è stato un po’ superficiale, come la pioggia che nelle strade ha già lasciato spazio alla polvere, fine e rossa! L’ambiente non rende la cosa più semplice: anche il cristianesimo, il sentirsi di Cristo, è ancora superficiale e non incide molto nella vita quotidiana. Se la Chiesa qui ha un ruolo sociale e politico enorme, quello religioso – così come lo intendo io, da buona occidentale, con una vita di fede cresciuta a suon di ritiri, silenzi, canti significativi, momenti forti di preghiera, comunità in oratorio e in seminario – è ancora limitato. Troppo. E’ vero che non ho mai incontrato un ateo, ma neppure una persona in ricerca. Questo spirito religioso vitale che anima la gente d’Africa può, a mio parere, limitare il cammino verso la stella, il cammino di ricerca, fatto di dubbi, di salite, di domande, che ci permette di vedere dove il Signore è nato, così come han fatto i Magi. Eh sì, perché in fondo io mi sento abbastanza un “Magio”, con il suo lungo cammino di ricerca alle spalle, con valutazioni ponderate e tante volte dubbi filosofici sulla vita, sulla fede e sui massimi sistemi. Con una mappa in mano, che da’ un po’ di sicurezza nella traversata del deserto, e tante volte con gli occhi per terra cercando di non intrapparmi più, piuttosto che con il naso all’insù per scrutare la guida luminosa… Forse troppo tentennante a lasciare il castello di Erode per proseguire con decisione il viaggio… Studiosa, in ricerca. Fino a quando a quella grotta ci sono arrivata davvero, non una volta sola e non da sola. Ma con una comunità di credenti, con cui abbiamo condiviso le fatiche del viaggio e le sue gioie (la mia mente si affolla di volti, amici cari!)… Una comunità che in quel deserto c’era già passata e aveva tracciato un po’ di sentiero… come fanno i cammelli nel Chalbi: a forza di passare nello stesso posto anche le pietre lasciano spazio al colore nuovo della terra calpestata… Una comunità che è Chiesa e che, seguendo la stella fino a Betlemme “Casa del Pane” (quello che può saziare una volta per tutte!), ha visto con i propri occhi la Salvezza viva e attiva in questo mondo… “From far away the wise men came, to find the thiny King. In Bethlehem they worshiped Him. You star up in the heaven, without your holy light, they would still be searching somewhere in the night. Bethlehem star, how beautiful you are, shining in the darkness, guiding strangers from afar. Your light feels the heaven, His love feels my heart. So shine for me, my Bethlehem star”.
Tutti questi Magi… prima o dopo, sulla loro strada hanno incontrato i Pastori. Gente legata alle tradizioni, semplice, che non è abituata a guardare al di là da ciò che già conosce, che tuttavia sa come prendersi cura di un gregge, sa ciò di cui hanno bisogno e non esita a dedicarcisi ventiquattr’ore al giorno… Gente il cui senso della propria vita già lo possedeva, senza domandarsi più di tanto, radicato com’e’ nelle tradizioni e nella cultura della comunità… Pieni di paura quando gli angeli annunciano loro la nascita del Salvatore. Paurosi per un momento perché forse non aspettavano nessun Salvatore, ma coraggiosi, dopo aver deciso insieme, di avventurarsi fin sulla soglia di quello che pareva un avvenimento comune: la nascita di un bimbo. I pastori c’erano abituati, lo sapevano che quando vedevano un fuoco nella notte e sentivano i canti delle donne innalzarsi fino al cielo, un nuovo membro della comunità era venuto alla luce… Ma questa volta, dopo aver parlato con Maria e averle confidato ciò che gli angeli dicevano di suo figlio, se ne andarono lodando Dio. Così come avevano probabilmente fatto da tutta una vita, abituati com’erano ad affidare quotidianamente all’Eterno Essere la loro fragile vita nei pascoli lontani da casa. Magi e Pastori arrivano a Betlemme, arrivano a saziare la loro vita con Pane vero, attraverso strade completamente diverse, ma tutti camminano, si muovono dal posto che chiamavano casa e tutti, da quell’incontro, a quanto pare, se ne vanno cambiati.

Ritornando a noi, la convivenza tra Magi e Pastori non e’ sempre semplice: spiritualità diversa, concezione della vita diversa, solo l’incontro con il Salvatore unisce. Insomma, nella terra dei pastori, i Magi “troppo irriqueti” rischiano di morire di fame “spirituale”, più che di fame materiale! Per fortuna ci sono amici che mandano libri e condividono via mail, telefono, lettere e offrono un po’ di Acqua da bere. Inoltre, quello che mi aiuta anche tanto, oltre alla condivisione di vita con Mike, è insegnare religione in quarta, quinta elementare e terza media. I bambini e i ragazzi sovente se ne escono con belle e spontanee domande che mi obbligano a rimettermi in cammino dietro la stella o seguendo la voce degli angeli e arrivare alla Capanna per trasmettere il buon gusto dell’Incontro. E per dire ancora una volta, che pur con tante difficoltà, siamo fratelli, chiamati a formare un cuore solo. Bella missione!

giovedì 3 novembre 2011

Verde erba

Aspettavamo giornate cosi’ da tre anni... Giornate uggiose, umide, fangose… ma soprattutto PIOVOSE! E’ una pioggia che rilassa gli animi questa che Dio sta elargendo sul Marsabit e sul Chalbi intero, che lava via la polvere che era ormai diventata insopportabile anche fisicamente, che fa germogliare i forti semi nascosti appena sotto la dura scorza del terreno e ricopre tutto di un verde brillante quasi incredibile. Giornate classiche autunnali di nebbia fitta si alternano a generosi momenti di sole, che quasi arrabbiato si affaccia a un cielo bluissimo tra qualche nuvola bianca come panna montata. Domenica scorsa andando a messa, dopo le due grandi giornate di pioggia di venerdi’ e sabato in cui siamo stati chiusi in casa (chi a casa e’ riuscito ad arrivarci, magari dopo peripezie acrobatiche su fango e strade trasformate in torrenti!), mi sono tornate alla mente alcuni versi che quel grande poeta del Pascoli aveva saputo sapientemente leggere nell’animo umano: “La quiete dopo la tempesta”. E’ allora che mi sono accorta che la tensione accumulata in questi mesi di siccita’ si era liquefatta, come se i muscoli dopo un grande sforzo fisico si fossero rilassati per ritornare alla loro forma di riposo. Come la domenica mattina della Pasqua di Risurrezione dopo il venerdi’ di morte. Rilassamento, quasi smarrimento davanti a tanta bellezza che non ricordavamo neanche potesse esistere. La gente si saluta di nuovo, anche se cammina con centimetri di fango sotto le scarpe e sta attenta a non scivolare su questa schiuma di sapone che e’ la terra vulcanica bagnata! I borana hanno addirittura un saluto speciale per le giornate di pioggia!
Dopo un forte temporale nel pomeriggio di oggi, che bello vedere i bimbi della scuola camminare per strada, con le loro scarpe in mano e i piedi nudi immersi nel fango o appoggiati sulla terra scivolosa! Certo hanno piu’ equilibrio di me che da scuola a casa invece di impiegarci il solito quarto d’ora, oggi ci ho messo il triplo. Ma anche loro ogni tanto scivolano su questo che sembra un campo da calcio saponato (come quello delle Caravelle) e si rialzano con destrezza tra le risate generali degli altri amici, riprendendo la corsa come se niente fosse accaduto. Tutti lasciano i loro impegni normali quando c’e’ la grande pioggia e gli alunni vengono lasciati andare a casa prima del suono della campanella: un ambiente che mi ricorda le nostre grandi nevicate in Piemonte! Catini sotto le grondaie (che comunque sono sempre bucate!) e riposo fino a quando cade l’ultima goccia di pioggia. Da quel momento in poi non c’e’ tempo per oziare: lenzuola, vestiti, materassi, coperte e tende vengono immersi nell’acqua per un sano lavaggio nella benedizione di Dio! Le capre, gli asini e le mucche sopravvissute hanno di che soddisfarsi con la tenera erbetta che copre e nasconde tutte le spazzature e le immondizie che il vento ha portato in giro nelle ultime settimane. Tutti i sensi riscoprono sensazioni nuove. Le nostre narici si rilassano, facendosi permeare dal nuovo profumo di terra bagnata e di vita appena nata. Le nostre orecchie ascoltano il cinguettio di uccelli variopinti che cantano festosi dai rami gia’ coperti di nuove verdissime foglie. E i nostri occhi si riposano sui fiori che coronano da un giorno all’altro i nostri cortili e sembrano convincersi di non essere in un sogno. Almeno per un po’ di mesi!

lunedì 10 ottobre 2011

W la siccita'!

Sembra incredibile da dire, sembra l’opposto contrario di ciò che ci trasmette la TV (a volte!) e i dettagliati documentari, sembra contro il buon senso, ma è la verità: evviva la siccità…
Già, perché, è vero, la gente di Marsabit e dintorni stava veramente soffrendo, qui in città per la mancanza d’acqua (non esiste ancora un acquedotto e più di 30.000 persone si riforniscono per i loro fabbisogno quotidiano da tre pozzi e da mille autobotti, commercianti di acqua) e nei villaggi del Chalbi per la mancanza di pascoli per gli animali, e quindi la mancanza di latte… e quindi fame!

Quando sono stata a Maikona per una settimana ad agosto, il panorama che ci si apriva davanti non era incoraggiante. Quasi ogni giorno arrivava al dispensario un bambino denutrito, che veniva inserito nel programma apposito di controllo e aiuto nell’alimentazione con sacchettini ipercalorici di burro d’arachidi e vitamine. Alla fine di agosto erano 27 i bimbi inseriti in questo programma (ma i casi più severi venivano riferiti all’ospedale di Marsabit, perché ormai incapaci di nutrirsi, di deglutire il latte o di prendere ogni altra cosa per bocca!), più 3 adulti. Ogni due settimane poi 30 pazienti HIV positivi e circa 400 mamme, chi incinta, chi con bambini appena nati, chi anziana e senza altro sostentamento, vengono a ritirare 4 kg di porridge e un litro di olio. Oltre a un po’ di mais e fagioli che il Governo passava, questo era tutto. Già, perché la loro prima fonte di sostentamento, il latte e la carne di animale, non era più reperibile, vista la moria generalizzata di capre e mucche per mancanza di pascoli. Grazie al Centro Missionario di Alba, abbiamo deciso di comprare 20 sacchi di latte in polvere da distribuire ai fruitori dei diversi programmi del dispensario, per dare loro la possibilita' di una dieta un po' piu' equilibrata e "normale" secondo la loro cultura.
Tuttavia, se guardiamo il Marsabit in questi giorni, questa siccità sembra capitata proprio a fagiolo… nel senso che la TV del Kenya ne ha fatto un caso nazionale, ha bombardato i “veri” kenyani a contribuire con lo slogan “Kenyans for Kenya!”. Da quel momento, oltre alla valanga di soldi raccolti nel paese, tante ONG si sono svegliate e i paesi “ricchi” hanno incominciato a pompare risorse nel nord del Kenya… Nel centro di Marsabit ogni giorno non possono mancare tir carichi di cibo di diverse provenienze: Caritas norvegese, Caritas Maltese, Caritas Svizzera, SOS, Croce Rossa, ONU e tante altre Organizzazioni non governative locali e nazionali. Migliaia sacchi di farina per uji (porridge, pappa d’avena), mais, fagioli, riso… distribuiti a tutti, proprio a tutti, alle famiglie, alle chiese, ai dispensari, alle scuole pubbliche (che ora danno da mangiare agli alunni anche sabato e domenica!). E poi altri progetti, tipo quella della “carta viveri”: dai 20 ai 70 euro in viveri da ritirare in uno dei negozi del villaggio. La gente riceve acqua gratis ora: ci sono punti di distribuzione da autobotti e cisterne in diverse parte della città. Tutti questi aiuti, iniziati a settembre, andranno avanti per sei mesi. Passando a North Horr alcune settimane fa, mi sono accorta che le capanne, ogni capanna, è piena di cibo (a sacchi) e i negozi di generi alimentari non lavorano più. Sono rimasta colpita da un fatto che Padre Hubert, il parroco, mi ha raccontato. Il preside di una delle scuole elementari del villaggio chiese al padre se potesse aiutarlo a pagare il cuoco perché non aveva soldi disponibili e quelli del governo per i salari non erano ancora arrivati. In cambio il maestro gli avrebbe dato alcuni sacchi di cibo. P. Hubert rifiutò, chiedendo perché piuttosto non potesse pagare il cuoco con questo cibo. Il preside scosse la testa e rispose che il lavoratore li aveva rifiutati, dicendo che il cibo ormai era troppo, la sua casa era piena, non poteva neppure venderlo perché tutti ne avevano in abbondanza e quindi non sapeva che farsene.
Questo e altri fatti mi lasciano perplessa… e alimentano la rabbia per l’ingiustizia che i miei occhi vedono e che a volte è veramente palese: il commercio e la mafia che c’è dietro questa distribuzione di viveri è enorme e sta arricchendo commercianti, organizzazioni e alcune famiglie… Questa situazione inoltre spinge tutti all’indolenza e alla pigrizia, scoraggiando ogni iniziativa personale e demolendo l’autostima, perché trasforma tutti in “ricevitori”, in “richiedenti”, poverini perché senza nulla da dare…
Tante volte rileggendo alcuni passaggi dell’Esodo, mi convinco come la storia di liberazione di Israele dalla schiavitù egizia da parte di Mosè, guidato da Dio, sia un po’ la storia di ogni popolo, e anche di questo di Marsabit. Un popolo quasi inerme, come quello di Israele, che, una volta giunto alla liberta, nel deserto si rivolta contro il suo leader e gli sbatte in faccia ciò che tutti pensavano: era meglio morire in Egitto con la pancia piena che starsene qui nel deserto liberi ma senza nessuna sicurezza (Esodo, cap. 16). E allora penso: “Perché provare a sfruttare le risorse di questo territorio – per esempio le pietre, la sabbia, le pelli di animali – se qualcuno mi dà comunque da mangiare gratis? E perché cercare soluzioni a lungo termine – per esempio costruire un acquedotto, a 30 km da Marsabit ci sono falde colme di acqua o implementare e facilitare il commercio e l’allevamento redditizio di animali – se intanto questo “mettere delle toppe” dà da mangiare a così tanta gente? E perché dire no alla corruzione per essere liberi, se tanto poi quello che mi interessa è avere la pancia piena e basta”. Ogni tanto mi viene da pensare che questa gente è schiava e non lo sa. E noi siamo complici del… Faraone. Come fare per nascere in alcuni la domanda di libertà e di bene comune? E – in chi questa domanda ce l’ha già nel cuore – (e ce ne sono!), come fare a farne un movimento comune, unitario? Forse Marsabit sta ancora aspettando il suo Mosè. O il tempo giusto per agire e camminare finalmente verso la Terra Promessa. E se questo tempo di sofferenza e di ingiustizia servisse davvero a toccare il fondo e a dare la spinta per alzarsi in piedi, allora W la siccità!

mercoledì 3 agosto 2011

La fede non va in vacanza


Oggi, domenica particolare, vacanziera: quasi tutti i membri del gruppo del Vangelo che frequento sono partite per le vacanze, essendo insegnanti e essendo originarie del downcountry. Così niente incontro per leggere e condividere il Vangelo della prossima domenica. Allora approfitto per una breve visita a Maria, uno dei nostri membri che non vedo da parecchio tempo, la cui famiglia è stata toccata da una “tragedia”, diremmo noi. Una delle loro bimbe, Cynthia, quinta elementare, ha un cancro maligno alla faccia. Glielo hanno scoperto a maggio, dopo un anno e mezzo di mal di testa e stanchezza non comune ad una ragazzina di undici anni. Mamma e papà sono infermieri nel nostro ospedale pubblico di Marsabit e avevano già parlato con diversi medici, riportando i problemi di Cynthia e del suo improvviso russare molto rumorosamente tutte le notti. “Non è niente, signora, non si preoccupi, poi passa!”, così le avevano liquidate, senza neanche una visita.
Alcuni mesi fa Maria si accorge di una protuberanza sul collo della sua piccola che cresce a vista d’occhio. Non perdono tempo, vanno dritti a Wamba dove la mamma ha studiato da infermiera, nell’ospedale dei missionari della Consolata e dove per tanti anni ha lavorato un medico italiano, Dott. Prandoni. Le fanno una biopsia, la inviano a Nairobi. Dopo due giorni il verdetto: cancro maligno. Nairobi, in uno dei più competenti (e costosi!) ospedali privati, confermano che Cynthia ha un tumore al terzo stadio, con due masse distinte, nel collo e sotto il setto nasale, senza metastasi. I genitori, lavorando nel settore, sanno che cosa spetta alla loro piccola e anche alla loro famiglia. Chiedono aiuto al dottore per spiegare alla figlia che cosa succederà nei prossimi mesi della sua vita e per un sostegno psicologico. Maria mi dice che da quel momento ha messo tutto nelle mani del Signore e con fiducia ha continuato a sorridere. E questo contribuisce a dar forza a loro figlia, che ora sta combattendo una lunga battaglia. Inizia la chemio terapia. Effetto devastante alla prima seduta, “ma poi – mi racconta la mamma – dalla seconda in avanti, Cynthia dorme per 10 giorni consecutivi. Non sente male e il tumore diminuisce visibilmente”.

La ragazzina non era in casa quando oggi sono andata a trovare la famiglia. “E’ andata all’incontro delle Upendo girls in parrocchia”, conferma suo fratello, un anno più piccolo di lei. La mamma sorride e mi dice che per lei è come se fosse già guarita e infatti la prima cosa che mi colpisce profondamente parlando con loro seduta nel loro soggiorno è che quella non sembra minimamente una famiglia che sta subendo una tragedia. Maria continua a ripetermi che la loro fiducia è nel Signore e che Dio è buono perché non ha fatto mai mancare la Sua forza e la voglia di vivere a loro e a Cynthia. Le confermo che l’atteggiamento positivo in una lotta così è quasi più importante delle medicine o meglio le medicine sarebbero di certo meno efficaci se sul loro volto non ci fosse serenità e nel loro cuore una fiducia che non può che arrivare dall’Alto. Hanno organizzato una raccolta di soldi tra parenti e amici per sostenere le costosissime spese mediche e domenica prossima ripartiranno per Nairobi: è la volta della radioterapia per un ciclo di cinque settimane.
Maria mi accompagna alla porta, sento la loro forza e la loro fede, e le vedo presenti sui loro volti. Grazie per la vostra grande testimonianza cristiana, Maria, John e Cynthia.