martedì 12 luglio 2011

Chi non muore...


Il vento si sta riposando un poco stasera e lascia riposare anche noi per un breve tempo, dalla polvere, che invade Marsabit town e i nostri polmoni, case e scarpe, come la nebbia in pianura padana a novembre.
Il nostro cortile è quieto: non c’è anima viva in giro. I ragazzi della scuola sono ormai a casa, a scrivere sui loro quaderni a lume di lampada a petrolio come me, da 10 giorni a questa parte; le mamme ormai di ritorno dalla fonte (o dal camion cisterna privato che vende 20 litri di acqua al prezzo di un quarto del salario giornaliero di un manovale!) sono intente ad accendere il fuoco e cucinare mais e fagioli; gli animali – capre e mucche sempre più pelle e ossa, e in questi giorni anche i cammelli – sono già stati guidati dai sapienti bastoni dei loro pastori nei loro ricoveri per la notte.

Ripenso agli ultimi due mesi e vedo che la mia vita è cambiata ancora; dopo la “fuga” della segretaria della nostra scuola e la scoperta del suo “tasso di corruzione” (a discapito della scuola, ahimè!) e di come ha costruito dal niente una bella villa per la sua famiglia… ecco che il lavoro dell’amministratrice si è allargato e mi sono ritrovata segretaria alla ricerca quasi disperata di mettere in ordine tasse scolastiche, ricevute e quant’altro… E questo tra una festa a sorpresa per il mio compleanno (con la squadra di calcio di Maikona al completo!) e un viaggio a Maikona, tra la preparazione per la festa dei genitori nella nostra scuola e l'inaugurazione dell'asilo, tra un incontro di studenti di Azione Cattolica (a Sololo, Diriba Gombo e Marsabit) e una trasferta nelle verdi colline di Embu, dove la squadra di calcio dei giovanissimi della nostra regione, con Mike allenatore, ha partecipato ad un torneo…, tra una visita alla Mariopolis dei focolarini vicino a Thika e progetti per il futuro...

martedì 24 maggio 2011

Risurrezioni

Non so se è perché siamo nel tempo di Pasqua o perché al di sotto dell’equatore la semplicità crea spazio per la fede caparbia e ostinata, compagna di quella speranza che vede speranza anche quando umanamente si è ciechi… fatto sta che in questo periodo tocco con mano luce di Risurrezione, come Tommaso ha fatto (o avrebbe voluto fare!) con Gesù Risorto. Sono i “miracoli” dei poveri, non quelli poveri di soldi o di proprietà, ma quelli che si sentono poveri davanti a Dio: “anawim” li chiama l’Antico Testamento e Maria ne è il simbolo.
Tra la storia di Adano che ho continuamente tra le mani e altre di cui vengo a conoscenza, non ho più tanti dubbi sull’azione dello Spirito di Dio su questa terra, se non sempre direttamente, tramite altre persone. Che diventano testimoni e facilitatori di risurrezione. Parte del sogno di Dio.
Ho conosciuto Erik (lasciatemelo chiamare così) non tanto tempo fa. Primo di tre fratelli cresciuti in città, a Nairobi… beh non in centro, in periferia… quasi in quelli che noi chiamiamo slum o baraccopoli e che lui ha sempre chiamato casa. Il papà, un bel giorno, torna a casa e dice alla mamma che vorrei sposare una seconda moglie. La mamma rifiuta, ben sapendo che questo lo allontanerà da lei e lei dovrà occuparsi di se stessa e dei suoi tre frugoletti da sola. E così il papà sparisce dalla circolazione e va ad abitare con la nuova moglie. Non si farà mai più vivo, neanche quando i suoi figli saranno grandi. La mamma ce la mette tutta, e i ragazzi crescono bene, ben educati, con pochi soldi (lei lavora come cuoca per una famiglia di Nairobi) ma responsabili. La mamma è severa: tutte le domeniche a messa, non si sgarra… Ed è questo suo attaccamento alla parrocchia e a Dio anche nei momenti problematici della vita (non pensate che vivere in una baracca di metallo di due metri per tre in quattro persone con due letti, senza bagno e senza acqua, sia sempre così accomodante!) che salverà la vita dei suoi figli, quando lei nel giro di poco tempo si ammalerà di quella malattia là e morirà di tubercolosi in un ospedale pubblico, lasciando la famigliola in mano al primogenito di appena 16 anni. All’improvviso i parenti che durante la nascita dei bimbi e la malattia della mamma se ne sono sempre stati defilati facendosi gli affari propri, arrivano alla carica per spartirti i due scellini che lei si lasciata dietro… Senza di lei, i ragazzi non possono più pagare l’affitto della loro “casetta”… Sembra che Erika debba smettere la scuola superiore (era al secondo o al terzo anno) per occuparsi dei suoi due fratellini. Il futuro è nero, il presente ancora di più… Cercano di mettere insieme le forze, ma come se non bastasse un giorno, mentre i tre fratelli erano a scuola, viene appiccato il fuoco al loro quartiere. Sono baracche, abusive: i proprietari del terreno lo vogliono vendere per costruirci sopra una pompa di benzina (che oggi è attiva e funziona!)… Il fratello di Erik, uscito prima da scuola, vede il fuoco e cerca di salvare il possibile, alcuni libri, pochi vestiti… Tutto il resto, documenti, foto, storia di una famiglia se ne va in fumo in pochi minuti.
Ed è in questo momento di disperazione che entra in atto la “Jumuya” o “piccola comunità del Vangelo”, ossia quel gruppo di cristiani, soprattutto vicini di casa, che si trovano insieme una volta alla settimana e leggono il Vangelo della domenica e cercano di essere testimoni dell’Amore di Cristo. Conoscono Erik e la sua famiglia, segnalano il caso al parroco che si attiva prontamente e propone ai ragazzi di entrare in un istituto dove si prenderanno cura di loro. Forse non potranno restare insieme, ma avranno il pasto assicurato. Erik e i suoi fratelli ci pensano bene, ma non vogliono perdere l’unica cosa che hanno: la loro unità! Giusto… il parroco propone un’altra soluzione: costruire una casetta su un terreno della parrocchia e darla ai ragazzi perché possano crescere insieme, con l’assistenza di alcuni cristiani della parrocchia. A Erik non piace parlare di quel periodo però ripete continuamente che senza l’aiuto dei cristiani e di Maria non ce l’avrebbero fatta. Da quando la sua mamma non c’è più dice di essere stato adottato da un’altra mamma: quella Celeste. Ora Erik è laureato e nel suo lavoro ha sempre un occhio sulle persone più disagiate. Non è solo un modo per ricambiare quel che è stato fatto per loro, ma la sua vocazione. Gli altri due fratelli sono entrambi sistemati e ora la casetta della parrocchia è usata da altre persone in difficoltà!


Quanti miracoli sono tra noi! E il Signore Risorto continua a parlare, anche tramite quella canzone tratta dal “Principe d’Egitto” che accompagna la grande uscita di Mosè e del suo popolo dalla terra del faraone. Un canto che mi segue, suggestiona, ispira, dà coraggio e stupore dall’anno scorso, quando durante la mia prima vacanza in Italia, mi sono concessa alcuni giorni di silenzio durante i nostri adorati “week end” di Susa che scandivano i miei mesi italiani. Fa così:


“Molte notti noi pregammo senza chiederci
Se in quel buio fosse già la nostra verità.
Paura non avrai, la fede sa proteggerci,
la speranza può cambiare la nostra realtà.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai

Questo è il tempo in cui sperare non è facile
e la gioia che c’è in noi nel vento vola via.
Ed ora sono qui,
il cuore così fragile,
cerco in me la forza che non ho avuto mai.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai.
Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
sì, potrai…
potrai se crederai…
potrai se crederai”.

E’ strano, ma anche qui che di “Mosè-salvatori di popoli” non ne ho visti molti, la vita di alcune persone continua a cantare questa canzone. Il rumore del mondo non riesce a nascondere la melodia ad orecchi in ricerca di musica d’autore.
Ogni risurrezione è un fatto d’amore.
Come la piccola vita di Rael. Ma questa... e' un'altra storia!

Risurrezioni

Non so se è perché siamo nel tempo di Pasqua o perché al di sotto dell’equatore la semplicità crea spazio per la fede caparbia e ostinata, compagna di quella speranza che vede speranza anche quando umanamente si è ciechi… fatto sta che in questo periodo tocco con mano luce di Risurrezione, come Tommaso ha fatto (o avrebbe voluto fare!) con Gesù Risorto. Sono i “miracoli” dei poveri, non quelli poveri di soldi o di proprietà, ma quelli che si sentono poveri davanti a Dio: “anawim” li chiama l’Antico Testamento e Maria ne è il simbolo.
Tra la storia di Adano che ho continuamente tra le mani e altre di cui vengo a conoscenza, non ho più tanti dubbi sull’azione dello Spirito di Dio su questa terra, se non sempre direttamente, tramite altre persone. Che diventano testimoni e facilitatori di risurrezione. Parte del sogno di Dio.
Ho conosciuto Erik (lasciatemelo chiamare così) non tanto tempo fa. Primo di tre fratelli cresciuti in città, a Nairobi… beh non in centro, in periferia… quasi in quelli che noi chiamiamo slum o baraccopoli e che lui ha sempre chiamato casa. Il papà, un bel giorno, torna a casa e dice alla mamma che vorrei sposare una seconda moglie. La mamma rifiuta, ben sapendo che questo lo allontanerà da lei e lei dovrà occuparsi di se stessa e dei suoi tre frugoletti da sola. E così il papà sparisce dalla circolazione e va ad abitare con la nuova moglie. Non si farà mai più vivo, neanche quando i suoi figli saranno grandi. La mamma ce la mette tutta, e i ragazzi crescono bene, ben educati, con pochi soldi (lei lavora come cuoca per una famiglia di Nairobi) ma responsabili. La mamma è severa: tutte le domeniche a messa, non si sgarra… Ed è questo suo attaccamento alla parrocchia e a Dio anche nei momenti problematici della vita (non pensate che vivere in una baracca di metallo di due metri per tre in quattro persone con due letti, senza bagno e senza acqua, sia sempre così accomodante!) che salverà la vita dei suoi figli, quando lei nel giro di poco tempo si ammalerà di quella malattia là e morirà di tubercolosi in un ospedale pubblico, lasciando la famigliola in mano al primogenito di appena 16 anni. All’improvviso i parenti che durante la nascita dei bimbi e la malattia della mamma se ne sono sempre stati defilati facendosi gli affari propri, arrivano alla carica per spartirti i due scellini che lei si lasciata dietro… Senza di lei, i ragazzi non possono più pagare l’affitto della loro “casetta”… Sembra che Erika debba smettere la scuola superiore (era al secondo o al terzo anno) per occuparsi dei suoi due fratellini. Il futuro è nero, il presente ancora di più… Cercano di mettere insieme le forze, ma come se non bastasse un giorno, mentre i tre fratelli erano a scuola, viene appiccato il fuoco al loro quartiere. Sono baracche, abusive: i proprietari del terreno lo vogliono vendere per costruirci sopra una pompa di benzina (che oggi è attiva e funziona!)… Il fratello di Erik, uscito prima da scuola, vede il fuoco e cerca di salvare il possibile, alcuni libri, pochi vestiti… Tutto il resto, documenti, foto, storia di una famiglia se ne va in fumo in pochi minuti.
Ed è in questo momento di disperazione che entra in atto la “Jumuya” o “piccola comunità del Vangelo”, ossia quel gruppo di cristiani, soprattutto vicini di casa, che si trovano insieme una volta alla settimana e leggono il Vangelo della domenica e cercano di essere testimoni dell’Amore di Cristo. Conoscono Erik e la sua famiglia, segnalano il caso al parroco che si attiva prontamente e propone ai ragazzi di entrare in un istituto dove si prenderanno cura di loro. Forse non potranno restare insieme, ma avranno il pasto assicurato. Erik e i suoi fratelli ci pensano bene, ma non vogliono perdere l’unica cosa che hanno: la loro unità! Giusto… il parroco propone un’altra soluzione: costruire una casetta su un terreno della parrocchia e darla ai ragazzi perché possano crescere insieme, con l’assistenza di alcuni cristiani della parrocchia. A Erik non piace parlare di quel periodo però ripete continuamente che senza l’aiuto dei cristiani e di Maria non ce l’avrebbero fatta. Da quando la sua mamma non c’è più dice di essere stato adottato da un’altra mamma: quella Celeste. Ora Erik è laureato e nel suo lavoro ha sempre un occhio sulle persone più disagiate. Non è solo un modo per ricambiare quel che è stato fatto per loro, ma la sua vocazione. Gli altri due fratelli sono entrambi sistemati e ora la casetta della parrocchia è usata da altre persone in difficoltà!


Quanti miracoli sono tra noi! E il Signore Risorto continua a parlare, anche tramite quella canzone tratta dal “Principe d’Egitto” che accompagna la grande uscita di Mosè e del suo popolo dalla terra del faraone. Un canto che mi segue, suggestiona, ispira, dà coraggio e stupore dall’anno scorso, quando durante la mia prima vacanza in Italia, mi sono concessa alcuni giorni di silenzio durante i nostri adorati “week end” di Susa che scandivano i miei mesi italiani. Fa così:


“Molte notti noi pregammo senza chiederci
Se in quel buio fosse già la nostra verità.
Paura non avrai, la fede sa proteggerci,
la speranza può cambiare la nostra realtà.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai

Questo è il tempo in cui sperare non è facile
e la gioia che c’è in noi nel vento vola via.
Ed ora sono qui,
il cuore così fragile,
cerco in me la forza che non ho avuto mai.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai.
Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
sì, potrai…
potrai se crederai…
potrai se crederai”.

E’ strano, ma anche qui che di “Mosè-salvatori di popoli” non ne ho visti molti, la vita di alcune persone continua a cantare questa canzone. Il rumore del mondo non riesce a nascondere la melodia ad orecchi in ricerca di musica d’autore.
Ogni risurrezione è un fatto d’amore.
Come la piccola vita di Rael. Ma questa... e' un'altra storia!

venerdì 6 maggio 2011

Italy!


E bagno italiano fu… con un po’ di riposo tra scenari diversi, tra colline di Langa che sbocciavano alla primavera, mare e uliveti di Molfetta (dove abbiamo incontrato don Paolo, la sua accogliente famiglia, i suoi giovani in procinto di atterrare a Marsabit per un’estate diversa e la sua attiva parrocchia!), caldo e verde di Verona in compagnia di suor Pierina e del nettare del Vinitaly, neve di montagna (per Michael la prima volta… come ritornare bambini a 30 anni!) e sorrisi e vite di persone che rimangono care, amiche e vicine nonostante la lontananza fisica. Giorni condivisi tra incontri di gruppi, cresimandi, ragazzi del catechismo, bambini della scuola, un tiro al pallone appena possibile, gruppi missionari, catechisti, incontro con il nuovo vescovo Mons. Lanzetti e la firma del rinnovo della convenzione fino al 2014, interviste per il dvd dell’Azione Cattolica, polentata di Karibuni (con una nutrita combriccola somala che ci ha fatto capire quanto il mondo non ha più barriere, nonostante in tanti gliene vogliano mettere di nuovo, e in un certo senso ci stanno riuscendo!), un po’ di burocrazia e visite mediche e tempo passato in famiglia.

Stare, camminare, viaggiare, scoprire la neve e il mare, salire sulla Mole, sentirsi “turisti” a casa propria o abitanti di lunga data anche se arrivati solo da un giorno… Questo periodo di soggiorno nel Bel Paese, dal 23 marzo a metà aprile, è stato un momento importante per me e Michael, in cui ci siamo dovuti confrontare insieme con una realtà che ci ha fatto invertire le parti tra straniero e cittadino. Nonostante le premesse non fossero state così felici e fino a poche ore prima della partenza dal Kenya fossimo rimasti sulle spine per la fatidica carta d’ingresso per Michael nel “primo mondo”!

La paura del diverso, che continua ad essere venduta (o regalata) quotidianamente dai mass media e da tanti politici nella nostra Italia, a cui avevo preparato Michael, ci ha tolto il fiato fin dal primo momento in cui abbiamo messo piede nell’Ambasciata italiana. Nonostante le lettere di invito e di raccomandazione dei nostri due vescovi di Alba e di Marsabit, l’assicurazione sanitaria pagata e ripagata, la mia presenza nel viaggio di andata e ritorno e l’assicurazione dell’alloggio e delle spese coperte…, la risposta dell’Italia è stata NO. Michael non può entrare. E tanti come lui con il visto negato. Cavilli burocratici, che ci prendono alla sprovvista, vista la facilità con cui l’anno scorso Eva Darare aveva ottenuto il suo visto per l’Italia. Manca il timbro del Nunzio apostolico (il rappresentante del Vaticano in Kenya!), ci dicono. La Chiesa, nonostante tutto, a livello burocratico, è ancora uno Stato, rispettato e “corteggiato”. Per questa volta dico: “meno male”! Comunque, corse matte fino a 6 ore prima della partenza quando, grazie all’aiuto e al paterno sostegno del nostro vescovo Kihara, che la Provvidenza ha portato a Nairobi proprio in quei giorni, siamo riusciti ad avere la chiave per passare la porta stretta. Due notti passate a pregare, sveglia prima dell’alba per evitare il tremendo traffico della capitale ed iniziare le corse tra un ufficio e l’altro, il pianto finale al mattina della partenza: “Ci abbiamo provato, ma non ce l’abbiamo fatta, non c’è più tempo” e poi, invece, la Provvidenza agisce (anche Lei ha i suoi tempi, si sa!): grazie ad una telefonata dalla Nunziatura all’Ambasciata, robe da pezzi grossi, e il permesso del nunzio accordato sulla fiducia del suo vescovo Kihara… eccoci uscire alle 16 del 22 marzo da quel piccolo territorio dello Stato italiano nel centro di Nairobi con in tasca la chiave d’ingresso. Ultime compere, non stiamo più nella pelle dalla felicità, camminiamo per le strade fangose del sobborgo di Nairobi dove vive il fratello di Michael come se fossimo in piazza Duomo a Milano e i nostri cuori sono già in volo, per ringraziare Colui che ha reso possibile tutto questo.
Premesse al nostro soggiorno non così rassicuranti. Un po’ di freddo e ghiaccio, ancora, come primo impatto in alcuni incontri in Italia: “Forse la gente ha paura di me, non mi sorride, non mi guarda negli occhi, ha paura a parlare inglese, perché?”. “Pole pole, Mich… siamo langhetti noi, un po’… “muntagnin”, dacci tempo!”. E il tempo arriva. Sarà per il sorriso che Michael non risparmia a nessuno, sarà per la simpatia che alcuni hanno per le persone africane o forse per il senso di fratellanza e comunione che viene a galla dopo i primi minuti: esce il sole e il giacchio si scioglie, soprattutto con i bambini (direi soprattutto bambinE!!!). Tanto che ci dispiace proprio partire, ritornare, lasciare le cure e il buon cibo di mamma… Ma Erika ci aspetta a Nairobi, per salutarci dopo la sua esperienza di tre mesi nel Marsabit, anche lei con il suo bagaglio di avventure, imprevisti, amicizie nuove, incontri particolari… da raccontare o da custodire.
Dopo la sua partenza e alcune visite ad amici di Michael, mi preparo a ritornare a Marsabit per condividere la settimana santa e la Pasqua con la comunità dell’altopiano e dei suoi dintorni. Lascio le valigie, troppo ingombranti per il viaggio, alla procura di Nanyuki, con preghiera di spedirle su una macchina appena possibile e accetto un passaggio su una macchina della diocesi, molto affollata ma calorosa. Michael continua una full immersion a Nairobi, con gli altri laici missionari del suo gruppo.
Pasqua serena, pranzo con Darare e i suoi variegati ospiti, campo scuola per adolescenti in parrocchia con 120 ragazzi provenienti dalla nostra grande parrocchia, preparazione per riprendere il lavoro alla scuola…
E…siamo benedetti dalla pioggia, un’intera nottata con grande temporale. Pioggia attesa da tanto, pioggia che doveva essere lunga un mese e si limita ad una notte. La gente comunque esulta. Non sia che, proprio quella notte, Michael ha programmato il suo viaggio di ritorno a Marsabit e poi a Maikona con il famoso bus che ci collega ad Isiolo. Il fango è troppo; già in forte ritardo il bestione si impantana e lascia a piedi per ore i suoi ospiti, a 20 km da Marsabit. Parecchi tra i fortunati viaggiatori si incamminano a piedi e dopo tre ore nel fango raggiungono il centro. E così anche Michael. Una bella doccia (beh “doccia” si fa per dire, senza luce elettrica per quasi un mese, non posso pompare l’acqua dalla cisterna e quindi… lavaggio a pezzi!), il chai bollente, un po’ di riposo… e ci godiamo le ultime ore di “vacanza” insieme. Consapevoli di avere una Certezza dentro, che mai avevamo sentito così forte. Certezza che ci impegna, ci fa felici e ci spinge a ringraziare.

Il tempo di solitudine, dopo la partenza di Michael, non dura troppo. Festeggiamo il matrimonio di Joseph, mio vicino di casa e impiegato nei progetti di sviluppo della diocesi, con Stella, figlia del catechista di Kargi, tra canti, balli, organizzazione un po’ “holliwoodiana” e una buona capra! E poi… alla riapertura delle scuole, ecco il nostro piccolo nomade Adano tornare dal deserto con tante cose da raccontare, ma senza un posto dove stare, fino a quando il collegio non riaprirà (a discrezione del preside, che sembra si sia dimenticato di ordinare il cibo e la legna per il fuoco, ops!). Il letto si prepara in un batter d’occhio e divento mamma fino a data da destinarsi.
Come inizio del nuovo trimestre non c’è male!

sabato 5 marzo 2011

L'anno che e' venuto...

Che il tempo in questo nuovo anno scorra più veloce e in modo più uniforme mi sembra proprio una realtà… tant’è che, anche senza essermi presa una vacanza ufficiale dalla riflessione scribacchina, alla fine il blog è rimasto insabbiato (oppure congelato, a seconda dei continenti da dove lo leggete!) per qualche mesetto…
Il 2011 ha aperto il suo tempo con alcune piccole novità, che han portato sorrisi, responsabilità, preoccupazioni, solitudini nuove… Uno dei maggiori cambiamenti è che… da gennaio il nostro cortile appare vuoto: dove una volta mi arrabbiavo per le scorribande dei bambini dei vicini sopra le mie tenere pianticelle di zucchine, per il loro schiamazzare continuo, per la loro continua presenza in casa mia a colorare, disegnare, farsi raccontare, cucinare, mangiare… ecco che ora tutte queste cose sono solo bei ricordi, che il sabato pomeriggio e la domenica portano un po’ di rimpianto…
Con il nuovo anno scolastico infatti per il “capobanda” Robinson, che l’anno scorso frequentava al Memorial la seconda elementare, è stato deciso dai genitori che solo il collegio poteva temprare il suo carattere birichino e così ora studia a Nanyuki, mentre la sua mamma (che nel frattempo ha avuto un altro bimbo), il papà (autista dei nostri uffici diocesani) e i due fratellini se ne stanno buoni buoni in casa!
Tuttavia una più grande mancanza preme sul mio cuore: quella di Flora e di Umulat, che erano diventati un po’ i “miei” bimbi, per il tanto tempo che trascorrevamo insieme a casa e fuori. Il loro papà Hilary ha dato le dimissioni dall’Ufficio “Giustizia e Pace” della nostra diocesi ed ha trasferito la famiglia a North Horr, suo villaggio originario, dove già le due primogenite studiavano dallo scorso anno. Un camion ha portato via dalla loro casa, a due passi dalla mia, tutti i loro vestiti e le loro cose e Flora ora sta imparando a scrivere e a leggere in prima elementare nel bel mezzo del deserto!
Mi manca anche tanto il sorriso e la corsa traballante di Botu, la cuginetta, che a braccia aperte, dopo un primo momento di “conoscenza”, mi veniva incontro per essere presa in braccio… Averli tutti a tre in giro per casa era rumoroso, ma decisamente “pieno”!


Un’altra novità del 2011 è che è iniziato sotto le stelle di Kargi con mia mamma, che è venuta insieme ad altri giovani e meno giovani in Kenya per una decina di giorni. E’ stato molto bello vederla contenta di conoscere e incontrare tante persone che mi vogliono bene qui a Marsabit. E poi a Kargi, siamo riuscite anche ad andare nella capanna di mama Curreo, la mia “mamma africana” ed è stato veramente un incontro… di mamme! A te, mamma, grazie per aver avuto il coraggio di affrontare un viaggio così lungo e inusuale per la nostra famiglia, lasciando papà e figlio a casa da soli, per venire a vedere dove tua figlia, quella più matta, vive, lavora e cerca di servire gli altri per costruire un futuro comune e ridurre le distanze…
Un’altra nuova buona, che è arrivata carica di responsabilità e di impegno, è l’incarico di amministratrice per la scuola “Fr. John Memorial”, dove da settembre 2009, presto il mio servizio come insegnante di religione per alcune classi. La nomina non è arrivata come fulmine a ciel sereno, ma preparata da discussioni e proposte, che mi han fatto meditare e alla fine accettare. Quindi ora non solo più insegnamento, ma attenzione alle finanze, a quel che manca alla cucina della mensa, ai salari dei maestri, alle finiture della costruzione del nuovo asilo (già strapieno di bimbi!!!),
ai buoni rapporti con i genitori e con il preside, che ogni tanto si dimentica a casa un po’ di grinta e di autorità… La sfida è avvincente, anche se non rimane per me più tanto tempo libero e troppa disponibilità per viaggiare nel deserto per incontrare i giovani come ho fatto negli ultimi due anni!
Sentiti i pareri dei due vescovi, mons. Kihara di Marsabit e mons. Lanzetti di Alba, la mia idea e desiderio di rinnovare la “convenzione” per altri tre anni è diventata ormai una certezza. Ne sento il bisogno per dare una continuità a ciò che abbiamo iniziato a fare insieme nella scuola, già particolarmente provata dal cambio di quattro diverse amministrazioni nel giro di due anni (così come in parrocchia d’altronde!)… E ne sento il bisogno e desiderio anche per me, anche se questo rischia di sradicarmi dall’Italia e dagli amici italiani sempre di più e di dover riconsiderare il significato del termine “sentirsi a casa”. Rimango bianca di pelle, ma il cuore cammina e desidero, se volontà di Dio, che continui a camminare su queste strade, almeno per un altro po’. E desidero che non sia da sola a farlo, ma insieme a te, che stai imparando a conoscermi, ad amarmi e ad accogliere il mio fragile e confuso amore, con una libertà e adultità che quasi non pensavo esistessero più!
E poi tra poche settimane, un bagno italiano tra neve e freddo (a quanto pare!), ma di certo scaldato dalla presenza di amici, famiglia e incontri che daranno frutto, ancora una volta, nei cuori di ciascuno, come legame di comunione tra di noi e con Dio.

lunedì 20 dicembre 2010

Auguri



Carissimi Amici,
Siamo quasi giunti al termine del 2010 e ripensando ai giorni passati desidero dire grazie a tutti coloro che conservano e coltivano nel loro cuore e nelle scelte della loro vita l’affetto, la condivisione e l’attenzione per chi ancora vive ai margini, per chi tenta di rialzarsi in piedi ma gli vengono tagliate le gambe, per chi e’ schiacciato da una poverta’ nemica che non permette di sognare o di sperare in meglio. Non e’ Natale, se festeggiato da soli senza questi fratelli. Grazie a chi quest’anno ha deciso di viverlo in semplicita’, lasciando da parte “cose” e mettendo al centro l’uomo.
In questi giorni che precedono il Natale, vi auguro di potervi fermare in tranquillita’ e silenzio, lontani da luci, messaggi pubblicitari, lunghe code nei negozi, stress da regalo, per riposare un poco davanti alla grotta di Betlemme, dove 2.000 anni fa quel bambino nato da Maria ha cambiato la storia del mondo per sempre, firmando un accordo perenne di amore tra Dio e l’umanita’.
Con affetto e riconoscenza,
Patrizia

venerdì 19 novembre 2010

Due candeline!

E quasi me lo stavo dimenticando... ma ieri, 18 novembre 2010, sono stati esattamente due anni da quando quella mattina a Milano ho preso l’aereo che mi avrebbe portato a Nairobi la sera stessa, con i miei 40 kg di vita in valigia. Non è questo il luogo per fare una verifica della metà passata del mio stare qui come missionaria laica (ma sicuramente il tempo per la verifica è questo e spero che nei prossimi giorni avrò l’ispirazione, la pazienza e occhi attenti per scrivere al CMD), ma non posso non pensare a quante persone hanno camminato nella mia vita e a quante persone si sono lasciate incontrare e conoscere. Persone diverse da me, alcune arrivate come pioggia d’estate, altre delicate come neve sul prato, altre han lasciato fango e alcune han fatto fiorire boccioli… Di certo non sono quella che è partita due anni or sono. La mia vita si è mescolata, in bene e alcune volte in male, con quella di altri, in maniera esponenziale rispetto a come capitava quando ero in Italia. E sogno anche che chi mi ha incontrato e mi incontra se ne vada un po’ migliore, come tante volte succede a me. E poi penso a quanti chilometri le mie scarpe han macinato in questi 24 mesi, orse paragonabili a quelli che ho camminato nei miei primi 29 anni di vita! E a quante storie le mie orecchie han ascoltato e a come hanno inciso il mio cuore. Penso a quanti bimbi ho stretto le mani, a quelli mi sorridono e a quelli mi guardano strana perché mai avevano visto una con la pelle così scolorita, quasi malata! Penso ai banchi di scuola e ai miei alunni di quarta, quinta e ottava, alle loro vite in bocciolo, ai loro vissuti quaderni (che se li vedessero le maestre italiane svenirebbero per lo spavento!). Penso ai missionari con cui sto condividendo questo cammino, alle buone parole che ci scambiamo, all’affetto che ci sostiene quando la solitudine pesa troppo, alle torte gustate insieme, alle risate e alle confidenze con suor Pierina, alle discussioni su come fare missione senza creare dipendenza, su come portare Cristo in un modo giusto e capibile… Penso a tutte le persone che in questi due anni mi han fatto sperimentare che l’amicizia vera non muore, anche se non ci si vede fisicamente, perché la comunione del cuore e dello spirito è quello che davvero conta. E il mondo diventa piccolo, unico e unito. Penso a tutti coloro che han trovato modi vari e diversi per farsi prossimi, per superare l’individualismo che sembra soffocare le nostre belle colline piemontesi. Penso a chi non ha paura di scommettere in una vita e in un mondo diverso e lo fa scegliendo uno stile di vita consono, un modo di lavorare e di viaggiare alternativo, aperto agli altri. E poi penso a quegli occhi neri che stanno imparando a leggermi il cuore (ma che a volte ancora fanno un po’ fatica a… lasciarsi leggere!) e condividono con me un sogno e un amore. E non posso che essere contenta di questa scelta, tanto da valutare seriamente il rinnovo della convenzione per altri tre anni dopo novembre 2011. Consapevole che la mia forza non sarebbe bastata neppure per partire, figuriamoci restare!
Mi accorgo anche di come la mia fede sia diventata molto più essenziale, priva di parole poetiche che portano lontano da ciò che conta, ma indirizzata al fine…, saldamente legata alla Parola e all’accoglienza dello Spirito Santo. E mi rendo conto anche di quanto ho ricevuto, in termini di fiducia, di esempio di fede e di affidamento alla Provvidenza dalle persone che mi vivono accanto. Ma anche vedo bene quanto c’è ancora da fare, da testimoniare, da esserci e da esserci in un certo modo. A volte duro, secco, dritto, altre volte delicato, senza ferire, in punta di piedi, come vento leggero che ristora dal caldo sole…
Tuttavia non nego che alcune volte mi sorprendo ancora (ed è giusto così, perché mica so tutto o accetto tutto di questa cultura!) per il modo di vedere le cose, la vita, l’amore, il dopo, il futuro… dei fratelli kenyoti. E riflettevo in questi giorni, grazie a un fatto successomi, a come a volte qui le cose sono semplici. Lasciate che vi racconti come tante volte vengono a costituirsi le coppie, che dopo poco tempo scelgono di condividere il resto della loro vita insieme. E mi sembra di vedere nella concretezza il succo di quel detto africano che recita: “Voi europei sposate le donne che amate, noi africani amiamo le donne che sposiamo”! O come mi diceva pochi giorni fa un ragazzo: “Ci amiamo quando ci accettiamo a vicenda”. E’ abbastanza normale per un ragazzo originario di questa parte di Kenya avere in mente la propria “principessa”, le qualità che deve avere per essere una buona moglie e una buona madre (le due cose qui non sono scindibili: deve sapere tenere la casa, cucinare, lavare, allevare i bambini, essere ubbidiente, servizievole e non porti disonore al marito!), i valori che sostengono la sua vita, il suo stile di essere e di presentarsi (timida, preziosa, di poche parole, sorridente…). Le amicizie femminili che vengono coltivate fin dall’adolescenza non hanno altro scopo se non quello di avere un mazzo abbastanza grande di ragazze tra cui scegliere. E tutto questo viene fatto quando il ragazzo, spinto tante volte dalla pressione sociale e dalla sua famiglia (quando non è la stessa a suggerire per lui esempi di ragazze a modo, degne del matrimonio!), decide che è arrivato il momento di sposarsi e di formare una famiglia e di dare contributo alla specie umana (fortissimo qui questo senso!). E così quella che era solo un’amicizia di poche parole e di sguardi diventa nel giro di un paio di mesi un impegno per la vita, candido e puro (nel senso che non sono ammesse “troppe” effusioni, quasi non si sfiorano!), se la ragazza non è già stata “prenotata” (lett. “booked”!) da un altro pretendente. E’ difficile che una ragazza rifiuti. Anche lei nel suo cuore coltiva alcune amicizie maschili con la speranza che un giorno uno di questi ragazzi arrivi a casa sua per parlare con suo padre.
Non si pensi che per i ragazzi di Marsabit e dintorni che han studiato, anche fino all’università, le cose siano poi tanto diverse. Magari invece di un paio di mesi, ci impiegano un anno… Ma la procedura è alquanto simile. Da amici di famiglia a mariti! E se, come nel mio caso non ho qui presenti i miei genitori, i pretendenti vengono a parlare direttamente con me, dicendomi esplicitamente che han visto questo e quell’altro in me e che queste caratteristiche sono gradite e che, se io accetto, sono pronti a fidanzarsi con me, a “prenotarmi”. Da questo momento, a livello sociale, ai due è permesso vedersi qualche volta in pubblico, magari per bere una coca insieme o camminare un po’, per conoscersi meglio. L’innamoramento e l’attrazione ci sono, ma la decisione non dipende da quelli.
Ecco… poi tante volte succedono cose per me non logicamente spiegabili. A dispetto di tutto questo rispetto e candore per la propria futura moglie, al ragazzo (fin dall’adolescenza, o almeno dai 18-20 anni) è permesso cercarsi amanti con cui avere relazioni sessuali, che devono rimanere segrete. E le cerca tra le donne sposate (perché le ragazze non ancora sposate dovrebbero arrivare vergini al matrimonio ed e’ una vergogna, un taboo sociale essere sorpresi con una ragazza nubile, tanto più se poi lei rimane incinta). Tutto ciò in segreto, cercando di non essere sorpreso dal marito (che comunque è il primo che va con altre donne e quindi sa, ma chiude un occhio o tutti e due!). E anche qui, sono poche le donne forti che dicono di no e alcune volte succede che concepiscono bambini non dal proprio marito, ma senza che il “matrimonio” ne risenta. Il divorzio non è veramente in questa mentalità, almeno non per l’infedeltà. A volte penso alle nostre coppie cristiane, a come devono veramente lottare contro questa mentalità per mantenere il loro amore fedele e sicuro.
Nei corsi di educazione che portiamo avanti nelle scuole cerchiamo sempre di minare questo modo di pensare, presentando la mutua appartenenza e il particolare amore tra moglie e marito come cosa buona, profumata, di cui innamorarsi. A meno che non ci si innamori del Bene, non avremo le forze e l’autocontrollo per dire di no alle cose che dispiacciono il Bene e la Bellezza. Penso sia un cammino personale e comunitario lungo e complesso, che forse anche nel nostro cattolicissimo Piemonte e’ stato mascherato per tanto tempo dietro a taboo, paure e dogmi. Ora cadendo quelli, l’immoralità è dietro la porta. E dico immoralità per intendere la “bruttezza”, quello che non è origine di pace e serenità, di Bellezza interiore ed esteriore.
Sentiamoci uniti in questa battaglia per… ri-innamorarci della Bellezza, che e’ una battaglia comune a tutto il mondo.