sabato 30 ottobre 2010
Ingiustizie
E si', perche' ogni giorno, negli ultimi tempi, sembra venire fuori qualcosa che mi riguarda e mi tocca e che richiede un intervento chiaro e giusto, a favore dei piu' poveri dei poveri e della coerenza e limpidezza con chi ci aiuta.
Cerco sempre di non agire sotto impulso della rabbia, che in questi casi non puo' che essere presente (e per fortuna che lo e'!)... ma alcune cose mi battono talmente sui nervi che vorrei ribaltare il mondo al contrario! Come quando scopro che nella cucina della nostra scuola, per il pranzo dei nostri ragazzi, usiamo cibo che arriva dal "relieve food", ossia il cibo che il governo manda GRATIS a tutte le comunita' in caso di siccita'. E dico tra me e me:"Finalmente, il preside si e' deciso a fare domanda all'ufficio governativo per avere un po' di cibo, dato che lo danno anche alle scuole!". Peccato che scopro, parlando con il cuoco e con father Fred, che no, il cibo non ci e' arrivato gratis come avrebbe dovuto, anzi il padre incaricato della scuola l'ha comprato da un altro prete che l'ha comprato o ricevuto gratis dal Governo!!!
E cosi' ci stiamo mangiando il riso che era destinato alle famiglie che ne avevano bisogno... e in piu' l'abbiamo illegalmente comprato e pagato!!! Che tristezza!
Grazie a father Fred, stiamo anche cercando di mettere un po' di ordine in quelli che sono gli sponsor (cioe' i bambini per cui paghiamo le tasse scolastiche) e scopriamo con indignazione, che parecchie delle famiglie sponsorizzate sono famiglie con embrambi i genitori ben impiegati e alcuni di questi bambini hanno anche altri sponsor da ONG che pagano direttamente la famiglia l'importo delle tasse scolastiche e non solo... E uno dei questi e' un nostro catechista! Cosi' per alcuni, doppio sponsor!
Rimaniamo senza parole, ci chiediamo come mai in passato sono stati ammessi casi del genere, chiudendo un occhio o tutti e due gli occhi... e il preside ci dice che e'... per amicizia..., gente vicina alla chiesa, nostri cristiani, per fare loro un favore... E magari sono rimasti fuori dalla nostra scuola o hanno dovuto trasferire i loro figli altrove, famiglie che non potevano veramente pagare e che non avevano nessun aiuto da nessuna parte. E cosi' invece di aiutare proprio le persone in situazioni piu' complicate e difficili e dar loro un barlume di speranza, aiutando i loro figli ad avere una buona educazione e cultura e accesso a ottime scuole secondarie per poi davvero avere la possibilita' di avere un buon lavoro... ecco che noi fino ad adesso abbiamo preferito pagare le tasse a chi i soldi ce li aveva... cosi', per amicizia!
Una cosa e' certa: ora con father Fred le cose cambieranno piano piano perche' c'e' la volonta' di fare giustizia e di agire giustamente... e di visitare a casa tutte le famiglie a cui paghiamo le tasse scolastiche dei figli.
E poi anche il nostro famoso gruppo delle donne... Scopriamo che... non hanno piu' soldi da reinvestire nel loro business, come invece dovrebbe essere... dato che avrebbero dovuto togliere una piccola percentuale da ogni ricavo, per ogni oggetto venduto... E cosi' vengono da me e dalla suora a mendicare di imprestare loro i soldi per andare avanti nel loro lavoro... E in questi ultimi due anni, davvero i giovani di Alba ci hanno aiutato tanto tanto nella vendita dei loro manufatti e i soldi non sono mai mancati e neanche il mercato! E allora, i soldi che avrebbero dovuto essere lasciati in ufficio per il reinvestimento dove sono finiti?
Anche in questo caso, chiarezza sara' fatta, con modi e vie pienamente e umanamente sostenibili, per il bene comune e la serenita' di tutti!
lunedì 18 ottobre 2010
Ricerca...
A parte gli eccessi, che esistono abbondanti, la religiosità del popolo kenyano (o dei popoli kenyani… ma questo è un altro discorso!) permea tutta la loro vita pubblica e privata. E mai sentirete il presidente o qualche altra personalità pubblica concludere un discorso senza citare Dio e senza benedire i presenti.
Dio entra dappertutto, non solo nei pubblici comizi, ma anche nella vita quotidiana: dagli auguri per un bimbo appena nato, alla lettura delle vicissitudini giornaliere (anche quelle dipendenti puramente dalle decisioni e dalle responsabilità umane), dalle parole di incoraggiamento in una situazione difficile al ringraziamento per il bestiame che si possiede…
Dio entra dappertutto, ma troppe volte si vedono scollamenti così grandi tra ciò che si dice e ciò che si decide e si fa’, da mettere i brividi.
Ed è forse per questa ragione, per questa incoerenza di fondo e poi per la ricerca di un senso profondo a certe questioni (la vita, la malattia, la morte, la sofferenza) che le “chiese-funghi” (perché spuntano ad ogni angolo come funghi!) hanno tanti adepti. “We care – God heals” (Noi ci prendiamo cura, ci interessiamo – Dio guarisce) han scritto sullo schermo, mentre il pastore spiega come nel 2005 e anche recentemente due seguaci del suo gruppo che erano HIV positivi, sono stati completamente guariti da Dio, tramite le sue preghiere. Immagini di gente sulla carrozzina che miracolosamente cammina, di bambini disabili che si mettono a parlare o a muoversi… E dietro capisco come quest’uomo intelligente ha capito il bisogno profondo dell’uomo d’oggi (bianco o nero che sia): il sentirsi amato, il cercare risposte credibili alla sua sete di senso esistenziale.
E poi, ovviamente, il buon pastore in giacca e cravatta non si dimentica di indicare come donare soldi (perfino tramite SMS) per permettere alla sua opera di salvezza di proseguire…
Immagini di un salone gremito di gente che applaude e che attenta fissa gli occhi sul pastore che predica. Mi viene in mente la prima moltiplicazione dei pani di Gesù: “Vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6, 34). E per lo più, sfruttate da un mondo banale che vive per il dio denaro e non si preoccupa di usare a fini commerciali anche il più alto dei desideri umani: la ricerca di amore e di senso.
venerdì 15 ottobre 2010
Canta il sogno del mondo
"Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta.
Dai la mano
aiuta
comprendi
dimentica
e ricorda
solo il bene.
E del bene degli altri
godi e fai godere.
Godi del nulla che hai
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco
- se necessario -
dividi.
e vai,
vai leggero
dietro al vento
e al sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta
saluta tutti,
il nero, l'olivastro
e perfino il bianco.
Canta il sogno del mondo
che tutti i paesi
si contendano
di averti generato."
(Il grande male, Mondadori)
sabato 9 ottobre 2010
Dal mosto al vino...
Giornate piene di bambini. Anzi ricche di bambini.
Pochi giorni fa è nata Cornelia, la figlia di mio fratello James e sua moglie Mary, che si sono sposati a Kargi a dicembre 2009. E’ voluta venire al mondo quando era ancora troppo piccola e ora dorme nella pancia artificiale che la scalda e la aiuta a crescere. Ma ha due genitori che la chiamano “dono di Dio” e di certo Dio la protegge.
Non così fortunata come i due neonati da poco arrivati dalle suore di Madre Teresa qui a Marsabit. Uno è stato dato alla luce nell’ospedale di Marsabit, ma la mamma, poco sana di mente e non sposata, ha tentato di ucciderlo durante la sua prima notte di vita. I dottori l’han salvato e senza dir niente alla mamma, l’han affidato alle cure delle suore. L’altro, figlio di nessuno, l’han trovato sul bordo della strada non lontano dalla chiesa, infagottato e piangente, con ancora l’ombelico non guarito e una fame da lupi. Una mamma che al mattino presto passava nei pressi si e’ accorta di lui e ha chiamato la polizia. Che lo ha portato alla Hope House, la casa delle suore di Madre Teresa. Sono passata a vederli l’altro ieri, nei loro bei lettini tutti in ordine, infagottati nelle loro copertine e curati dalle signore che lavorano nella casa. Appena nati e già un passato così pesante sulle loro piccole spalle.
Ma d’altronde se andiamo a Nairobi nelle case per i bambini – i cosiddetti orfanotrofi – sentiamo raccontare decine e decine di storie così, mentre giochiamo con i bambini e osserviamo i loro capelli pettinati, i loro occhioni che scrutano il mondo e la loro voglia di vivere.
Come la storia di Adano che ho già raccontato e che e’ passato di qui, da casa, proprio pochi minuti fa dicendomi che domani pomeriggio – domenica – al collegio daranno il pomeriggio libero e lui… non sa cosa fare. E’ qui da solo, non ha nessun parente a Marsabit, molti degli altri alunni andranno a casa dalla mamma. Gli ho detto che io probabilmente non sarò a casa perché ho il gruppo del vangelo, ma lui può venire a giocare con i bimbi del nostro cortile. Flora e Humulat sono stati contenti di sapere che avranno un altro compagno di giochi e so di certo che Adano godrà della loro compagnia.
Oggi pomeriggio sono arrivata in parrocchia prima del solito e ho approfittato per seguire alcuni minuti Rai International. Immagini girate dall’elicottero che volava sulle campagne toscane e umbre, con un filo di nostalgia, mi han riportato per un attimo a casa, a Monforte, dove in questo momento il mosto bolle nelle botti, embrione di quel vino adulto che berremo tra qualche anno. Mi sono tornate alla mente belle immagini e… i profumi, che dopo aver messo la macchina in garage, salendo le scale per la cucina, riempivamo le mie narici i primi giorni di scuola, da alunna e da maestra. Un profumo segno di qualcosa che va formandosi nel buio della cantina, segno di un lavoro che non si ferma mai, di un amore, di una cura che porterà questo succo d’uva ad avere una sua etichetta e ad essere degustato in cene, che sarà sposato con cibi scelti, che porterà quel tocco in più quasi indispensabile ai nostri palati langaroli, segno di un incontro riuscito, di una festa felice, di una compagnia condivisa. Un mosto bambino il cui scopo e’ diventare un vino adulto. E non un adulto qualsiasi, il migliore vino che può essere.
Così come i nostri bambini. Tutti i bambini del mondo. Anche quelli che nascono già segnati in qualche modo. Un seme già sbocciato, che vuole diventare albero. O fiore. O erba. Ma il migliore che gli e’ dato di essere. E che cresce piano piano. Senza fretta. Aiutato da tante mani, alcune sapienti altre meno. E che ha bisogno di avere un serbatoio pieno di amore in sé, anche senza giocattoli, anche senza videogiochi, anche senza menu firmati dal nutrizionista (vorrei che ne venisse uno qui a firmare i nostri menu: polenta, fagioli, riso, cavoli, patate e poi si ricomincia!), anche senza assicurazioni di poter studiare fino al termine delle scuole medie o superiori perché non ci sono i soldi per farlo, anche senza essere lindi tutti i giorni da testa ai piedi.

Adulti in bocciolo che mi disarmano. Come un paio di giorni fa, quando al ritorno dal lavoro stanca e impolverata, volevo fare subito una doccia e poi rilassarmi un po’, ma mi trovo Humulat alla porta di casa appena arrivo. Gli spiego le mie intenzioni e lui mi dice che sta a giocare fuori. Bravo bimbo! Entro nel bagno, mi faccio la doccia e poi esco inviluppata nel mio asciugamano e… mi spavento e faccio un salto indietro: Humulat seduto per terra, nella penombra, vicino alla porta d’ingresso mi guarda serio e mi dice: “Ti voglio aspettare qui”. Gli sorrido: fantastico bambino dalla disarmante semplicità! Ecco la mia “Maria” che seduta ai piedi di Gesù sapeva dove riporre il suo cuore e che qualità dare alle sue relazioni. E come lo scorso lunedì, dopo essere stata il week end a Maikona, mi ero appena svegliata, quando ho sentito bussare alla porta. “Chi e’?”. “Sono io!”… Eccolo qui, il nostro Humulat: “Ma che ci fai già in piedi alle 6.20 di mattina?”. Gli occhietti ancora semichiusi e la faccia gonfia dal sonno, come se fosse saltato giù dal letto un minuto prima: “Sono venuto a salutarti perché ho visto che sei tornata!”.

Tante volte siamo tentati di pensare e di insegnare, soprattutto noi europei, che prima dobbiamo essere buoni, giusti, dobbiamo “crearci la salvezza”, essere perfetti e poi possiamo seguire Gesù. Ma i nostri bimbi ci insegnano in modo diverso; la vita, anche di coppia, ci insegna in modo diverso. E’ il viaggio con Lui e con gli altri che ci salva. Non la condizione di partenza di essere buoni e perfetti. O la convinzione di saper amare o di essere cristiana. E’ invece la missione qui che mi fa di Cristo, non il contrario. Non importa che peso ho caricato sulle spalle. E’ durante il santo viaggio che vengo salvata, che cresco, che imparo ad amare, perché e’ durante questo viaggio che assaporo il suo amore.
Come i bambini…
martedì 14 settembre 2010
Pillole d'Africa - Quando i nostri piedi camminano nella terra rossa

AFRICA...per tanti un continente come un altro, mentre per alcuni un “SOGNO” da voler realizzare. Ed è stato proprio così che, tra luglio ed agosto, per alcuni giovanotti si è concretizzata l’idea di vivere un’ “esperienza africana”, precisamente in Kenya.
Raccontare e cercare di dare un significato a tutto quello che abbiamo visto e vissuto non è semplice, perchè questa terra, rossa come il fuoco, ha una moltitudine di facce, e questa moltitudine di facce a sua volta ha una miriade di sguardi diversi, e cosa ti fa provare e sentire dipende tutto da come le guardi e da come le interpreti...
In questo mesetto che abbiamo passato in questo paese affascinante sotto ogni punto di vista, ci siamo accorti che è pieno di contraddizioni e di fatti ai quali non riesci a darti una spiegazione, sembra davvero di essere in un altro mondo.
Le domande che ti invadono sono tantissime e non ti lasciano stare..ti assalgono una dopo l'altra e tu non riesci a darti una risposta.
In centro a Nairobi, la vita non sembra esser molto diversa dalla nostra, ma man mano che ci si allontana dai palazzi e dalle strade trafficatissime, TUTTO cambia VELOCEMENTE, la povertà inizia a fare capolino e diventa sempre più profonda ed insolente, fino ad entrarti dentro e scuoterti. In mezzo alle baracche di Korogocho non è stato facile reggere l’impatto.
Da Nairobi però ci siamo allontanati, fino ad arrivare alla VERA Africa, quella dove le comodità come luce, acqua e gas NON son per tutti, dove le strade non son ricoperte d’asfalto, ma da sassi e polvere e che, insieme a buche e animali , rendono il minimo spostamento un’AVVENTURA !
Purtroppo l’Africa è TANTA povertà, che nessuna foto o filmato possono veramente far capire, solamente vedendola con i propri occhi si può iniziare a percepire e conoscere.

Nonostante questo l'Africa è anche tanta allegria, forza, fede, bellezza e serenità, che ti invadono giorno per giorno e lasciano dentro di te un senso di pace..
I suoi colori forti, i suoi odori, le notti dove le stelle la fanno da padrone lasciandoti a bocca aperta, l'aspettare il sorgere e il tramontare del sole, la sua musica..
I sorrisi, le strette di mano, la gente e i loro profumi, i loro mille saluti, la generosità e la loro ospitalità ti spiazzano quasi fin a farti star male e sentir in colpa.
E poi, l’Africa è fatta da MILLE e MILLE visini neri, bambini che con il loro : “How are you ?” cercano di rubare la tua attenzione, un tuo saluto o un tuo abbraccio che li possa rendere, per un istante meno “SOLI”, ricevendo in cambio, una felicità ENORME per gesti che, nella nostra realtà, sembrano ormai andati persi.
Le loro risate e i loro sguardi che ti scrutano e ti studiano quasi fossi un alieno, la loro allegria e vivacità ti entrano dentro senza chiederti il permesso, poco per volta ti penetrano e senza che tu te ne accorga iniziano a far parte di te.
E poi ancora a colpirti sono la forza e la fede dei Padri e delle Suore, dei missionari laici (w Patrizia!) che sono li e che spendono quotidianamente la loro vita per gli altri. Un grazie davvero enorme va a loro, per tutto quello che fanno, per come ci hanno accolti: vi ricorderemo per sempre nelle nostre preghiere!
Paura tanta paura di tornare, guardando dal finestrino dell'aereo già ci manca la sua terra..
È proprio VERO, il mal d’Africa esiste, appena tornato vorresti ripartire, ti prometti e riprometti di tornare e per questo speriamo di poter dire: ARRIVEDERCI continente nero.
Giorgia, Roberta, Francesco, Elena e Selene
mercoledì 1 settembre 2010
All'alba di un nuovo giorno

Ecco che riesco a ritagliarmi di nuovo un poco di tempo con una connessione internet decente e allora proseguo il racconto...
Gli altri due giorni trascorrono in modo meraviglioso. Con il simpatico Matongo, cognato di Richard e professore alle superiori, scopro da dove arrivano le sculture di pietra saponaria , parecchio famose anche in Italia. E mi stupisco per il duro lavoro che ci sta dietro, dall’arte di questi semplici scultori che da un pezzo di pietra informe ti sanno tirare fuori un uomo pensatore, un abbraccio tra mamma e bimbo, un animale, un piatto decorato, un portacandela… E purtroppo capisco che dietro a tutto questo bel mercato, c’e’ chi ci mangia a sbaffo, pagando una miseria questi primi lavoratori della catena produttiva (se paragoniamo al prezzo che noi paghiamo in Italia per una di questa sculture!).

Vivo con la famiglia di Matongo e Mary, sorella di Richard, e le loro due belle bambine, che subito si affezionano, il “katiba day”, festa nazionale in cui viene promulgata la nuova costituzione passata con referendum popolare il 4 agosto.
“Leo amezaliwa Kenya mpya!”: “Oggi nasce un nuovo Kenya”, un giorno storico per questa nazione, un’alba nuova perché, dopo 47 anni dalla liberazione dagli inglesi e la costituzione come Repubblica, oggi la legge base del Kenya è stata fatta ed approvata dai Kenyoti. Con tanti cambiamenti, soprattutto sui diritti umani e sull’organizzazione statale, ma di certo è una strada migliore rispetto a quella percorsa finora. E mi ha fatto effetto vedere tutti i parlamentari e i membri del Governo, presidente Kibaki compreso, sfilare davanti al giudice per il giuramento.

Dopo un sabato notte di temporali e pioggia a catinelle (e mie preghiere perché la pioggia smettesse almeno per due ore, tempo di raggiungere la città senza infangarci fino al ginocchio!), partiamo alle 6.30 da casa rifacendo all’inverso il percorso dell’arrivo. Arriviamo a Kisii dopo un’ora e mezza ed andiamo a messa in una delle parrocchie della città, in una chiesa che assomiglia più ad un salone che ad un luogo di preghiera e poco concilia il raccoglimento. Incontro, per Provvidenza (che qui lavora incessantemente!), una delle suore francescane che lavora in una delle parrocchie della nostra diocesi, Sololo, e così scopro che anche lei è una kisii ed è lì per alcuni giorni di vacanza. Mi rendo conto come, anche per lei, deve essere difficile vivere nel deserto, senza verde e con pochi alberi…
Saluto e ringrazio di cuore Richard e salgo sul primo matatu per Nakuru, dove dovrò cercarne un altro per Nanyuki, dove finalmente mi fermerò nella nostra casa diocesana per dormire e confermare il passaggio per Marsabit. Sono un po’ preoccupata perche’ parto tardi e arriverò di notte, il che non è molto buono per una bianca che viaggia da sola! Ma tutto fila liscio e dopo una veloce cena e una bella doccia, finalmente vado a riposare.
Le avventure vacanziere non sono ancora finite, scoprirò il giorno dopo. Entrambi i possibili passaggi su macchina che avevo per Marsabit saltano. Decido di partire per Isiolo con il fedele matatu e la Provvidenza non mi da’ tempo di pensare che si è dimenticata di me. Infatti incontro alla fermata due suore indiane della congregazione delle Nirmala sisters che conosco bene. Loro sono diretta a Wamba ma, intanto, facciamo un pezzo di strada insieme. Arrivate ad Isiolo, mi accompagnano fino al posto dove partono i bus per Marsabit e poi procedono per la loro destinazione.
Un vento folle carico di polvere e di sole mi ricorda che il verde di Kisii è lontano e che ormai sono entrata nella mia usuale parte di Kenya! C’e’ da aspettare, vado alla locanda che so essere gestita da Borana di Marsabit e subito incontro uno dei maestri della nostra scuola, con cui spenderò la maggior parte della giornata. Tento di andare all’Internet cafe, ma salta al luce e rinuncio. Ritorno al bar e riprendo il mio libro, incurante delle decine di occhi che mi scrutano e trovano decisamente buffa una “mzungu” che saluta in Borana e parla il kiswahili e legge in inglese e parla al telefono in italiano!
Dopo poco, una fragorosa risata e una mano sulla spalla mi fanno alzare gli occhi dalla mia pagina già iniziata una decina di volte: è Silvia Shanu, una signora di Marsabit, sorella del mio vicino di casa Hillary e membro del mio stesso gruppo del Vangelo in parrocchia… Non potevo essere più fortunata: mangiamo merenda insieme e chiacchieriamo fino all’ora della partenza…
E’ la prima volta che viaggio da Isiolo a Marsabit in pullman e quello che vedo salita sopra non mi incoraggia molto: imbarchiamo certo più bagagli, scatole, pacchi, sacchi che persone. Il tutto sopra il tetto del pullman e nel corridoio centrale. Mi siedo e non riesco più a muovermi, ma ringrazio i miei due vicini di posto che sono uomini semplici e non hanno portato roba con loro: almeno abbiamo il posto per mettere le gambe! I bimbi non hanno un posto assegnato e vengono tenuti in braccio se sono piccoli e sistemati alla bell’e meglio tra due sedili o sopra qualche sacco di mais nel corridoio. Partiamo con un’ora di ritardo, perche’ l’autista si accorge che non c’e’ olio nel motore. E poi acqua nel radiatore. E poi benzina nel serbatoio. Mi sembra che la gente, abituata a viaggiare sui camion, seduti sulle barre di ferro del tendone, non facciamo molta differenza con il pullman: lo stile di viaggio è simile, lo spirito idem… Dopo le prime fermate, ancora sulla nuova strada asfaltata, il pullman si svuota un poco e diventa più vivibile e… dormibile. Procediamo bene e dall’autista riesco anche a farmi lasciare proprio di fronte a casa, cosa non malvagia dato che sono le 3.30 di notte!
E così, rieccomi qui, nella mia polverosa casetta, ora vuota dopo le tante settimane di ospiti, di luglio e agosto. L’indomani mi aspetta un incontro in parrocchia in tarda mattinata (su una questione di giustizia!) e nel pomeriggio incontro con i maestri del Memorial, in preparazione al primo giorno di scuola, mercoledì 1 settembre. E una montagna di vestiti da lavare, rigorosamente a mano!
E allora bentornata alla vita quotidiana!
venerdì 27 agosto 2010
Vacanze in Nyanza province
Aspetto Richard, lo studente che ho conosciuto a giugno a Marsabit durante l’esperienza missionaria della Kenyatta University di Nairobi, che ogni anno invia qualche giovane volenteroso a condividere la propria fede con i nostri giovani. Anche se conosco meglio suo fratello Moses che non Richard: laico missionario che ha lavorato a Marsabit nel 2000-2004, nella scuola Memorial in cui presto servizio io ora. Ora Moses è preside di una scuola primaria a Hola, vicino a Garissa, sempre come laico missionario e quindi non ci incontreremo!
Appena scesa dal matatu, come benvenuto, ricevo una proposta di matrimonio da un mezzo ubriaco che, in mezzo a quella folla, dice che stava cercando proprio me (manco fosse difficile trovarmi là in mezzo: spiccavo come una macchia di caffè su una camicia bianca!). E questa attenzione della gente non si attenuerà nei giorni seguenti e mi farà sentire sempre “ospite”, anche se parlo kiswahili e ci capiamo…
Per fortuna Richard arriva subito e con il suo amico Adalbert andiamo a prenderci una coca. Appena capisco che per arrivare a casa di Richard dobbiamo prendere un altro matatu, mi accorgo di non sapere niente su ciò che mi aspetta nei prossimi giorni: pensavo infatti che abitasse “vicino” alla città, ossia “non lontano”, come mi aveva scritto nella mail prima di partire. E mentre un sorriso mi spunta sulle labbra, ho la consapevolezza che il suo “non lontano” da buon africano poco ci azzecca con il mio “vicino” europeo. E mi preparo ad affrontare un altro viaggio, completamente affidata a chi mi conduce.
Viaggio simpatico su un pulmino da dodici che ospita più di venti persone esclusi bambini e bagaglio (perche è giorno di mercato!) e… per fortuna, noi siamo seduti di fianco all’autista con il nostro spazio assicurato. Una ventina di minuti sull’asfalto. Poi cambiamo mezzo. Saliamo su una Peugeot familiare e in pochi minuti sul sedile di dietro siamo in cinque, e davanti l’autista ne fa accomodare due sul sedile passeggero e un altro praticamente sotto di lui. Non soddisfatto tre signore salgono ginnicamente nel cofano. Un altro quarto d’ora, questa volta su sterrato. Sono già imbambolata a guardare fuori, a immergermi nei bananeti, nel verde brillante del the’ e della canna da zucchero e dei cortili delle case ben curati, quando giungiamo in un villaggetto. E si sono fatte le quattro di pomeriggio: inizio a sentire fame perché con la frugale colazione del mattino a Nairobi alle 6.30, il mio stomaco è vuoto. Non sa che dovrà ancora aspettare 4-5 ore prima di poter festeggiare con un po’ di polenta e sukumawiki e brodo di pollo.
Scendiamo ed andiamo a salutare il papà di Richard che gestisce alcune camere in affitto e per questo non vive con la famiglia a casa. Mi da’ il benvenuto e aggiunge che guardandomi bene, non sono poi così diversa da lui: due occhi, un cuore, una bocca. Solo il colore della pelle è diverso, ben poca cosa rispetto a quello che ci unisce. Mi colpisce immensamente la sua voce calma, il suo buon kiswahili (è un maestro in pensione), la sua pace interiore, la sua estrema semplicità e il suo darsi da fare i suoi 11 figli, la maggior parte dei quali ancora a scuola (e gli altri tutti “studiati” fino all’università’!!!). Mi dice che la casa è un po’ lontanina, otto km a piedi. Oh, che gioia!!!
Ma intanto ecco che arriva Kim, un amico, prende il mio zaino con tutta la mia roba e mi dice di non preoccuparmi. E chi si preoccupa più ormai!
Lasciando da parte fame e stanchezza, l’africana che è in me prende il sopravvento: saluto sorridente chi incontriamo con le spalle leggere e gli occhi inebriati da queste dolci colline cosparse di case, capanne con il tetto di paglia e campi ben curati. E così i Km per casa si rivelano non troppo lunghi, di certo non otto!
E quello che mi attende è un ambiente semplicissimo, ma tipo svizzero: mucche da latte nel recinto di legno e tre casette curate con un bel giardino di fiori, alberi da frutto e prato quasi all’inglese e… niente immondizia in giro! La casa non ha acqua corrente, il bagno e neanche la luce elettrica. I fratelli più piccoli di Richard studiano a lume di una lampada a pannelli solari. Le stanze sono divise da un semplice muro che non arriva fino al soffitto (che non c’e’!)… ma l’atmosfera e la famiglia sono così accoglienti (e non invadenti!) che mi diverto a lavarmi nella bacinella, a usare la latrina tra gli alberi e a dormire accompagnata dai suoni della natura e del vagito del bebè Junior, figlio di Stella, sorella di Richard.