sabato 5 marzo 2011

L'anno che e' venuto...

Che il tempo in questo nuovo anno scorra più veloce e in modo più uniforme mi sembra proprio una realtà… tant’è che, anche senza essermi presa una vacanza ufficiale dalla riflessione scribacchina, alla fine il blog è rimasto insabbiato (oppure congelato, a seconda dei continenti da dove lo leggete!) per qualche mesetto…
Il 2011 ha aperto il suo tempo con alcune piccole novità, che han portato sorrisi, responsabilità, preoccupazioni, solitudini nuove… Uno dei maggiori cambiamenti è che… da gennaio il nostro cortile appare vuoto: dove una volta mi arrabbiavo per le scorribande dei bambini dei vicini sopra le mie tenere pianticelle di zucchine, per il loro schiamazzare continuo, per la loro continua presenza in casa mia a colorare, disegnare, farsi raccontare, cucinare, mangiare… ecco che ora tutte queste cose sono solo bei ricordi, che il sabato pomeriggio e la domenica portano un po’ di rimpianto…
Con il nuovo anno scolastico infatti per il “capobanda” Robinson, che l’anno scorso frequentava al Memorial la seconda elementare, è stato deciso dai genitori che solo il collegio poteva temprare il suo carattere birichino e così ora studia a Nanyuki, mentre la sua mamma (che nel frattempo ha avuto un altro bimbo), il papà (autista dei nostri uffici diocesani) e i due fratellini se ne stanno buoni buoni in casa!
Tuttavia una più grande mancanza preme sul mio cuore: quella di Flora e di Umulat, che erano diventati un po’ i “miei” bimbi, per il tanto tempo che trascorrevamo insieme a casa e fuori. Il loro papà Hilary ha dato le dimissioni dall’Ufficio “Giustizia e Pace” della nostra diocesi ed ha trasferito la famiglia a North Horr, suo villaggio originario, dove già le due primogenite studiavano dallo scorso anno. Un camion ha portato via dalla loro casa, a due passi dalla mia, tutti i loro vestiti e le loro cose e Flora ora sta imparando a scrivere e a leggere in prima elementare nel bel mezzo del deserto!
Mi manca anche tanto il sorriso e la corsa traballante di Botu, la cuginetta, che a braccia aperte, dopo un primo momento di “conoscenza”, mi veniva incontro per essere presa in braccio… Averli tutti a tre in giro per casa era rumoroso, ma decisamente “pieno”!


Un’altra novità del 2011 è che è iniziato sotto le stelle di Kargi con mia mamma, che è venuta insieme ad altri giovani e meno giovani in Kenya per una decina di giorni. E’ stato molto bello vederla contenta di conoscere e incontrare tante persone che mi vogliono bene qui a Marsabit. E poi a Kargi, siamo riuscite anche ad andare nella capanna di mama Curreo, la mia “mamma africana” ed è stato veramente un incontro… di mamme! A te, mamma, grazie per aver avuto il coraggio di affrontare un viaggio così lungo e inusuale per la nostra famiglia, lasciando papà e figlio a casa da soli, per venire a vedere dove tua figlia, quella più matta, vive, lavora e cerca di servire gli altri per costruire un futuro comune e ridurre le distanze…
Un’altra nuova buona, che è arrivata carica di responsabilità e di impegno, è l’incarico di amministratrice per la scuola “Fr. John Memorial”, dove da settembre 2009, presto il mio servizio come insegnante di religione per alcune classi. La nomina non è arrivata come fulmine a ciel sereno, ma preparata da discussioni e proposte, che mi han fatto meditare e alla fine accettare. Quindi ora non solo più insegnamento, ma attenzione alle finanze, a quel che manca alla cucina della mensa, ai salari dei maestri, alle finiture della costruzione del nuovo asilo (già strapieno di bimbi!!!),
ai buoni rapporti con i genitori e con il preside, che ogni tanto si dimentica a casa un po’ di grinta e di autorità… La sfida è avvincente, anche se non rimane per me più tanto tempo libero e troppa disponibilità per viaggiare nel deserto per incontrare i giovani come ho fatto negli ultimi due anni!
Sentiti i pareri dei due vescovi, mons. Kihara di Marsabit e mons. Lanzetti di Alba, la mia idea e desiderio di rinnovare la “convenzione” per altri tre anni è diventata ormai una certezza. Ne sento il bisogno per dare una continuità a ciò che abbiamo iniziato a fare insieme nella scuola, già particolarmente provata dal cambio di quattro diverse amministrazioni nel giro di due anni (così come in parrocchia d’altronde!)… E ne sento il bisogno e desiderio anche per me, anche se questo rischia di sradicarmi dall’Italia e dagli amici italiani sempre di più e di dover riconsiderare il significato del termine “sentirsi a casa”. Rimango bianca di pelle, ma il cuore cammina e desidero, se volontà di Dio, che continui a camminare su queste strade, almeno per un altro po’. E desidero che non sia da sola a farlo, ma insieme a te, che stai imparando a conoscermi, ad amarmi e ad accogliere il mio fragile e confuso amore, con una libertà e adultità che quasi non pensavo esistessero più!
E poi tra poche settimane, un bagno italiano tra neve e freddo (a quanto pare!), ma di certo scaldato dalla presenza di amici, famiglia e incontri che daranno frutto, ancora una volta, nei cuori di ciascuno, come legame di comunione tra di noi e con Dio.

lunedì 20 dicembre 2010

Auguri



Carissimi Amici,
Siamo quasi giunti al termine del 2010 e ripensando ai giorni passati desidero dire grazie a tutti coloro che conservano e coltivano nel loro cuore e nelle scelte della loro vita l’affetto, la condivisione e l’attenzione per chi ancora vive ai margini, per chi tenta di rialzarsi in piedi ma gli vengono tagliate le gambe, per chi e’ schiacciato da una poverta’ nemica che non permette di sognare o di sperare in meglio. Non e’ Natale, se festeggiato da soli senza questi fratelli. Grazie a chi quest’anno ha deciso di viverlo in semplicita’, lasciando da parte “cose” e mettendo al centro l’uomo.
In questi giorni che precedono il Natale, vi auguro di potervi fermare in tranquillita’ e silenzio, lontani da luci, messaggi pubblicitari, lunghe code nei negozi, stress da regalo, per riposare un poco davanti alla grotta di Betlemme, dove 2.000 anni fa quel bambino nato da Maria ha cambiato la storia del mondo per sempre, firmando un accordo perenne di amore tra Dio e l’umanita’.
Con affetto e riconoscenza,
Patrizia

venerdì 19 novembre 2010

Due candeline!

E quasi me lo stavo dimenticando... ma ieri, 18 novembre 2010, sono stati esattamente due anni da quando quella mattina a Milano ho preso l’aereo che mi avrebbe portato a Nairobi la sera stessa, con i miei 40 kg di vita in valigia. Non è questo il luogo per fare una verifica della metà passata del mio stare qui come missionaria laica (ma sicuramente il tempo per la verifica è questo e spero che nei prossimi giorni avrò l’ispirazione, la pazienza e occhi attenti per scrivere al CMD), ma non posso non pensare a quante persone hanno camminato nella mia vita e a quante persone si sono lasciate incontrare e conoscere. Persone diverse da me, alcune arrivate come pioggia d’estate, altre delicate come neve sul prato, altre han lasciato fango e alcune han fatto fiorire boccioli… Di certo non sono quella che è partita due anni or sono. La mia vita si è mescolata, in bene e alcune volte in male, con quella di altri, in maniera esponenziale rispetto a come capitava quando ero in Italia. E sogno anche che chi mi ha incontrato e mi incontra se ne vada un po’ migliore, come tante volte succede a me. E poi penso a quanti chilometri le mie scarpe han macinato in questi 24 mesi, orse paragonabili a quelli che ho camminato nei miei primi 29 anni di vita! E a quante storie le mie orecchie han ascoltato e a come hanno inciso il mio cuore. Penso a quanti bimbi ho stretto le mani, a quelli mi sorridono e a quelli mi guardano strana perché mai avevano visto una con la pelle così scolorita, quasi malata! Penso ai banchi di scuola e ai miei alunni di quarta, quinta e ottava, alle loro vite in bocciolo, ai loro vissuti quaderni (che se li vedessero le maestre italiane svenirebbero per lo spavento!). Penso ai missionari con cui sto condividendo questo cammino, alle buone parole che ci scambiamo, all’affetto che ci sostiene quando la solitudine pesa troppo, alle torte gustate insieme, alle risate e alle confidenze con suor Pierina, alle discussioni su come fare missione senza creare dipendenza, su come portare Cristo in un modo giusto e capibile… Penso a tutte le persone che in questi due anni mi han fatto sperimentare che l’amicizia vera non muore, anche se non ci si vede fisicamente, perché la comunione del cuore e dello spirito è quello che davvero conta. E il mondo diventa piccolo, unico e unito. Penso a tutti coloro che han trovato modi vari e diversi per farsi prossimi, per superare l’individualismo che sembra soffocare le nostre belle colline piemontesi. Penso a chi non ha paura di scommettere in una vita e in un mondo diverso e lo fa scegliendo uno stile di vita consono, un modo di lavorare e di viaggiare alternativo, aperto agli altri. E poi penso a quegli occhi neri che stanno imparando a leggermi il cuore (ma che a volte ancora fanno un po’ fatica a… lasciarsi leggere!) e condividono con me un sogno e un amore. E non posso che essere contenta di questa scelta, tanto da valutare seriamente il rinnovo della convenzione per altri tre anni dopo novembre 2011. Consapevole che la mia forza non sarebbe bastata neppure per partire, figuriamoci restare!
Mi accorgo anche di come la mia fede sia diventata molto più essenziale, priva di parole poetiche che portano lontano da ciò che conta, ma indirizzata al fine…, saldamente legata alla Parola e all’accoglienza dello Spirito Santo. E mi rendo conto anche di quanto ho ricevuto, in termini di fiducia, di esempio di fede e di affidamento alla Provvidenza dalle persone che mi vivono accanto. Ma anche vedo bene quanto c’è ancora da fare, da testimoniare, da esserci e da esserci in un certo modo. A volte duro, secco, dritto, altre volte delicato, senza ferire, in punta di piedi, come vento leggero che ristora dal caldo sole…
Tuttavia non nego che alcune volte mi sorprendo ancora (ed è giusto così, perché mica so tutto o accetto tutto di questa cultura!) per il modo di vedere le cose, la vita, l’amore, il dopo, il futuro… dei fratelli kenyoti. E riflettevo in questi giorni, grazie a un fatto successomi, a come a volte qui le cose sono semplici. Lasciate che vi racconti come tante volte vengono a costituirsi le coppie, che dopo poco tempo scelgono di condividere il resto della loro vita insieme. E mi sembra di vedere nella concretezza il succo di quel detto africano che recita: “Voi europei sposate le donne che amate, noi africani amiamo le donne che sposiamo”! O come mi diceva pochi giorni fa un ragazzo: “Ci amiamo quando ci accettiamo a vicenda”. E’ abbastanza normale per un ragazzo originario di questa parte di Kenya avere in mente la propria “principessa”, le qualità che deve avere per essere una buona moglie e una buona madre (le due cose qui non sono scindibili: deve sapere tenere la casa, cucinare, lavare, allevare i bambini, essere ubbidiente, servizievole e non porti disonore al marito!), i valori che sostengono la sua vita, il suo stile di essere e di presentarsi (timida, preziosa, di poche parole, sorridente…). Le amicizie femminili che vengono coltivate fin dall’adolescenza non hanno altro scopo se non quello di avere un mazzo abbastanza grande di ragazze tra cui scegliere. E tutto questo viene fatto quando il ragazzo, spinto tante volte dalla pressione sociale e dalla sua famiglia (quando non è la stessa a suggerire per lui esempi di ragazze a modo, degne del matrimonio!), decide che è arrivato il momento di sposarsi e di formare una famiglia e di dare contributo alla specie umana (fortissimo qui questo senso!). E così quella che era solo un’amicizia di poche parole e di sguardi diventa nel giro di un paio di mesi un impegno per la vita, candido e puro (nel senso che non sono ammesse “troppe” effusioni, quasi non si sfiorano!), se la ragazza non è già stata “prenotata” (lett. “booked”!) da un altro pretendente. E’ difficile che una ragazza rifiuti. Anche lei nel suo cuore coltiva alcune amicizie maschili con la speranza che un giorno uno di questi ragazzi arrivi a casa sua per parlare con suo padre.
Non si pensi che per i ragazzi di Marsabit e dintorni che han studiato, anche fino all’università, le cose siano poi tanto diverse. Magari invece di un paio di mesi, ci impiegano un anno… Ma la procedura è alquanto simile. Da amici di famiglia a mariti! E se, come nel mio caso non ho qui presenti i miei genitori, i pretendenti vengono a parlare direttamente con me, dicendomi esplicitamente che han visto questo e quell’altro in me e che queste caratteristiche sono gradite e che, se io accetto, sono pronti a fidanzarsi con me, a “prenotarmi”. Da questo momento, a livello sociale, ai due è permesso vedersi qualche volta in pubblico, magari per bere una coca insieme o camminare un po’, per conoscersi meglio. L’innamoramento e l’attrazione ci sono, ma la decisione non dipende da quelli.
Ecco… poi tante volte succedono cose per me non logicamente spiegabili. A dispetto di tutto questo rispetto e candore per la propria futura moglie, al ragazzo (fin dall’adolescenza, o almeno dai 18-20 anni) è permesso cercarsi amanti con cui avere relazioni sessuali, che devono rimanere segrete. E le cerca tra le donne sposate (perché le ragazze non ancora sposate dovrebbero arrivare vergini al matrimonio ed e’ una vergogna, un taboo sociale essere sorpresi con una ragazza nubile, tanto più se poi lei rimane incinta). Tutto ciò in segreto, cercando di non essere sorpreso dal marito (che comunque è il primo che va con altre donne e quindi sa, ma chiude un occhio o tutti e due!). E anche qui, sono poche le donne forti che dicono di no e alcune volte succede che concepiscono bambini non dal proprio marito, ma senza che il “matrimonio” ne risenta. Il divorzio non è veramente in questa mentalità, almeno non per l’infedeltà. A volte penso alle nostre coppie cristiane, a come devono veramente lottare contro questa mentalità per mantenere il loro amore fedele e sicuro.
Nei corsi di educazione che portiamo avanti nelle scuole cerchiamo sempre di minare questo modo di pensare, presentando la mutua appartenenza e il particolare amore tra moglie e marito come cosa buona, profumata, di cui innamorarsi. A meno che non ci si innamori del Bene, non avremo le forze e l’autocontrollo per dire di no alle cose che dispiacciono il Bene e la Bellezza. Penso sia un cammino personale e comunitario lungo e complesso, che forse anche nel nostro cattolicissimo Piemonte e’ stato mascherato per tanto tempo dietro a taboo, paure e dogmi. Ora cadendo quelli, l’immoralità è dietro la porta. E dico immoralità per intendere la “bruttezza”, quello che non è origine di pace e serenità, di Bellezza interiore ed esteriore.
Sentiamoci uniti in questa battaglia per… ri-innamorarci della Bellezza, che e’ una battaglia comune a tutto il mondo.

sabato 30 ottobre 2010

Ingiustizie

Alcuni giorni dopo la prima pioggia (e non e' che sta piovendo molto, una pioggerella ogni notte) e gia' ci incantiamo a contemplare i fili verdi che quasi all'improvvisoo hanno fatto la loro comparsa nel nostro cortile, noncuranti dell'erba secca e della plastica che la fan ancora da padroni. E questo verde brillante e' davvero relax per gli occhi, stanchi di polvere e di... ingiustizie.
E si', perche' ogni giorno, negli ultimi tempi, sembra venire fuori qualcosa che mi riguarda e mi tocca e che richiede un intervento chiaro e giusto, a favore dei piu' poveri dei poveri e della coerenza e limpidezza con chi ci aiuta.
Cerco sempre di non agire sotto impulso della rabbia, che in questi casi non puo' che essere presente (e per fortuna che lo e'!)... ma alcune cose mi battono talmente sui nervi che vorrei ribaltare il mondo al contrario! Come quando scopro che nella cucina della nostra scuola, per il pranzo dei nostri ragazzi, usiamo cibo che arriva dal "relieve food", ossia il cibo che il governo manda GRATIS a tutte le comunita' in caso di siccita'. E dico tra me e me:"Finalmente, il preside si e' deciso a fare domanda all'ufficio governativo per avere un po' di cibo, dato che lo danno anche alle scuole!". Peccato che scopro, parlando con il cuoco e con father Fred, che no, il cibo non ci e' arrivato gratis come avrebbe dovuto, anzi il padre incaricato della scuola l'ha comprato da un altro prete che l'ha comprato o ricevuto gratis dal Governo!!!
E cosi' ci stiamo mangiando il riso che era destinato alle famiglie che ne avevano bisogno... e in piu' l'abbiamo illegalmente comprato e pagato!!! Che tristezza!
Grazie a father Fred, stiamo anche cercando di mettere un po' di ordine in quelli che sono gli sponsor (cioe' i bambini per cui paghiamo le tasse scolastiche) e scopriamo con indignazione, che parecchie delle famiglie sponsorizzate sono famiglie con embrambi i genitori ben impiegati e alcuni di questi bambini hanno anche altri sponsor da ONG che pagano direttamente la famiglia l'importo delle tasse scolastiche e non solo... E uno dei questi e' un nostro catechista! Cosi' per alcuni, doppio sponsor!
Rimaniamo senza parole, ci chiediamo come mai in passato sono stati ammessi casi del genere, chiudendo un occhio o tutti e due gli occhi... e il preside ci dice che e'... per amicizia..., gente vicina alla chiesa, nostri cristiani, per fare loro un favore... E magari sono rimasti fuori dalla nostra scuola o hanno dovuto trasferire i loro figli altrove, famiglie che non potevano veramente pagare e che non avevano nessun aiuto da nessuna parte. E cosi' invece di aiutare proprio le persone in situazioni piu' complicate e difficili e dar loro un barlume di speranza, aiutando i loro figli ad avere una buona educazione e cultura e accesso a ottime scuole secondarie per poi davvero avere la possibilita' di avere un buon lavoro... ecco che noi fino ad adesso abbiamo preferito pagare le tasse a chi i soldi ce li aveva... cosi', per amicizia!
Una cosa e' certa: ora con father Fred le cose cambieranno piano piano perche' c'e' la volonta' di fare giustizia e di agire giustamente... e di visitare a casa tutte le famiglie a cui paghiamo le tasse scolastiche dei figli.
E poi anche il nostro famoso gruppo delle donne... Scopriamo che... non hanno piu' soldi da reinvestire nel loro business, come invece dovrebbe essere... dato che avrebbero dovuto togliere una piccola percentuale da ogni ricavo, per ogni oggetto venduto... E cosi' vengono da me e dalla suora a mendicare di imprestare loro i soldi per andare avanti nel loro lavoro... E in questi ultimi due anni, davvero i giovani di Alba ci hanno aiutato tanto tanto nella vendita dei loro manufatti e i soldi non sono mai mancati e neanche il mercato! E allora, i soldi che avrebbero dovuto essere lasciati in ufficio per il reinvestimento dove sono finiti?
Anche in questo caso, chiarezza sara' fatta, con modi e vie pienamente e umanamente sostenibili, per il bene comune e la serenita' di tutti!

lunedì 18 ottobre 2010

Ricerca...

“Mungu anaweza”, “Dio può, Dio è capace!”: è la voce del pastore della “God’s power Church” (“la Chiesa del potere di Dio” di Ruaraka), che tiene una specie di show sulla tv nazionale kenyota. Non è una cosa inusuale sentire parlare di Dio la domenica qui in Kenya: per radio, per televisione, sui pullman e pulmini in Nairobi, si trasmettono programmi e musica religiosa a tutto volume fin dalle sette del mattino. E poi le varie chiese (o sette, come vogliamo chiamarle?) mettono fuori per strada i loro altoparlanti e iniziano con i loro “alleluia- amen” i sermoni accompagnati da ritornelli cantati e lettura della parola di Dio a tutto spiano. Pastori e predicatori (improvvisati o no) scelgono posti strategici, parchi, incroci stradali, giardini pubblici, per radunare gente con le loro parole e magari le loro preghiere di guarigione.
A parte gli eccessi, che esistono abbondanti, la religiosità del popolo kenyano (o dei popoli kenyani… ma questo è un altro discorso!) permea tutta la loro vita pubblica e privata. E mai sentirete il presidente o qualche altra personalità pubblica concludere un discorso senza citare Dio e senza benedire i presenti.
Dio entra dappertutto, non solo nei pubblici comizi, ma anche nella vita quotidiana: dagli auguri per un bimbo appena nato, alla lettura delle vicissitudini giornaliere (anche quelle dipendenti puramente dalle decisioni e dalle responsabilità umane), dalle parole di incoraggiamento in una situazione difficile al ringraziamento per il bestiame che si possiede…
Dio entra dappertutto, ma troppe volte si vedono scollamenti così grandi tra ciò che si dice e ciò che si decide e si fa’, da mettere i brividi.
Ed è forse per questa ragione, per questa incoerenza di fondo e poi per la ricerca di un senso profondo a certe questioni (la vita, la malattia, la morte, la sofferenza) che le “chiese-funghi” (perché spuntano ad ogni angolo come funghi!) hanno tanti adepti. “We care – God heals” (Noi ci prendiamo cura, ci interessiamo – Dio guarisce) han scritto sullo schermo, mentre il pastore spiega come nel 2005 e anche recentemente due seguaci del suo gruppo che erano HIV positivi, sono stati completamente guariti da Dio, tramite le sue preghiere. Immagini di gente sulla carrozzina che miracolosamente cammina, di bambini disabili che si mettono a parlare o a muoversi… E dietro capisco come quest’uomo intelligente ha capito il bisogno profondo dell’uomo d’oggi (bianco o nero che sia): il sentirsi amato, il cercare risposte credibili alla sua sete di senso esistenziale.
E poi, ovviamente, il buon pastore in giacca e cravatta non si dimentica di indicare come donare soldi (perfino tramite SMS) per permettere alla sua opera di salvezza di proseguire…
Immagini di un salone gremito di gente che applaude e che attenta fissa gli occhi sul pastore che predica. Mi viene in mente la prima moltiplicazione dei pani di Gesù: “Vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore” (Mc 6, 34). E per lo più, sfruttate da un mondo banale che vive per il dio denaro e non si preoccupa di usare a fini commerciali anche il più alto dei desideri umani: la ricerca di amore e di senso.

venerdì 15 ottobre 2010

Canta il sogno del mondo

Grazie a Elena per la bella dedica. Troppo bella per tenerla solo per me.

"Ama
saluta la gente
dona
perdona
ama ancora e saluta.
Dai la mano
aiuta
comprendi
dimentica
e ricorda
solo il bene.
E del bene degli altri
godi e fai godere.
Godi del nulla che hai
del poco che basta
giorno dopo giorno:
e pure quel poco
- se necessario -
dividi.
e vai,
vai leggero
dietro al vento
e al sole
e canta.
Vai di paese in paese
e saluta
saluta tutti,
il nero, l'olivastro
e perfino il bianco.
Canta il sogno del mondo
che tutti i paesi
si contendano
di averti generato."


(Il grande male, Mondadori)

sabato 9 ottobre 2010

Dal mosto al vino...


Giornate piene di bambini. Anzi ricche di bambini.
Pochi giorni fa è nata Cornelia, la figlia di mio fratello James e sua moglie Mary, che si sono sposati a Kargi a dicembre 2009. E’ voluta venire al mondo quando era ancora troppo piccola e ora dorme nella pancia artificiale che la scalda e la aiuta a crescere. Ma ha due genitori che la chiamano “dono di Dio” e di certo Dio la protegge.
Non così fortunata come i due neonati da poco arrivati dalle suore di Madre Teresa qui a Marsabit. Uno è stato dato alla luce nell’ospedale di Marsabit, ma la mamma, poco sana di mente e non sposata, ha tentato di ucciderlo durante la sua prima notte di vita. I dottori l’han salvato e senza dir niente alla mamma, l’han affidato alle cure delle suore. L’altro, figlio di nessuno, l’han trovato sul bordo della strada non lontano dalla chiesa, infagottato e piangente, con ancora l’ombelico non guarito e una fame da lupi. Una mamma che al mattino presto passava nei pressi si e’ accorta di lui e ha chiamato la polizia. Che lo ha portato alla Hope House, la casa delle suore di Madre Teresa. Sono passata a vederli l’altro ieri, nei loro bei lettini tutti in ordine, infagottati nelle loro copertine e curati dalle signore che lavorano nella casa. Appena nati e già un passato così pesante sulle loro piccole spalle.
Ma d’altronde se andiamo a Nairobi nelle case per i bambini – i cosiddetti orfanotrofi – sentiamo raccontare decine e decine di storie così, mentre giochiamo con i bambini e osserviamo i loro capelli pettinati, i loro occhioni che scrutano il mondo e la loro voglia di vivere.
Come la storia di Adano che ho già raccontato e che e’ passato di qui, da casa, proprio pochi minuti fa dicendomi che domani pomeriggio – domenica – al collegio daranno il pomeriggio libero e lui… non sa cosa fare. E’ qui da solo, non ha nessun parente a Marsabit, molti degli altri alunni andranno a casa dalla mamma. Gli ho detto che io probabilmente non sarò a casa perché ho il gruppo del vangelo, ma lui può venire a giocare con i bimbi del nostro cortile. Flora e Humulat sono stati contenti di sapere che avranno un altro compagno di giochi e so di certo che Adano godrà della loro compagnia.
Oggi pomeriggio sono arrivata in parrocchia prima del solito e ho approfittato per seguire alcuni minuti Rai International. Immagini girate dall’elicottero che volava sulle campagne toscane e umbre, con un filo di nostalgia, mi han riportato per un attimo a casa, a Monforte, dove in questo momento il mosto bolle nelle botti, embrione di quel vino adulto che berremo tra qualche anno. Mi sono tornate alla mente belle immagini e… i profumi, che dopo aver messo la macchina in garage, salendo le scale per la cucina, riempivamo le mie narici i primi giorni di scuola, da alunna e da maestra. Un profumo segno di qualcosa che va formandosi nel buio della cantina, segno di un lavoro che non si ferma mai, di un amore, di una cura che porterà questo succo d’uva ad avere una sua etichetta e ad essere degustato in cene, che sarà sposato con cibi scelti, che porterà quel tocco in più quasi indispensabile ai nostri palati langaroli, segno di un incontro riuscito, di una festa felice, di una compagnia condivisa. Un mosto bambino il cui scopo e’ diventare un vino adulto. E non un adulto qualsiasi, il migliore vino che può essere.
Così come i nostri bambini. Tutti i bambini del mondo. Anche quelli che nascono già segnati in qualche modo. Un seme già sbocciato, che vuole diventare albero. O fiore. O erba. Ma il migliore che gli e’ dato di essere. E che cresce piano piano. Senza fretta. Aiutato da tante mani, alcune sapienti altre meno. E che ha bisogno di avere un serbatoio pieno di amore in sé, anche senza giocattoli, anche senza videogiochi, anche senza menu firmati dal nutrizionista (vorrei che ne venisse uno qui a firmare i nostri menu: polenta, fagioli, riso, cavoli, patate e poi si ricomincia!), anche senza assicurazioni di poter studiare fino al termine delle scuole medie o superiori perché non ci sono i soldi per farlo, anche senza essere lindi tutti i giorni da testa ai piedi.

Adulti in bocciolo che mi disarmano. Come un paio di giorni fa, quando al ritorno dal lavoro stanca e impolverata, volevo fare subito una doccia e poi rilassarmi un po’, ma mi trovo Humulat alla porta di casa appena arrivo. Gli spiego le mie intenzioni e lui mi dice che sta a giocare fuori. Bravo bimbo! Entro nel bagno, mi faccio la doccia e poi esco inviluppata nel mio asciugamano e… mi spavento e faccio un salto indietro: Humulat seduto per terra, nella penombra, vicino alla porta d’ingresso mi guarda serio e mi dice: “Ti voglio aspettare qui”. Gli sorrido: fantastico bambino dalla disarmante semplicità! Ecco la mia “Maria” che seduta ai piedi di Gesù sapeva dove riporre il suo cuore e che qualità dare alle sue relazioni. E come lo scorso lunedì, dopo essere stata il week end a Maikona, mi ero appena svegliata, quando ho sentito bussare alla porta. “Chi e’?”. “Sono io!”… Eccolo qui, il nostro Humulat: “Ma che ci fai già in piedi alle 6.20 di mattina?”. Gli occhietti ancora semichiusi e la faccia gonfia dal sonno, come se fosse saltato giù dal letto un minuto prima: “Sono venuto a salutarti perché ho visto che sei tornata!”.

Tante volte siamo tentati di pensare e di insegnare, soprattutto noi europei, che prima dobbiamo essere buoni, giusti, dobbiamo “crearci la salvezza”, essere perfetti e poi possiamo seguire Gesù. Ma i nostri bimbi ci insegnano in modo diverso; la vita, anche di coppia, ci insegna in modo diverso. E’ il viaggio con Lui e con gli altri che ci salva. Non la condizione di partenza di essere buoni e perfetti. O la convinzione di saper amare o di essere cristiana. E’ invece la missione qui che mi fa di Cristo, non il contrario. Non importa che peso ho caricato sulle spalle. E’ durante il santo viaggio che vengo salvata, che cresco, che imparo ad amare, perché e’ durante questo viaggio che assaporo il suo amore.
Come i bambini…