mercoledì 3 agosto 2011

La fede non va in vacanza


Oggi, domenica particolare, vacanziera: quasi tutti i membri del gruppo del Vangelo che frequento sono partite per le vacanze, essendo insegnanti e essendo originarie del downcountry. Così niente incontro per leggere e condividere il Vangelo della prossima domenica. Allora approfitto per una breve visita a Maria, uno dei nostri membri che non vedo da parecchio tempo, la cui famiglia è stata toccata da una “tragedia”, diremmo noi. Una delle loro bimbe, Cynthia, quinta elementare, ha un cancro maligno alla faccia. Glielo hanno scoperto a maggio, dopo un anno e mezzo di mal di testa e stanchezza non comune ad una ragazzina di undici anni. Mamma e papà sono infermieri nel nostro ospedale pubblico di Marsabit e avevano già parlato con diversi medici, riportando i problemi di Cynthia e del suo improvviso russare molto rumorosamente tutte le notti. “Non è niente, signora, non si preoccupi, poi passa!”, così le avevano liquidate, senza neanche una visita.
Alcuni mesi fa Maria si accorge di una protuberanza sul collo della sua piccola che cresce a vista d’occhio. Non perdono tempo, vanno dritti a Wamba dove la mamma ha studiato da infermiera, nell’ospedale dei missionari della Consolata e dove per tanti anni ha lavorato un medico italiano, Dott. Prandoni. Le fanno una biopsia, la inviano a Nairobi. Dopo due giorni il verdetto: cancro maligno. Nairobi, in uno dei più competenti (e costosi!) ospedali privati, confermano che Cynthia ha un tumore al terzo stadio, con due masse distinte, nel collo e sotto il setto nasale, senza metastasi. I genitori, lavorando nel settore, sanno che cosa spetta alla loro piccola e anche alla loro famiglia. Chiedono aiuto al dottore per spiegare alla figlia che cosa succederà nei prossimi mesi della sua vita e per un sostegno psicologico. Maria mi dice che da quel momento ha messo tutto nelle mani del Signore e con fiducia ha continuato a sorridere. E questo contribuisce a dar forza a loro figlia, che ora sta combattendo una lunga battaglia. Inizia la chemio terapia. Effetto devastante alla prima seduta, “ma poi – mi racconta la mamma – dalla seconda in avanti, Cynthia dorme per 10 giorni consecutivi. Non sente male e il tumore diminuisce visibilmente”.

La ragazzina non era in casa quando oggi sono andata a trovare la famiglia. “E’ andata all’incontro delle Upendo girls in parrocchia”, conferma suo fratello, un anno più piccolo di lei. La mamma sorride e mi dice che per lei è come se fosse già guarita e infatti la prima cosa che mi colpisce profondamente parlando con loro seduta nel loro soggiorno è che quella non sembra minimamente una famiglia che sta subendo una tragedia. Maria continua a ripetermi che la loro fiducia è nel Signore e che Dio è buono perché non ha fatto mai mancare la Sua forza e la voglia di vivere a loro e a Cynthia. Le confermo che l’atteggiamento positivo in una lotta così è quasi più importante delle medicine o meglio le medicine sarebbero di certo meno efficaci se sul loro volto non ci fosse serenità e nel loro cuore una fiducia che non può che arrivare dall’Alto. Hanno organizzato una raccolta di soldi tra parenti e amici per sostenere le costosissime spese mediche e domenica prossima ripartiranno per Nairobi: è la volta della radioterapia per un ciclo di cinque settimane.
Maria mi accompagna alla porta, sento la loro forza e la loro fede, e le vedo presenti sui loro volti. Grazie per la vostra grande testimonianza cristiana, Maria, John e Cynthia.

mercoledì 20 luglio 2011

Riflessione

DA UN ARTICOLO DI ENZO BIANCHI

"Il P.I.L. misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Può dirci tutto sul nostro Paese, ma non se possiamo essere orgogliosi di esserne cittadini».
Mi viene spontaneo tornare al discorso che Robert Kennedy pronunciò all’Università del Kansas nel marzo 1968 - solo tre mesi prima di essere assassinato - ogni volta che sento parlare di manovre fiscali, crescita economica, sviluppo sostenibile, deficit pubblico... Sì, perché credo che siano argomenti che non riguardano solo politici ed economisti.

Ma argomenti che dovrebbero aprire la riflessione alla qualità della nostra vita quotidiana e della convivenza nella società civile. E tematiche di questo genere dovrebbero essere affrontate con uno sguardo più ampio, non limitato a facili contrapposizioni tra economia di mercato e stato sociale o improbabili alternative secche tra crescita dei consumi e povertà incombente.

In particolare, varrebbe la pena di riscoprire la valenza di uno stile di vita e un atteggiamento nei confronti dei beni materiali e del loro uso che - come ha osservato il cardinale Tettamanzi - è «segno di giustizia prima ancora che di virtù»: la sobrietà. Ben più di un semplice accontentarsi di quanto si ha o della capacità di non sprecare, la sobrietà ha una dimensione interiore, abbraccia un modo di vedere la realtà circostante che discerne i bisogni autentici, evita gli eccessi, sa dare il giusto peso alle cose e alle persone.

Sobrietà a livello personale significa riconoscimento e accettazione del limite, consapevolezza che non tutto ciò che ho la possibilità tecnica o economica di ottenere deve forzatamente entrare in mio possesso: la capacità di rinuncia volontaria a qualcosa in nome di un principio eticamente più alto obbliga a interrogarsi sulla scala di valori in base alla quale giudichiamo le nostre e le altrui azioni.

La moderazione non è la tiepidezza di chi è indifferente a ogni cosa e si crogiola in un preteso «giusto mezzo», ma la forza d’animo di chi sa subordinare alcuni desideri per valorizzarne altri, di chi sa riconoscere il valore di ogni cosa e non solo il suo prezzo, di chi orienta la propria esistenza verso prospettive non ossessionate da un incessante «di più», di chi sa dire con convinzione «non tutto, non subito, non sempre di più!». Sobrietà è la forza interiore di chi sa distogliere lo sguardo dal proprio interesse particolare e allarga il cuore e il respiro a una dimensione più ampia.

La «crisi» che viviamo dal 2008 in realtà era già operante da tempo: chi osservava la situazione ecologica, chi non era cieco di fronte alle crisi alimentari, poteva forse prevedere la crisi finanziaria, quindi monetaria ed economica. Ma chi aveva e ha occhi capaci di discernimento poteva però rilevare una «crisi» ben più profonda, una crisi spirituale, una crisi dell’umanizzazione, un avanzare della barbarie.

Dopo la caduta del muro di Berlino c’è stato un abbaglio, una fiducia smisurata nel mercato che sembrava garantire quello stile di vita consumistico cui ci eravamo abituati da qualche decennio... Ora non si tratta di ritornare indietro, ma di tornare al centro sì, all’asse che permette alla politica di rendere possibile ciò che è giusto, ciò che è doveroso, ciò che è necessario al «ben-essere» autentico, di tornare all’asse su cui economia di mercato e solidarietà, competitività e coesione sociale possono interagire ed essere coerenti con la ricerca della qualità della vita umana e della convivenza sociale.

Solo tenendo conto di queste istanze si può uscire dall’attuale mancanza di visione sull’avvenire ed elaborare e realizzare un progetto di società a dimensione umana, altrimenti si continuerà a inoculare germi di sfiducia soprattutto nelle nuove generazioni, che intuiscono la necessità di non ridurre l’uomo a produttore-consumatore ma che tuttavia percepiscono la loro impotenza.

In questa ricerca, giustizia e solidarietà sono elementi che trovano nella sobrietà stimolo e sostegno. E questo, se era vero in una società rurale e dotata di scarsi mezzi, lo è paradossalmente ancora di più in un mondo e in un’economia globalizzati. Infatti, la sobrietà non è solo misura nei propri comportamenti ma anche consapevolezza del nostro legame profondo e ineliminabile con le generazioni che ci hanno preceduto, con quelle che verranno dopo di noi e con quanti, nostri contemporanei, abitano assieme a noi il pianeta.

Nell’usare dei beni di cui dispongo e nell’ambire ad altri, non posso ignorare la necessità di un’equa distribuzione delle risorse: accaparrarsi beni, sfruttare il pianeta, disinteressarsi delle conseguenze immediate e future del proprio agire significa alimentare ingiustizie che, anche se non si ritorcessero contro chi le compie, sfigurano l’umanità e offendono il creato stesso.

Solo una sobrietà così concepita può tracciare un cammino sicuro per la solidarietà umana o, per usare una terminologia cristiana, per una «comunione universale». E questa solidarietà non è tanto il serrare le file da parte di un gruppo sociale per difendersi da un nemico comune o da un’avversità condivisa, non è solo la reazione spontanea e generosa davanti a una sciagura, ma è - a monte di queste cose - la percezione che nostri sodali nell’avventura umana sono quanti ci hanno preceduto e hanno lavorato e lottato per consegnarci condizioni di vita meno precarie, sono coloro che verranno dopo di noi e ai quali riconsegneremo un patrimonio eroso dallo sfruttamento e sono anche, ben più presenti ai nostri occhi, quanti oggi stesso vicini a noi o lontani, non dispongono di beni essenziali per una vita degna e anzi pagano sulla loro pelle i privilegi di cui noi godiamo e che pretendiamo di accrescere continuamente.

Se non dimenticassimo questa solidarietà generazionale e mondiale, la sobrietà ci apparirebbe allora come l’unico stile di vita capace di restituire, a noi stessi per primi, dignità umana e senso dell’esistenza. In questo senso sobrietà e sviluppo non sono antitetici, se per sviluppo non intendiamo la crescita ininterrotta e l’accumulo incessante ma il pieno dispiegarsi delle potenzialità dell’essere umano, un fiorire delle risorse nascoste in ciascuno di noi che la stessa «decrescita» alimenta con la sua ricerca dell’essenziale. Davvero, la sobrietà ci fornisce gli strumenti per misurare noi stessi e il nostro rapporto con «ciò che rende la vita degna di essere vissuta».

Imparare la poverta'

In questi giorni sto finendo un libro regalo che ho apprezzato veramente molto: “Nel deserto il profumo del vento” di Giorgio Gonella, sulla ricerca di Dio nella vita. Mi sta piacendo molto perché mi sta dicendo che questo deserto fisico, quello del Chalbi o quello del Kaisut, che circondano le montagne di Marsabit, aiutano davvero a creare il deserto interiore in cui incontrare Dio. “Chi torna dal deserto sa apprezzare a fondo il valore delle cose più semplici, delle realtà più banali, delle persone più insignificanti. Guarda al mondo con occhi pieni di meraviglia. Ha acuito i propri sensi: vede di più, sente di più, ascolta di più”… Ciò che succede al pellegrino del deserto è un cambiamento a livello della sua visione del mondo (e qui mi vengono in mente le parole di tanti ragazzi che tornavano da un soggiorno missionario a Marsabit…), della sua ottica di fede, del suo sguardo, e questo ha un qualche impatto su tutta la sua personalità. Perché lasciando che i bisogni vitali si manifestino, si viene a contatto con l’”osso” della vita e con lo spirito di Dio, che si manifesta come Compassione universale. E’ una cosa che io ho desiderato fare, quella di lasciare tutto per venire qua. Ma per tanta gente è condizione “naturale”… “Per il povero cristiano delle bidonville d’Africa lo spogliamento, la nudità, il non-avere sono la condizione permanente. Un orrore quotidiano. Se la vita negli ambienti poveri è spesso marcata da mancanza di spazio e da promiscuità, è pure vero che coloro che vivono in stato di oppressione devono ingoiare ogni giorno la solitudine amara della loro sofferenza. Niente crea solitudine come una sofferenza che non riesce ad esprimersi. (…) Che dire della ferita dolorosa del desiderio? Il desiderio è sempre sanguinante. Anzi, dovremmo dire: la folla dei desideri, che sono “legione”. (…) I poveracci hanno questa grande forza: vivono sempre con gli occhi aperti sulla nostra condizione mortale. E senza drammaticità eccessiva: hanno poco da perdere. (…) C’è un “deserto di stracci” in cui la fede si purifica per la forza stessa delle cose. In cui la maturazione spirituale avviene alla scuola della vita. E’ la condizione di beatitudine descritta nel discorso della pianura (Lc 6, 20-23). La vita del povero è segnata dall’assenza, dal vuoto, dal non-essere. E soltanto il vuoto ci purifica dalle falsi immagini di Dio e ci apre alla comunione di vita, un rendersi vulnerabile, un lasciarsi portare. Cose che il povero vive in profondità, in maniera vita e quasi disperata. (…) L’esperienza dei poveri nel “deserto di stracci” ci fa scoprire Dio come “vento di compassione”, vivente e attivo nel cuore della storia dei vinti, degli sconfitti. Dio è compassione universale. La sua compassione “muove il sole e le altre stelle”. (…) Quando parliamo di compassione , ci riferiamo ad una forma particolare di amore, quella che nasce dall’impotenza. Non è l’amore del benefattore che fa piovere benedizioni dall’alto, né l’amore generoso che risolve i problemi dell’altro, né l’amore spettacolare che fa miracoli. La compassione è un vento di solidarietà sottile, ma profondo, che nasce da una condizione d’uguaglianza. E’ la mano sulla spalla di chi soffre accanto a te. Di chi è impotente come te e con te. E’ vento di comunione tra coloro che soffrono la stessa fame e la stessa sete. La compassione è l’amore del povero”.
Questo non è un elogio alla miseria: sappiamo che i poveri, individualmente, possono essere anche meschini, brutali, egoisti, approfittatori, a volte feroci. Ma quella dimensione di vuoto che sto percependo qui e che non ho mai percepito da nessun’altra parte. E siamo davvero sicuri che non ci siano più poveri nella nostra bella Italia? E non è un essere povero una persona che soffre, che è disorientata dal male o che è sola? Forse però non c’è più l’usanza di prendere questi momenti come “buoni”. Ci spaventa a morte sperimentare il bisogno, la mancanza, il vuoto, l’assenza,… il deserto. Che però è il terreno dove Dio si manifesta, dove la Provvidenza ha la libertà di agire e di rivelare il volto di Dio.
Quando sono venuta qui a Marsabit, ho scelto di non avere il frigorifero, la TV, l’automobile, internet in casa. Desidero e ho sempre desiderato una vita semplice e ora sono consapevole che questo desiderio veniva dal cuore di Dio perché io potessi fare esperienza di Lui in modo diverso, profondo, quasi umano. Mi dicevo: “Se ho tutto, non avrò bisogno degli altri. E io sono venuta qui per costruire comunione. DEVO avere bisogno degli altri, cominciando dalle cose materiali”. Tuttavia la prima povertà che ho vissuto quando sono arrivata qui non è stata legata alle cose materiali, ma all’essere sola. La solitudine mi ha spaccato. E’ stata la fessura dove Dio ha potuto entrare in modo diverso. O scappi e ti tormenti o ti fidi. Ti fidi di Lui. Ti fidi che ci sia una Provvidenza che si prende cura di te, che agisce nelle tue povertà (lo stesso pensiero l’ho ritrovato negli scritti della Comunità Cenacolo nell’ultimo numero della loro rivista “Risurrezione”), che ti fa prossima agli altri. Ma da sola non l’avrei mai imparato. Alcune delle persone con cui condivido la mia vita qui me lo stanno insegnando. E’ difficile. Ma quando il cuore finalmente si fida, si aprono orizzonti nuovi.
Come per esempio quando venerdì scorso Michael cercava di organizzare la sua venuta a Marsabit per andare a parlare al vescovo, ma da Maikona non ci sono trasporti sicuri, solo camion che passano occasionalmente di notte. Per un’emergenza al dispensario, la notte della partenza non è riuscito ad andare in paese e vedere se ci fosse un camion pronto per partire. E io intanto pregavo il Signore: “Non abbiamo la macchina, Signore. Abbiamo scelto di non averla. Questa nostra povertà sia per te terreno buono per mostrare la tua paternità verso di noi. Prenditi cura di noi. Ma comunque sia fatta la tua volontà”. Voi ci crederete che, dopo una notte insonne con il malato al dispensario, Michael è riuscito a partire alle 7 del sabato mattino con un fuoristrada che passava da Maikona e che in due orette l’ha portato a Marsabit. E la stessa cosa è successa la domenica pomeriggio, con un camion che l’ha riportato alla sua missione, pronto per ricominciare il lavoro puntuale il lunedì mattina. Bello, no?

martedì 12 luglio 2011

Chi non muore...


Il vento si sta riposando un poco stasera e lascia riposare anche noi per un breve tempo, dalla polvere, che invade Marsabit town e i nostri polmoni, case e scarpe, come la nebbia in pianura padana a novembre.
Il nostro cortile è quieto: non c’è anima viva in giro. I ragazzi della scuola sono ormai a casa, a scrivere sui loro quaderni a lume di lampada a petrolio come me, da 10 giorni a questa parte; le mamme ormai di ritorno dalla fonte (o dal camion cisterna privato che vende 20 litri di acqua al prezzo di un quarto del salario giornaliero di un manovale!) sono intente ad accendere il fuoco e cucinare mais e fagioli; gli animali – capre e mucche sempre più pelle e ossa, e in questi giorni anche i cammelli – sono già stati guidati dai sapienti bastoni dei loro pastori nei loro ricoveri per la notte.

Ripenso agli ultimi due mesi e vedo che la mia vita è cambiata ancora; dopo la “fuga” della segretaria della nostra scuola e la scoperta del suo “tasso di corruzione” (a discapito della scuola, ahimè!) e di come ha costruito dal niente una bella villa per la sua famiglia… ecco che il lavoro dell’amministratrice si è allargato e mi sono ritrovata segretaria alla ricerca quasi disperata di mettere in ordine tasse scolastiche, ricevute e quant’altro… E questo tra una festa a sorpresa per il mio compleanno (con la squadra di calcio di Maikona al completo!) e un viaggio a Maikona, tra la preparazione per la festa dei genitori nella nostra scuola e l'inaugurazione dell'asilo, tra un incontro di studenti di Azione Cattolica (a Sololo, Diriba Gombo e Marsabit) e una trasferta nelle verdi colline di Embu, dove la squadra di calcio dei giovanissimi della nostra regione, con Mike allenatore, ha partecipato ad un torneo…, tra una visita alla Mariopolis dei focolarini vicino a Thika e progetti per il futuro...

martedì 24 maggio 2011

Risurrezioni

Non so se è perché siamo nel tempo di Pasqua o perché al di sotto dell’equatore la semplicità crea spazio per la fede caparbia e ostinata, compagna di quella speranza che vede speranza anche quando umanamente si è ciechi… fatto sta che in questo periodo tocco con mano luce di Risurrezione, come Tommaso ha fatto (o avrebbe voluto fare!) con Gesù Risorto. Sono i “miracoli” dei poveri, non quelli poveri di soldi o di proprietà, ma quelli che si sentono poveri davanti a Dio: “anawim” li chiama l’Antico Testamento e Maria ne è il simbolo.
Tra la storia di Adano che ho continuamente tra le mani e altre di cui vengo a conoscenza, non ho più tanti dubbi sull’azione dello Spirito di Dio su questa terra, se non sempre direttamente, tramite altre persone. Che diventano testimoni e facilitatori di risurrezione. Parte del sogno di Dio.
Ho conosciuto Erik (lasciatemelo chiamare così) non tanto tempo fa. Primo di tre fratelli cresciuti in città, a Nairobi… beh non in centro, in periferia… quasi in quelli che noi chiamiamo slum o baraccopoli e che lui ha sempre chiamato casa. Il papà, un bel giorno, torna a casa e dice alla mamma che vorrei sposare una seconda moglie. La mamma rifiuta, ben sapendo che questo lo allontanerà da lei e lei dovrà occuparsi di se stessa e dei suoi tre frugoletti da sola. E così il papà sparisce dalla circolazione e va ad abitare con la nuova moglie. Non si farà mai più vivo, neanche quando i suoi figli saranno grandi. La mamma ce la mette tutta, e i ragazzi crescono bene, ben educati, con pochi soldi (lei lavora come cuoca per una famiglia di Nairobi) ma responsabili. La mamma è severa: tutte le domeniche a messa, non si sgarra… Ed è questo suo attaccamento alla parrocchia e a Dio anche nei momenti problematici della vita (non pensate che vivere in una baracca di metallo di due metri per tre in quattro persone con due letti, senza bagno e senza acqua, sia sempre così accomodante!) che salverà la vita dei suoi figli, quando lei nel giro di poco tempo si ammalerà di quella malattia là e morirà di tubercolosi in un ospedale pubblico, lasciando la famigliola in mano al primogenito di appena 16 anni. All’improvviso i parenti che durante la nascita dei bimbi e la malattia della mamma se ne sono sempre stati defilati facendosi gli affari propri, arrivano alla carica per spartirti i due scellini che lei si lasciata dietro… Senza di lei, i ragazzi non possono più pagare l’affitto della loro “casetta”… Sembra che Erika debba smettere la scuola superiore (era al secondo o al terzo anno) per occuparsi dei suoi due fratellini. Il futuro è nero, il presente ancora di più… Cercano di mettere insieme le forze, ma come se non bastasse un giorno, mentre i tre fratelli erano a scuola, viene appiccato il fuoco al loro quartiere. Sono baracche, abusive: i proprietari del terreno lo vogliono vendere per costruirci sopra una pompa di benzina (che oggi è attiva e funziona!)… Il fratello di Erik, uscito prima da scuola, vede il fuoco e cerca di salvare il possibile, alcuni libri, pochi vestiti… Tutto il resto, documenti, foto, storia di una famiglia se ne va in fumo in pochi minuti.
Ed è in questo momento di disperazione che entra in atto la “Jumuya” o “piccola comunità del Vangelo”, ossia quel gruppo di cristiani, soprattutto vicini di casa, che si trovano insieme una volta alla settimana e leggono il Vangelo della domenica e cercano di essere testimoni dell’Amore di Cristo. Conoscono Erik e la sua famiglia, segnalano il caso al parroco che si attiva prontamente e propone ai ragazzi di entrare in un istituto dove si prenderanno cura di loro. Forse non potranno restare insieme, ma avranno il pasto assicurato. Erik e i suoi fratelli ci pensano bene, ma non vogliono perdere l’unica cosa che hanno: la loro unità! Giusto… il parroco propone un’altra soluzione: costruire una casetta su un terreno della parrocchia e darla ai ragazzi perché possano crescere insieme, con l’assistenza di alcuni cristiani della parrocchia. A Erik non piace parlare di quel periodo però ripete continuamente che senza l’aiuto dei cristiani e di Maria non ce l’avrebbero fatta. Da quando la sua mamma non c’è più dice di essere stato adottato da un’altra mamma: quella Celeste. Ora Erik è laureato e nel suo lavoro ha sempre un occhio sulle persone più disagiate. Non è solo un modo per ricambiare quel che è stato fatto per loro, ma la sua vocazione. Gli altri due fratelli sono entrambi sistemati e ora la casetta della parrocchia è usata da altre persone in difficoltà!


Quanti miracoli sono tra noi! E il Signore Risorto continua a parlare, anche tramite quella canzone tratta dal “Principe d’Egitto” che accompagna la grande uscita di Mosè e del suo popolo dalla terra del faraone. Un canto che mi segue, suggestiona, ispira, dà coraggio e stupore dall’anno scorso, quando durante la mia prima vacanza in Italia, mi sono concessa alcuni giorni di silenzio durante i nostri adorati “week end” di Susa che scandivano i miei mesi italiani. Fa così:


“Molte notti noi pregammo senza chiederci
Se in quel buio fosse già la nostra verità.
Paura non avrai, la fede sa proteggerci,
la speranza può cambiare la nostra realtà.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai

Questo è il tempo in cui sperare non è facile
e la gioia che c’è in noi nel vento vola via.
Ed ora sono qui,
il cuore così fragile,
cerco in me la forza che non ho avuto mai.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai.
Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
sì, potrai…
potrai se crederai…
potrai se crederai”.

E’ strano, ma anche qui che di “Mosè-salvatori di popoli” non ne ho visti molti, la vita di alcune persone continua a cantare questa canzone. Il rumore del mondo non riesce a nascondere la melodia ad orecchi in ricerca di musica d’autore.
Ogni risurrezione è un fatto d’amore.
Come la piccola vita di Rael. Ma questa... e' un'altra storia!

Risurrezioni

Non so se è perché siamo nel tempo di Pasqua o perché al di sotto dell’equatore la semplicità crea spazio per la fede caparbia e ostinata, compagna di quella speranza che vede speranza anche quando umanamente si è ciechi… fatto sta che in questo periodo tocco con mano luce di Risurrezione, come Tommaso ha fatto (o avrebbe voluto fare!) con Gesù Risorto. Sono i “miracoli” dei poveri, non quelli poveri di soldi o di proprietà, ma quelli che si sentono poveri davanti a Dio: “anawim” li chiama l’Antico Testamento e Maria ne è il simbolo.
Tra la storia di Adano che ho continuamente tra le mani e altre di cui vengo a conoscenza, non ho più tanti dubbi sull’azione dello Spirito di Dio su questa terra, se non sempre direttamente, tramite altre persone. Che diventano testimoni e facilitatori di risurrezione. Parte del sogno di Dio.
Ho conosciuto Erik (lasciatemelo chiamare così) non tanto tempo fa. Primo di tre fratelli cresciuti in città, a Nairobi… beh non in centro, in periferia… quasi in quelli che noi chiamiamo slum o baraccopoli e che lui ha sempre chiamato casa. Il papà, un bel giorno, torna a casa e dice alla mamma che vorrei sposare una seconda moglie. La mamma rifiuta, ben sapendo che questo lo allontanerà da lei e lei dovrà occuparsi di se stessa e dei suoi tre frugoletti da sola. E così il papà sparisce dalla circolazione e va ad abitare con la nuova moglie. Non si farà mai più vivo, neanche quando i suoi figli saranno grandi. La mamma ce la mette tutta, e i ragazzi crescono bene, ben educati, con pochi soldi (lei lavora come cuoca per una famiglia di Nairobi) ma responsabili. La mamma è severa: tutte le domeniche a messa, non si sgarra… Ed è questo suo attaccamento alla parrocchia e a Dio anche nei momenti problematici della vita (non pensate che vivere in una baracca di metallo di due metri per tre in quattro persone con due letti, senza bagno e senza acqua, sia sempre così accomodante!) che salverà la vita dei suoi figli, quando lei nel giro di poco tempo si ammalerà di quella malattia là e morirà di tubercolosi in un ospedale pubblico, lasciando la famigliola in mano al primogenito di appena 16 anni. All’improvviso i parenti che durante la nascita dei bimbi e la malattia della mamma se ne sono sempre stati defilati facendosi gli affari propri, arrivano alla carica per spartirti i due scellini che lei si lasciata dietro… Senza di lei, i ragazzi non possono più pagare l’affitto della loro “casetta”… Sembra che Erika debba smettere la scuola superiore (era al secondo o al terzo anno) per occuparsi dei suoi due fratellini. Il futuro è nero, il presente ancora di più… Cercano di mettere insieme le forze, ma come se non bastasse un giorno, mentre i tre fratelli erano a scuola, viene appiccato il fuoco al loro quartiere. Sono baracche, abusive: i proprietari del terreno lo vogliono vendere per costruirci sopra una pompa di benzina (che oggi è attiva e funziona!)… Il fratello di Erik, uscito prima da scuola, vede il fuoco e cerca di salvare il possibile, alcuni libri, pochi vestiti… Tutto il resto, documenti, foto, storia di una famiglia se ne va in fumo in pochi minuti.
Ed è in questo momento di disperazione che entra in atto la “Jumuya” o “piccola comunità del Vangelo”, ossia quel gruppo di cristiani, soprattutto vicini di casa, che si trovano insieme una volta alla settimana e leggono il Vangelo della domenica e cercano di essere testimoni dell’Amore di Cristo. Conoscono Erik e la sua famiglia, segnalano il caso al parroco che si attiva prontamente e propone ai ragazzi di entrare in un istituto dove si prenderanno cura di loro. Forse non potranno restare insieme, ma avranno il pasto assicurato. Erik e i suoi fratelli ci pensano bene, ma non vogliono perdere l’unica cosa che hanno: la loro unità! Giusto… il parroco propone un’altra soluzione: costruire una casetta su un terreno della parrocchia e darla ai ragazzi perché possano crescere insieme, con l’assistenza di alcuni cristiani della parrocchia. A Erik non piace parlare di quel periodo però ripete continuamente che senza l’aiuto dei cristiani e di Maria non ce l’avrebbero fatta. Da quando la sua mamma non c’è più dice di essere stato adottato da un’altra mamma: quella Celeste. Ora Erik è laureato e nel suo lavoro ha sempre un occhio sulle persone più disagiate. Non è solo un modo per ricambiare quel che è stato fatto per loro, ma la sua vocazione. Gli altri due fratelli sono entrambi sistemati e ora la casetta della parrocchia è usata da altre persone in difficoltà!


Quanti miracoli sono tra noi! E il Signore Risorto continua a parlare, anche tramite quella canzone tratta dal “Principe d’Egitto” che accompagna la grande uscita di Mosè e del suo popolo dalla terra del faraone. Un canto che mi segue, suggestiona, ispira, dà coraggio e stupore dall’anno scorso, quando durante la mia prima vacanza in Italia, mi sono concessa alcuni giorni di silenzio durante i nostri adorati “week end” di Susa che scandivano i miei mesi italiani. Fa così:


“Molte notti noi pregammo senza chiederci
Se in quel buio fosse già la nostra verità.
Paura non avrai, la fede sa proteggerci,
la speranza può cambiare la nostra realtà.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai

Questo è il tempo in cui sperare non è facile
e la gioia che c’è in noi nel vento vola via.
Ed ora sono qui,
il cuore così fragile,
cerco in me la forza che non ho avuto mai.

Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
potrai se crederai.
Vedrai miracoli, se crederai.
La fede non si può fermar…
Quanti miracoli sono tra noi
e condividerli potrai,
sì, potrai…
potrai se crederai…
potrai se crederai”.

E’ strano, ma anche qui che di “Mosè-salvatori di popoli” non ne ho visti molti, la vita di alcune persone continua a cantare questa canzone. Il rumore del mondo non riesce a nascondere la melodia ad orecchi in ricerca di musica d’autore.
Ogni risurrezione è un fatto d’amore.
Come la piccola vita di Rael. Ma questa... e' un'altra storia!

venerdì 6 maggio 2011

Italy!


E bagno italiano fu… con un po’ di riposo tra scenari diversi, tra colline di Langa che sbocciavano alla primavera, mare e uliveti di Molfetta (dove abbiamo incontrato don Paolo, la sua accogliente famiglia, i suoi giovani in procinto di atterrare a Marsabit per un’estate diversa e la sua attiva parrocchia!), caldo e verde di Verona in compagnia di suor Pierina e del nettare del Vinitaly, neve di montagna (per Michael la prima volta… come ritornare bambini a 30 anni!) e sorrisi e vite di persone che rimangono care, amiche e vicine nonostante la lontananza fisica. Giorni condivisi tra incontri di gruppi, cresimandi, ragazzi del catechismo, bambini della scuola, un tiro al pallone appena possibile, gruppi missionari, catechisti, incontro con il nuovo vescovo Mons. Lanzetti e la firma del rinnovo della convenzione fino al 2014, interviste per il dvd dell’Azione Cattolica, polentata di Karibuni (con una nutrita combriccola somala che ci ha fatto capire quanto il mondo non ha più barriere, nonostante in tanti gliene vogliano mettere di nuovo, e in un certo senso ci stanno riuscendo!), un po’ di burocrazia e visite mediche e tempo passato in famiglia.

Stare, camminare, viaggiare, scoprire la neve e il mare, salire sulla Mole, sentirsi “turisti” a casa propria o abitanti di lunga data anche se arrivati solo da un giorno… Questo periodo di soggiorno nel Bel Paese, dal 23 marzo a metà aprile, è stato un momento importante per me e Michael, in cui ci siamo dovuti confrontare insieme con una realtà che ci ha fatto invertire le parti tra straniero e cittadino. Nonostante le premesse non fossero state così felici e fino a poche ore prima della partenza dal Kenya fossimo rimasti sulle spine per la fatidica carta d’ingresso per Michael nel “primo mondo”!

La paura del diverso, che continua ad essere venduta (o regalata) quotidianamente dai mass media e da tanti politici nella nostra Italia, a cui avevo preparato Michael, ci ha tolto il fiato fin dal primo momento in cui abbiamo messo piede nell’Ambasciata italiana. Nonostante le lettere di invito e di raccomandazione dei nostri due vescovi di Alba e di Marsabit, l’assicurazione sanitaria pagata e ripagata, la mia presenza nel viaggio di andata e ritorno e l’assicurazione dell’alloggio e delle spese coperte…, la risposta dell’Italia è stata NO. Michael non può entrare. E tanti come lui con il visto negato. Cavilli burocratici, che ci prendono alla sprovvista, vista la facilità con cui l’anno scorso Eva Darare aveva ottenuto il suo visto per l’Italia. Manca il timbro del Nunzio apostolico (il rappresentante del Vaticano in Kenya!), ci dicono. La Chiesa, nonostante tutto, a livello burocratico, è ancora uno Stato, rispettato e “corteggiato”. Per questa volta dico: “meno male”! Comunque, corse matte fino a 6 ore prima della partenza quando, grazie all’aiuto e al paterno sostegno del nostro vescovo Kihara, che la Provvidenza ha portato a Nairobi proprio in quei giorni, siamo riusciti ad avere la chiave per passare la porta stretta. Due notti passate a pregare, sveglia prima dell’alba per evitare il tremendo traffico della capitale ed iniziare le corse tra un ufficio e l’altro, il pianto finale al mattina della partenza: “Ci abbiamo provato, ma non ce l’abbiamo fatta, non c’è più tempo” e poi, invece, la Provvidenza agisce (anche Lei ha i suoi tempi, si sa!): grazie ad una telefonata dalla Nunziatura all’Ambasciata, robe da pezzi grossi, e il permesso del nunzio accordato sulla fiducia del suo vescovo Kihara… eccoci uscire alle 16 del 22 marzo da quel piccolo territorio dello Stato italiano nel centro di Nairobi con in tasca la chiave d’ingresso. Ultime compere, non stiamo più nella pelle dalla felicità, camminiamo per le strade fangose del sobborgo di Nairobi dove vive il fratello di Michael come se fossimo in piazza Duomo a Milano e i nostri cuori sono già in volo, per ringraziare Colui che ha reso possibile tutto questo.
Premesse al nostro soggiorno non così rassicuranti. Un po’ di freddo e ghiaccio, ancora, come primo impatto in alcuni incontri in Italia: “Forse la gente ha paura di me, non mi sorride, non mi guarda negli occhi, ha paura a parlare inglese, perché?”. “Pole pole, Mich… siamo langhetti noi, un po’… “muntagnin”, dacci tempo!”. E il tempo arriva. Sarà per il sorriso che Michael non risparmia a nessuno, sarà per la simpatia che alcuni hanno per le persone africane o forse per il senso di fratellanza e comunione che viene a galla dopo i primi minuti: esce il sole e il giacchio si scioglie, soprattutto con i bambini (direi soprattutto bambinE!!!). Tanto che ci dispiace proprio partire, ritornare, lasciare le cure e il buon cibo di mamma… Ma Erika ci aspetta a Nairobi, per salutarci dopo la sua esperienza di tre mesi nel Marsabit, anche lei con il suo bagaglio di avventure, imprevisti, amicizie nuove, incontri particolari… da raccontare o da custodire.
Dopo la sua partenza e alcune visite ad amici di Michael, mi preparo a ritornare a Marsabit per condividere la settimana santa e la Pasqua con la comunità dell’altopiano e dei suoi dintorni. Lascio le valigie, troppo ingombranti per il viaggio, alla procura di Nanyuki, con preghiera di spedirle su una macchina appena possibile e accetto un passaggio su una macchina della diocesi, molto affollata ma calorosa. Michael continua una full immersion a Nairobi, con gli altri laici missionari del suo gruppo.
Pasqua serena, pranzo con Darare e i suoi variegati ospiti, campo scuola per adolescenti in parrocchia con 120 ragazzi provenienti dalla nostra grande parrocchia, preparazione per riprendere il lavoro alla scuola…
E…siamo benedetti dalla pioggia, un’intera nottata con grande temporale. Pioggia attesa da tanto, pioggia che doveva essere lunga un mese e si limita ad una notte. La gente comunque esulta. Non sia che, proprio quella notte, Michael ha programmato il suo viaggio di ritorno a Marsabit e poi a Maikona con il famoso bus che ci collega ad Isiolo. Il fango è troppo; già in forte ritardo il bestione si impantana e lascia a piedi per ore i suoi ospiti, a 20 km da Marsabit. Parecchi tra i fortunati viaggiatori si incamminano a piedi e dopo tre ore nel fango raggiungono il centro. E così anche Michael. Una bella doccia (beh “doccia” si fa per dire, senza luce elettrica per quasi un mese, non posso pompare l’acqua dalla cisterna e quindi… lavaggio a pezzi!), il chai bollente, un po’ di riposo… e ci godiamo le ultime ore di “vacanza” insieme. Consapevoli di avere una Certezza dentro, che mai avevamo sentito così forte. Certezza che ci impegna, ci fa felici e ci spinge a ringraziare.

Il tempo di solitudine, dopo la partenza di Michael, non dura troppo. Festeggiamo il matrimonio di Joseph, mio vicino di casa e impiegato nei progetti di sviluppo della diocesi, con Stella, figlia del catechista di Kargi, tra canti, balli, organizzazione un po’ “holliwoodiana” e una buona capra! E poi… alla riapertura delle scuole, ecco il nostro piccolo nomade Adano tornare dal deserto con tante cose da raccontare, ma senza un posto dove stare, fino a quando il collegio non riaprirà (a discrezione del preside, che sembra si sia dimenticato di ordinare il cibo e la legna per il fuoco, ops!). Il letto si prepara in un batter d’occhio e divento mamma fino a data da destinarsi.
Come inizio del nuovo trimestre non c’è male!