martedì 1 settembre 2015

Nagayat Fr. Okola, arrivederci don Venturino!

"L'Africa non ha bisogno di voi, sia chiaro! È più il disturbo che l'aiuto che potrete dare!”: ascoltando queste parole ti ho conosciuto quindici anni fa, quando mi preparavo ad andare per la prima volta a Marsabit. Non mandavi a dire niente e per questo alcuni giovani si spaventarono e non partirono più.
Ma, frequentandoti di più, una volta che Marsabit era entrata nella mia vita, ti eri lasciato scoprire grande ascoltatore, qualità che più volte mi hai ripetuto di aver appreso durante la tua missione in Africa. E poi tanti racconti particolari di giornate, eventi, successi e fatiche con il tuo compagno fedele don Tablino, nella vostra terra di Maikona, tra i nomadi Gabbra, di cui avevate imparato lingua, cultura e tradizioni. Fotografie d'epoca sfogliate lentamente, a pochi intimi; racconti snocciolati piano piano come perle preziose, gli ultimi anche in occasione della nostra visita ad Alba il mese scorso.
Ti faceva piacere sentire le novità da Marsabit, anche se poi, quasi sempre concludevi con ragione: “L'Africa che abbiamo conosciuto noi non esiste più, voi vivete in un Marsabit diverso!”.
Quando domenica abbiamo passato la notizia della tua nascita al cielo ai cristiani di Marsabit, ci sono arrivate decine e decine di telefonate e messaggi, pieni di riconoscenza, affetto, ricordi e preghiera, come se non fossi mai andato via da loro, come se ti avessero sempre avuto vicino.
Grazie fr. Okola per la tua perseveranza nella ricerca del Bene. Grazie grande missionario, tu che dicevi: “A me l'Africa non manca, perchè io l'Africa ce l'ho dentro, io sono africano”. E ora che il tuo cuore vive senza limiti di spazio e di tempo, potrai finalmente assaporare tutto l'Amore e l'Affetto di Dio e nostro in piena consapevolezza e pienezza. Prega per noi e per l'Africa intera.
 
50 ANNI DI STORIA - 50 YEARS OG GOOD NEWS
Fr. Bartolomeo Venturino left Alba- Italy on August 1958 by ship from Venice to Mombasa and then immediately he started to teach in St. Paul Major Seminary in Nyeri. He studied canon law in Rome and he dedicated his ministry in Alba diocese as a teacher, but when he heard about the Encyclical “Fidei Donum”, asking for diocesan priests for Africa, wrote by Pope Pius XII in 1957, he told himself: “This is for me!”. He was addressed to Bishop Cavallera, in Italy in those months looking for new human resources to help him in evangelizing Nyeri diocese and to create a local clergy. Since Venturino arrived in Kenya, he started a prolific correspondence with fr. Paolo Tablino, friend, priest and teacher from his same diocese, who would join him in one year time. With him, he took his journey to the northern part of Kenya, opening a new era for the Catholic Church in Marsabit. In 1966 Bishop Cavallera sent fr. Venturino to Maikona, at that time a very small centre where the nomads stopped to water their animals. Venturino stayed there 3 years, building the houses for fathers and sisters, the church, the school and the dispensary. After this period he asked the bishop to take a break: he had a deep dream in his heart. Let us listening to the story from his own very words (interviewed by Erika Grasso in 2011/2012):
“Bishop Cavallera at a certain point gave me one year of break. So I went to a manyatta in Maikona, called Kossicha Roba. They knew me because I had built a lot in Maikona and I told them: My name is fr. Okola – because I limp -, you know me. I’d like to stay with you, with my tent and my camels. He told me: Come and stay. Then we shall see. I started on the mountain in front of Maikona, with my ten cammels, I was following the men to the pasture. The children were coming to me, I was teaching them something and then I had some medicines, like the one for the camel’s thicks. For one full year I studied their language, taking notes and talking to them and then I wrote two dictionaries. One day Bishop told me: Fr. Tablino wants to come and join you. So we started to work and walk together. With him, we went to all the Gabra to assure them powder milk, oil, maize for years and years. So everybody wanted us. The church of Maikona was already full of people because they understood that being a Catholic meant to be “insured”. We brought many to schools. They called me fr. Okola for my way of walking or fr. Galla, of camels because during drought, instead of giving them flour, I preferred to give them camels and help them to remain nomads. Then we started to preach the Gospel. We wanted to experiment a short of “nomadic mission” between Gabra. We moved to Turbi: our idea was to spend long time with the people, moving with them, visiting the Olla and starting the pastoral activities. But before starting we had to sit down with the d’aabela of the area. We told them: You all know us: we built for you the school and the dispensary in Maikona and your children know us and the nuns. But now we would like to tell you something more. We have a message from God and this is why we came to this country. We’d like to go to your villages and pass this message. Can you allow us to do this? One of the wazee stood up and told us: This is an important issue, we cannot give you an answer before discussing among ourselves. We will call you when we have decided. After half an hour, they call us back and told us: We don’t have anything against your preaching in our villages. But we want to tell you two things: first, we feel free to accept your message or not; second, if some of us don’t want to accept your message, please don’t consider them as enemies, denying for them your school and dispensary services.
So we walked, we were not staying in the parish, we went where they were, we stayed with them and eat with them. We loved their culture and we had never considered it superior or inferior to ours, but we had always treated it with big respect. We tried to translate and enculturate the Good news of the Gospel in this culture. We found Gabra culture to be similar to the Old testament: it means that God prepared them through their traditions so something new could be born and grow: Jesus. This is the great news”.

venerdì 10 aprile 2015

Necessaria, questa Pasqua!


Carissimi Amici,

Vi ringraziamo per la vostra vicinanza e la vostra presenza (tramite telefonate, email e messaggi) in questo periodo particolarmente difficile per il Kenya, dove serviamo come missionari laici da diversi anni. Non e’ il primo attacco degli Shabaab in Kenya e non sara’ l’ultimo.

Le zone del Paese maggiormente interessate dagli attacchi in questo ultimo anno sono Nairobi (prima il quartiere a maggioranza somala di Eastlight – dove Michael, mio marito, e’ nato e vissuto per 27 anni, fino a quando e’ stato inviato come missionario laico a Maikona – e poi Westland – con l’attacco al centro commerciale WestGate, di cui tutti ricorderete), poi la costa (Mombasa e dintorni – a maggioranza musulmana) e la regione al confine con la Somalia (Wajir, Garissa…): tutta la zona nordorientale del Kenya.

A quanti hanno dimostrato preoccupazione nei nostri confronti, vorremmo dire che non e’ ancora tempo di allarmarsi. Finora la zona di Marsabit e’ stata tranquilla e non c’e’ niente che faccia nascere in noi paura. Non sentiamo alcun cambiamento significativo nel clima “sociale” della citta’ e neppure tra le comunita’ cristiane e musulmane. Anche l’ambasciata Italiana a Nairobi non ha mandato segnali di preoccupazione o particolare attenzione.

Ma in ogni caso dobbiamo fare i conti con una nazione che sta svelando il suo vero volto, che non e’ quello dei safari turistici o del mare cristallino di Malindi, ma e’ un crogiuolo di popoli e comunita’ tenuti insieme da scarso senso patriottico, debolezza politica e corruzione alle stele. Fare un’analisi dell’accaduto e’ cosa complessa e non e’ neanche di nostra competenza. Ci limitiamo a sottolineare alcuni punti che possono chiarificare la situazione:

-          I terroristi non sono solo somali, se non uno, il “capo organizzatore”, che ha tra l’altro doppia cittadinanza, essendo anche cittadino kenyota. Nella stragrande maggioranza gli Shabaab “usano”, arruolano persone del Paese, pagando salari stratosferici appunto. I nomi dei ricercati per l’attentato di Garissa, rilasciati dal Governo kenyota, sono tutti kenyoti, di comunita’ kikuyu soprattutto, tranne due, che hanno appunto doppia cittadinanza. Come si puo’ dedurre, il “cancro” e’ entrato ed ha attecchito in Kenya. Come in altre nazioni, soprattutto dell’africa settentrionale. Kenyoti uccidono kenyoti per soldi.

-          Infatti, secondo punto: la religione e’ solo una copertura, o come dire un “colpo di coda”. E’ un dato di fatto che non siano MAI state attaccate apertamente istituzioni cristiane finora, ma sempre grandi assembramenti di gente, in luoghi pubblici (quello di Garissa era un campus di una delle piu’ importanti universita’ keynote, la Moi University, unica sede nella regione nordorientale del Paese). Da quanto percepiamo, non sembrano attacchi organizzati al fine di sterminare i cristiani (che in Kenya sono la maggioranza), ma piuttosto a “pungere” la nazione e quindi il Governo. Attacchi con rilevanza politica notevole. Poi, come “colpo di coda”, come per mettere la firma, fanno la prova “del musulmano”, cioe’ leggere alcuni versetti del Corano in arabo, cosa che potrebbe darti la liberta’ o condannarti. Metodologia in uso anche in altre parti del mondo, da parte di questo gruppo fanatico o di altri affini, se non sbaglio.

-          Lo scarsissimo senso di “bene comune” da parte dei politici e in generale dei cittadini si fa pesantemente sentire in questa circonstanza. In America, se perdi la tua casa a causa di un tifone, il Presidente o chi per lui si sente subito interpellato e ci sono fondi stanziati per aiutarti nella ricostruzione della tua abitazione. Qui in Kenya, tuo figlio, la tua unica speranza in cui hai infestito la fortuna della famiglia, viene sgozzato, insieme ad altri 141 figli della Patria e i tuoi politici, quelli che tu hai votato, non trovano neanche il tempo per scendere dai loro uffici e sedersi un attimo con te, partecipare ad una celebrazione commemorativa, assicurarti che almeno avevano fatto del loro meglio per evitare la strage e per salvarlo, che la morte di tuo figlio non e’ stata vana, promettere giustizia per coloro che sono gli artefici di tutto questo…,salvo poi comperare una bella bara per tuo figlio e per tutti gli altri. Tuo figlio che e’ morto anche per l’incompetenza e la corruzione dei suddetti. Quello che sentiamo e’ che il Kenya ha tradito gli studenti di Garissa, da vivi e da morti. Questa nazione e’ debole, non perche’ ha nemici, ma perche’ il Sistema di sicurezza e’ corrotto e incompetente. Quello che interessa e’ il proprio tornaconto economico. Poco altro.

-          Da rimarcare positivamente: tante comunita’ musulmane del Kenya tramite i loro imam si sono pubblicamente e fortemente dissociate da quanto accaduto, condannandolo come un atto terroristico e inumano, che niente ha a che fare con la loro religione e con Allah. Almeno questo!

-          Il Governo, pur debole e corrotto, non si sa se per dare una falsa sicurezza alla gente o se perche’ davvero ha una certa conoscenza dell’argomento, ha congelato i conti bancari di 80, tra persone fisiche e istituzioni (tra cui quattro di Marsabit, uno e’ cristiano cattolico: i suoi figli hanno studiato tutti al Memorial fr. Asteggiano e nelle scuole secondarie cattoliche della diocesi), che sembra siano in contatto o nella rete del riciclaggio di denaro e/o sostenitori (diretti o indiretti) dello Shabaab. Per risolvere il problema alla radice ci vorra’ tempo, tanto tempo e tanta onesta’. Da qualche parte bisogna pur iniziare.

Per concludere:

-          Una guerra di religione in Kenya non ha futuro. Perche’ ancora vince il sangue, vince ancora la comunita’ a cui si appartiene, il clan che ti ha fatto nascere e ti sostiene e che tu sostieni fino alla morte. Senza comunita’ non sei niente. Prima di essere cristiano si e’ Gabbra, Rendille, Kikuyu, Turkana, Luo… Prima di essere musulmano, uno si sente Borana, Meru, Samburu… Detto cosi’ puo’ sembrare triste, perche’ e’ la conferma che la “religione ufficiale e istituzionale” non e’ ancora arrivata al cuore della gente. Ma in questo caso potrebbe anche essere la nostra salvezza!

-          Una Pasqua necessaria, questa! Per farci sperimentare che la morte e' debole, vinta, finita, davanti ad un Amore indelebile e supremo, ad una presenza che non avra' piu' fine. Il Kenya ha bisogno di Amore, noi tutti abbiamo bisogno di sentirci totalmente amati! Oggi soprattutto abbiamo bisogno di sperimentare che questa oscurita' di morte dilagante non ha l'ultima parola sulla nostra vita! Oggi e' il tempo perfetto, necessario, per il grande mistero della resurrezione!
Buona Resurrezione a tutti!


Festeggiare la fede


 


Un Giubileo… d’oro quello che la Diocesi di Marsabit ha festeggiato domenica 23 novembre 2014: 50 candeline da quando gli abitanti della zona hanno accolto il Vangelo e i suoi primi missionari nel loro cuore e nella loro terra. Per me e per la mia famiglia, oltre che per la comunita’ cristiana di Marsabit, e’ stato veramente un momento di gioia, che e’ iniziato gia’ il martedi’ antecedente. Per la prima volta ho avuto l’onore e il piacere di camminare nel Marsabit insieme a don Molino e don Giacomo Tibaldi, che sono stati i protagonisti dell’avventura degli inizi, soprattutto dell’Annuncio alle popolazioni nomadi della zona. Ho sperimentato un grande stupore, che si e’ convertito in meraviglia e gioia per essere presente dove sono, nei panni di una povera missionaria laica, che pero’ si inserisce in una storia di fede e di cambiamento radicale che e’ veramente incredibile. Meraviglia e gioia nel sentire ed essere parte del fermento della comunita’ cristiana che si e’ organizzata con canti e balli per accogliere i loro primi missionari e gli altri ospiti, partiti da Alba e giunti fin nel nord del Kenya: don Molino, don Giacomo, don Garabello, don Flavio, don Albertino, insieme a tanti amici, con cui avevamo gia’ condiviso Marsabit, e alla mia mamma (eh, la mamma e’ sempre la mamma!). Commozione nel vedere gli occhi di don Molino che scrutavano i tanti visi ancora familiari, seppur un po’ invecchiati, di chi un tempo era chierichetto, studente, catecumeno, adolescente o giovane uomo o donna che iniziava a pensare alla vita in modo diverso da quanto avevano fatto i genitori e i nonni. Ascoltare i canti in borana, composti allora dai missionari, prendendo spunto dai toni e della musica tradizionale e vedere le labbra di tutti muoversi insieme intonando lode a quel Dio che mai ci abbandona.

Riconoscenza e felicita’ sui volti dei tanti che, incontrandoci durante la settimana in cui siamo stati insieme, hanno salutato e ringraziato la diocesi di Alba per quanto aveva fatto e sta fancendo per e con loro. Una maestra, dopo aver rivisto don Tibaldi e don Molino, ha commentato: “Siamo come fratelli e sorelle con Alba, lei e’ la nostra mamma, a cui dobbiamo tantissimo. Se siamo qui adesso a festeggiare e’ grazie a voi di Alba. Quando la vostra diocesi festeggera’ il suo “anniversario” di fondazione, faremo una colletta per venire in Italia e ringraziare insieme Dio!”. L’ho ringraziata e intanto un sorriso mi e’ nato spontaneo sulle labbra… pensando tra me e me a come sarebbe importante anche per i nostri fedeli albesi, ogni tanto, ricordarsi delle proprie radici cristiane e ringraziare Dio. Perche’ essere cristiani non e’ come non esserlo!

martedì 4 novembre 2014

Giubileo alle porte


C’è aria di festa a Marsabit in questi giorni e non solo per l’attesa speranzosa della stagione piovosa! Quest’anno infatti spegniamo ufficialmente le prime 50 candeline di vita di questa diocesi, 50 anni da quando i primi abitanti della regione ascoltarono e accolsero la Buona Notizia di Gesu’ Cristo. La statua di mamma Maria sta terminando la sua visita alle ultime parrocchie della diocesi; infine tutti i cristiani si incontreranno nella cattedrale di Marsabit domenica 23 novembre 2014 per concludere il Giubileo con una grande celebrazione, a cui parteciperanno anche alcuni rappresentanti di Alba.

In questa storia cinquatenaria, la diocesi di Alba (tramite i suoi sacerdoti Fidei Donum don Venturino, don Tablino, don Astegiano, don Molino, don Tibaldi, don Rinino e don Pellerino) ha tanto partecipato sin dall’inizio e ha avuto il coraggio e la forza di dire una parola di Salvezza, soprattutto alle comunità nomadi del deserto del Chalbi e del Kaisut. In questa regione dove, prima il controllo inglese e poi la neonata democrazia kenyota, non sono mai stati determinant per lo sviluppo e il sostenimento di queste poplazioni dedite alla pastorizia di sussistenza. Dove l’ambiente duro e quasi primordial permetteva a malapena la sopravvivenza dei suoi abitanti, alla costante ricerca di pascoli e di acqua.

Soprattutto grazie all’opera missionaria, la vita della gente di Marsabit in questi 50 anni è tanto cambiata. E’ sufficiente camminare per uno dei villaggi e incontrare I tanti alunni del posto, nelle loro belle divise colorate: le scuole, i dispensari, due grandi ospedali, oltre che ai luoghi di preghiera, le cappelle… Poi anche tante case di gente semplice che è dovuta scappare dai loro villaggi Natali a causa della siccità e di violenze tra le diverse comunità. Ma la cosa piu’ stupefacente per noi è incontrare tanti uomni e donne che, grati dell’aiuto ricevuto dalla comunità Cristiana tramite educazione, cibo e medicine, ora ricoprono posizioni di rilievo nel governo locale e nazionale, hanno buone professioni, svolgono un ruolo fondamentale nella società e nella Chiesa e sono buoni padri e madri di famiglia.

Questo tempo di Giubileo è utile per accorgerci delle meraviglie che Dio opera in noi e per darci il coraggio di continuare il cammino nella via della giustizia e della tenerezza del Dio rivelatoci da Gesu’. Giubileo è per mama Ester, una delle prime cristiane di Marsabit, che tutt’oggi, nonostante gli acciacchi dell’età, è molto fedele alla messa domenicale e alle attività dell’Associazioni delle Donne cattoliche. Giubileo è per Petro, giovane catechista, che sabato prossimo si sposerà nella chiesa del suo viallaggio di Dub Goba, vicino a Marsabit. Giubileo è per Martina, quattordicenne di famiglia poverissima, una delle piu’ brillanti studentesse della nostra terza media di Fr. John Memorial, che ha paura di non poter continuare a studiare per mancanza di soldi. Giubileo è per Faith, che ha rischiato di abbandonare la scuola superiore per mancanza di supporto da parte della sua famiglia, che la voleva sposata ad un uomo ricco che l’aveva scelta. Giubileo è per tutte le ragazze che ancora vengono circoncise, deprivandole dalla capacità di partecipare attivamente alla vita sessuale matrimoniale. Giubileo è per le tante famiglie che fanno fatica a sopravvivere per mancanza di cibo, casa, supporto… ma che ancora alimentano la speranza per il Regno di Dio, per un mondo piu’ vivibile e per una vita dignitosa. E noi con loro.

R&D missionario!


“La missione non è un luogo, ma un modo di essere”. Ci piace presentarci così quando ci chiedono di parlare di noi e della nostra vita. Ufficialmente, io, Patrizia, sono di Monforte d’Alba, dal 2008 laica in servizio di missione inviata dalla diocesi di Alba alla diocesi di Marsabit, in Kenya (missione in cui hanno servito per 40 anni i sacerdoti diocesani di Alba): oltre a lavorare con i giovani, insegno religione e sono amministratrice della scuola primaria parrocchiale “Fr. John Memorial” in Marsabit. Michael, mio marito, è farmacista e nutrizionista di Nairobi, entra a far parte dei CLM (Catholic Lay Missionaries) del Kenya nel 2006 e viene inviato a servire i malati nel dispensario della parrocchia di Maikona, diocesi di Marsabit. Accomunati dal servizio missionario ci conosciamo e nel settembre 2010 iniziamo il nostro cammino di fidanzamento; ci sposiamo l’11 febbraio 2012 nella Cattedrale di Marsabit, rinnovando il nostro impegno missionario come coppia e famiglia. L’8 giugno 2013 nasce Emily, la missionaria più vivace della nostra famiglia!

Tutte le volte che ritorniamo a Alba a trovarvi, ripartiamo per Marsabit con una grande libertà interiore: la missione non è nostra, Cristo ci precede! Questo ci permette di affrontare il servizio e la vita quotidiana con responsabilità ma anche con un sorriso sereno, sicuri che non siamo soli (anche se a volte le “battaglie” per mantenerci fedeli a Cristo sono dure da vincere, in una cultura che è altro rispetto ad alcuni valori cristiani, soprattutto di fiducia e di fedeltà coniugale!) e che l’importante è esserci. Non vi nascondiamo che a volte ci sentiamo un po’ “sprecati” o “persi”, e ci sembra di non raggiungere alcun obiettivo, di non essere abbastanza “fermento” nella pasta! Ma alla radice, sentiamo che lo stile di vita che abbiamo scelto, prima come singoli ed ora come famiglia, è proprio quello di stare con la gente, senza troppi progetti da Ong, senza costruire “cose” o “case”, senza colonizzare. Il nostro ideale sarebbe aiutare senza creare dipendenza, condividere per creare autonomia, in uno scambio di dare-avere. Stare e cercare di vivere con Cristo dove si è: “Ecco il genere di cose intelligenti che si possono fare: nutrire numerose piccole relazioni perché un giorno possa nascerne una comunità” (Sobonfu Somè). E questo lo possiamo fare, ovunque siamo. In qualsiasi parte del mondo. Ognuno secondo la sua chiamata e i suoi principi.

Pregate con noi in questo anno giubilare, in cui la diocesi di Marsabit festeggia i suoi primi 50 anni di Buona Novella, con la certezza che Dio si prende cura di tutti i semi buttati e di tutti i suoi figli, senza distinzione di colore o lingua!

venerdì 12 aprile 2013

Viaggiare...

Da un mio articolo a proposito di ... trasporti in Kenya:

I trasporti e il modo di viaggiare qui in Kenya sono stati una delle prime difficolta’-bellezze-fonte di avventure che ho incontrato da quando sono arrivata…

Nella capitale Nairobi, la prima cosa che mi sconvolse di piu’ fu… il fumo nero delle macchine, dei camion (in pieno centro!), delle motorette, delle “api”, dei bus e dei minibus… ossia di tutto cio’ che si muove su ruote… insieme poi alle lunghe e interminabili code che ti mangiano ore al giorno (sapendo di respirare quello che respiri!!!). A parte il mettere a rischio la tua vita tutte le volte che tenti di attraversare la strada (su strisce pedonali o no, con o senza semaforo – che tanto nessuno guarda!), quello che mi ha poi affascinato sul modo di viaggiare kenyota e continua ad affascinarmi e’ la sensazione di entrare a far parte di una comunita’ ogni volta che salgo su un bus-pulman-pulmino (quelli a 14 posti si chiamano “matatu”), soprattutto quelli che portano fuori citta’: ognuno si carica il suo pezzo di vita, mamme con bambini, galli e galline, qualche capra se si arriva dalla campagna e poi una quantita’ enorme di scatole e scatoloni, con prodotti agricoli o cose comprate in citta’ da rivendere nel villaggio… E chi piu’ ne ha piu’ ne metta: basta alzare gli occhi al tetto del pulman per scoprire che qualcuno sta facendo trasloco con tanto di letto o divano con poltrone in corredo, oppure che qualcunaltro si e’ comprato il motorino nuovo e l’ha legato lassu’…

Fantastica poi l’esperienza del “matatu” in villaggi di campagna, dove ti ritrovi a condividere due sedili in quattro piu’ un quinto seduto nel passaggio su un assicella di legno fornita dall’autista… Succede cosi’ che i figli del tuo con-sedile si siedano sulle tue ginocchia,  una gallina legata per le gambe finisca sotto i tuoi piedi, la musica tradizionale ad alto volume e la guida spericolata dell’autista ti intontiscano… e sul piu’ bello, ovviamente il tuo vicino decida che quella in mezzo al nulla e’ proprio la sua fermata… e cosi’ si deve scomporre in un secondo il perfetto incastro che gli scossoni avevano creato tra gli occupanti del pulmino per lasciare scendere il buon uomo! Il “posto” (cioe’ i 4 cm di spazio occupati dal tuo ex vicino) non rimarra’ vuoto a lungo: l’autista infatti non avra’ il coraggio di rifiutare una signora di… bella stazza (come le tante signore kikuyu delle champagne) sul ciglio della strada con sacchi e bambini al seguito… E anche se tu ti chiedi come ci entrera’ tutta questa umanita’ e roba in questo spazio ristretto, non ti preoccupare… ci entrera’… perche’ c’e’ sempre posto per un cliente! E come canta una famosa canzone: Kenya yetu, Hakuna matata! Nel nostro Kenya non ci sono problemi!


 Ma la scena piu’ bella arriva al momento di pagare il “biglietto”: il controllore (anche lui pigiato contro il finestrino, molte volte in piedi tra la porta e il sedile, con la testa che batte nella capotta) chiede a quelli vicini a lui di chiamare i piu’ lontani e allora inizia una catena di gesti superlativi (una specie di linguaggio dei segni) che consiste nel tocco della spalla del vicino con il classico segno dei soldi con pollice e indice e cosi’ via con il… telefono senza fili, fino a raggiungere tutti i passeggeri!

Le cose cambiano quando ci si inoltra nella provincia del Nord-est o nord-ovest dove i km di pista sono ancora molti (anche se temerari ingegneri cinesi sono all’opera per asfaltare la grande strada che ci collega con l’Etiopia – che fa parte della lunga arteria Il Cairo-Citta’ del Capo!). Da noi risale solo a due anni fa l’apparizione di un pulman di “linea” giornaliero che collega Marsabit ad Isiolo o Nairobi. Prima per scendere al sud (dove tutta l’attivita’ del Paese e’ concentrata, essendo la zona nord desertica e ancora basata su economia “semi-nomadica”, e quindi poco sostenibile e con grande sacche di poverta’) un solo mezzo era disponibile: il famigerato “lorry”, che qui sta ad indicare qualsiasi “carretta” a quattro o piu’ ruote, dal semplice pickup al camion al grande snodato… Essendo questi mezzi usati per il trasporto di merci e di animali e non avendo posti a sedere (tranne i due vicino all’autista), uomini donne e bambini si arrampicano sulla capotta sedendosi sulle sbarre di ferro e viaggiando cosi’ per diverse ore, anche dodici… Vi lascio immaginare la stanchezza e la forma… del fondoschiena all’arrivo!

E cosi’ sono anche collegati tutti i villaggi che circondano Marsabit, dai piu’ vicini fino a quelli spersi nel deserto di sale del Chalbi, a centinaia di km di distanza.

Un’altra incognita dei viaggi e’ l’ora di partenza e quella di arrivo… che ovviamente non sono mai fisse, ma si adattano alle esigenze dei viaggiatori e del conducente. E dipendono dalle condizioni della strada: eh si’, perche’ nei 250 km che ci separano dall’asfalto, tutto puo’ succedere… e questo “tutto” ti spinge ad imparare la famosa  “pazienza” africana, se vuoi sopravvivere e sopravvivere felice e senza stress. Perche’ puo’ capitare che non solo si buchi una ruota e non si abbia il cambio, ma che un pezzo del mezzo si rompa e che non si riesca a ripararlo con una corda o con fil di ferro e tocca passare ore sotto il sole o nel freddo della notte (e li’ sperimenti che nella savanna vivono un … sacco di animali!!!). Puo’ anche capitare, come capita in questi giorni di stagione delle pioggie, che il povero lorry non riesca a superare certi punti “allagati” da fango al ginocchio e che rimanga quindi impantanato, impedendo il passaggio a tutti i veicoli sulla strada. Anche in questo caso tocca aspettare che l’autista con qualche uomo di buona volonta’ scarichi il carico dal camion, poi si metta a scavare con pala e zappa – trasformando quel che rimaneva della strada in un campo pronto per la semina, infilando sotto le ruote del bestione grosse pietre (che per fortuna non mancano)… che si spera riescano a dare un buon appoggio per la ripartenza…

E non e’ che questo succeda solo ai camion… Alcuni anni fa, in uno dei viaggi missionari prima di stabilirmi qui, cercando di raggiungere in Land Rover un villaggio ad un centinaio di km dalla cittadina, siamo sorpresi, proprio nel bel mezzo del deserto, da un fiume stagionale che raccoglie le acque di tutta la regione montana circostante. L’acqua scorre impetuosa ed e’ pericoloso anche solo provare ad avvicinarsi. L’unica e’ aspettare. Ed e’ quello che facciamo, lasciando che il primo pomeriggio assuma il rosso del tramonto poco a poco fino a trasformarsi nel meraviglioso manto notturno, accompagnato da milioni di stelle che solo un cielo nel deserto ci puo’ regalare … Il silenzio profondo, interrotto solo dagli ululati delle iene in cerca della cena, si accompagna alla sensazione di un abbraccio protettivo, di calma profonda, che sembrava venire dalle viscere della Terra. I  morsi della fame si fanno sentire e con sister Isabel e padre Alex, condividiamo quel poco di frutta e acqua che l’esperienza ci ha insegnato a mettere nello zaino. Ma a quanto pare, la luce del nostro fuoco non passa inosservata neanche in mezzo a pietre e acacie spinose e vediamo luci di torcia muoversi nella notte come lucciole… Sono morani, giovani guerrieri Rendille che stanno di guardia agli animali al pascolo, lontano dal villaggio e costruiscono capanne provvisorie dove passano la notte… Nel buio della notte, solo il bianco dei loro occhi e dei loro denti. Loro poche parole di Kiswahili (la maggior parte non e’ andata a scuola) e noi quasi nessuna di Rendille. Parlano tra di loro, e dopo un po’ arrivano con alcune tazze di latte munto poco prima… Mai regalo e’ piu’ gradito: nel pentolino di emergenza sbucato da sotto un sedile gia’ si scalda ed emana nell’aria fresca il profumo classico di “carbone”, dai contenitori dove lo ripongono per conservarlo anche per diversi giorni. Intorno al fuoco chiacchieriamo  e ci godiamo lo spettacolo di costellazioni che neanche sapevamo esistere. Pace profonda. Rassicurati dalla presenza dei morani non troppo distanti, cerchiamo di sistemarci alla meglio nella Land Rover per dare un po’ di riposo ai nostri corpi. Il primo sole del mattino non ci da’ il tempo di svegliarci con calma, che gia’ fa caldo. L’acqua e’ scesa di livello e si decide di tentare, dopo esserci assicurati della consistenza del letto del fiume. Quattro ruote motrici e la vecchia Rover passa egregiamente il test… e noi si procede, ringraziando per quella avventura finita bene, per quella generosita’ inaspettata da parte di sconosciuti, per quella pace tipica delle notti africane e per…il dono dell’acqua, che preziosa dara’ da bere a tanta gente e animali…

giovedì 14 marzo 2013

Quotidianita'

Sembra che questo mese di marzo stia portando tante novità… e non è male che io abbia aspettato tanto a scrivere. Il mettere per esteso quello che vivo tutti i giorni sta diventando sempre più difficile, perché a volte è così incorporato nella vita quotidiana e quindi “normale” che mi sembra sia appunto … non straordinario. Mi accorgo sempre più di come distano i miei vissuti e le mie emozioni, dopo 4 anni e più spesi qui, da quelle di un visitatore o giovane in esperienza missionaria… ed è giusto che sia così: quotidiano. Perché è nella quotidianità che costruiamo le relazioni più vere, che mettiamo le radici e cominciamo a trasformarci e a lasciarci cambiare, che prendiamo decisioni che ci stravolgono la vita o semplicemente la perfezionano sempre più, perché diventi finalmente Vita.
Parecchi amici mi chiedono come dev’essere diverso o strano vivere la gravidanza qui, in questo contesto… A volte mi ritrovo nei racconti di mia madre o di mia nonna sulle loro gravidanze. Quello che mi sento di dire è che amo questa gravidanza “non medicalizzata”. Forse alcuni ci possono anche chiamare incoscienti dal punto di vista della nostra cultura italiana, con esami prestabiliti a scadenza molto breve (soprattutto se si è seguiti da ginecologi privati), ma amo la libertà di affidarmi tanto e sempre di più a Colui che è il donatore del dono. Per Michael è una cosa normale, per me all’inizio è stato ovviamente un po’ più difficile: andare a fare l’ecografia all’ospedale governativo di Marsabit ed accorgersi che quello che ci veniva detto non erano che le informazioni basi e niente di più… mi ha deluso un po’. Quando abbiamo osato chiedere se si poteva sapere il sesso del bimbo alla ventesima settimana, l’omino ci ha risposto che forse all’ottavo mese era possibile!!!  Ma a questo punto perché non aspettare la nascita, mese più mese meno! Quindi ci siamo detti che era meglio non farne più di ecografie qui a Marsabit, risparmiamo delusioni e mezze notizie che non servono a niente se non a metterci in agitazione. Per quanto riguarda i controlli, il sistema sanitario kenyota ne offre quattro, utili, con esami di base e infermiera specializzata che osculta il cuore del pupetto e dà spiegazioni, consigli sull’alimentazione e sullo sviluppo.
Fatto sta che qui la gravidanza è vissuta in modo completamente diverso per la società, almeno per quanto riguarda i primi mesi. Nessun annuncio ufficiale anzi quasi un nascondimento (della moglie di un nostro vicino di casa siamo venuti a sapere che era incinta quando… è nato il bambino! Con le nostre maestre, l’annuncio è arrivato direttamente… dal pancione, non più nascondibile sotto i vestiti pur abbondanti!), il marito per niente coinvolto (nessuno chiede a lui come sta la moglie o quando nascerà loro figlio!), gli altri figli che non osano neppure chiedere cosa sta succedendo alla mamma e alla sua pancia… (come non lo chiedono a me i miei alunni, nemmeno delle prime classi elementari!)… e così via. Se questa “secchezza” all’inizio questo mi ha dato fastidio, devo dire che ci ha anche permesso di assaporare, senza stress, questo dono come prezioso e “nostro”. Ovviamente, noi l’annuncio lo abbiamo dato alla famiglia e agli amici vicini e lontani, agli altri missionari, ecc… perché ci piaceva, in semplicità, renderli partecipi di una grande gioia. Ora che il pancione annuncia da sé l’arrivo di un altro membro della famiglia, le cose sono cambiate e sempre più sguardi sorridenti si posano su di esso, con qualche parola semplice o atto di attenzione per la mamma. Mentre le donne mi si fanno più amiche e le sento vicine senza barriere particolari, per gli altri uomini resta un tabù, a meno che non sia Michael ad aprire il discorso e a dire qualche parola sul fatto.
Consapevoli che la nostra vita cambierà e di tanto, sento il peso di non avere la famiglia mia e di Mike vicina per un appoggio concreto o spirituale. Ma dato che il Signore non ci ha mai fatto mancare il Suo sostegno, penso che troveremo soluzioni, magari inaspettate, anche questa volta.
Intanto il nostro pargolo non ci dà ancora occasioni di preoccupazioni: provetto calciatore com’è, e amante delle 4 stagioni di Vivaldi, nonché di cioccolato e delle carezze del papà, non manca di farsi sentire e questo ci dà un senso di sicurezza che va oltre il migliore esame specialistico!
A volte ci troviamo a fantasticare sulla sua vita futura: i primi giorni di vita, già alle prese con inevitabili viaggi su strade… caratteristiche; i primi anni, con così tante lingue da imparare (l’italiano con mamma, l’inglese con papà, il kiswahili per la quotidianità e il borana con gli amichetti!)… e poi la scuola, così competitiva, mnemonica, punitiva e poco a misura di bambino, e poi chissà… lui/lei che è e sarà l’unione di due mondi, che è e sarà un nuovo inizio, una nuova cultura, un  nuovo modo di vedere la vita, non nera ma neppure… bianca!
 
In realta', a livello nazionale, la notizia piu' grande e' stata l'elezione del presidente del Kenya con tutto il suo entourage... Le parole si sono sprecate, la calma e' stata piu' o meno mantenuta, ora il caso e' in tribunale per brogli elettorali alle urne e quindi non si sa quando e come finira'. Per ora sappiamo solo che non c'e' tensione e la gente non vuole piu' parlarne... Ora la decisione spetta ai giudici.
Ho trovato molto completo l'articolo di padre Kizito che legge la realta' in un modo molto imparziale e legato alla storia del Kenya:
 

sabato 3 novembre 2012

La strada


Sono appena arrivata da una passeggiata. E’ strano per noi che camminiamo quotidianamente a piedi per… spostarci e non per piacere, ma oggi, per una volta, è stato diverso. La scusa era andare a comprare un po’ di “sukuma wiki”, che Mike sta sognando di mangiare con l’ugali da dieci giorni a questa parte, da quando io mi sono decisa di dedicarmi alla cucina… alternativa (per quanto può essere alternativa una cucina qui, senza insaccati, ne’ formaggi, ne’ pesce, ne’ tante buone verdure e soprattutto insalata verde!). Scelgo la strada del villaggio, quella che passa vicino alle case, lasciando per un giorno la grande strada (si chiamerebbe “autostrada” sulla cartina!) che va in città.
Nel verde di erba ed alberi rifioriti, incontro un comizio di miei vicini di casa: la gente è parecchia, donne a sinistra, uomini a destra, si parla kiborana e, tra un applauso e un “vigelegele” delle donne, non riesco a capire il perché dell’adunanza. La strada è pacifica, serena, così diversa dagli altri giorni, quando i ragazzi verdi e rossi verso quest’ora sciamano a casa da scuola… Una bimbetta di due anni sbuca da uno dei cancelli, quando io passo.  Mi guarda con occhi sgranati che si metteranno a piangere se faccio un passo falso. La saluto in borana, ma i suoi occhi spaventati non mi mollano. Proseguo. Sono voci di donne che mi raggiungono ora, mamme che, sotto la tettoia del cortile, si preparano a fare il bagno ai loro bimbi, non tutti eccitati dall’idea. Ma l’acqua è arrivata stanotte, da un’altra abbondante pioggia: meglio approfittarne!

Quando mi inoltro nel vicolo più stretto, il passaggio per noi pedoni è mangiato dal fango, che l’acqua stagnante della strada e le macchine che sono passate non lasciano asciugare. Non ci sono fossi per l’acqua, qui, da nessuna parte. Mi arrampico su alcuni sacchi che i padroni di casa hanno messo fuori dal loro cancello per passare ed evito il peggio! Osservo le piantine di fagioli che sono già grandine, una gallina che insegna ai suoi pulcini a cercare il cibo nel campo arato, un buon profumo di cena che arriva da una delle abitazioni. Incontro Atho, alunna di quinta, che mi saluta fiera con un bel “Mwalimu, habari yako?”, anticipandomi. E’ strano vederla senza uniforme della scuola, così elegante nella sua gonna lunga e camicetta, ma il viso è sempre il suo!
Arrivo al negozietto e compro l’agognata verdura, di cui però io continuerò l’astinenza per almeno alcuni giorni. La padrona dice alla sua bimba di salutarmi con “how are you?”, ma l’anticipo io questa volta, le porgo la mano e la chiamo “intal”, sorellina. Lei si avvicina con un po’ di timore, mi stringe la mano, dicendomi “yoya”.
E’ ora di tornare a casa adesso. Rilasso ancora gli occhi sulle pendici verdi delle colline, decorate da casette decenti e colorate e penso al nostro cuoco, Mr. Halkano, che l’altro giorno mi ha chiesto un anticipo di 30 euro sul suo stipendio (cioè la metà della sua paga mensile) per costruire la latrina per la propria famiglia, nel loro cortile dietro casa. E mi viene da sorridere quando penso che io ho pagato altrettanto un falegname per due ore di motosega, per tagliare in ceppi la grande legna che ci serve per cucinare ogni giorno per 370 alunni.
La scia profumata di una signora mi riporta sulla mia strada.
Penso che tra non più di due ore Mike dovrebbe arrivare a casa, dopo un’intera giornata di “mobile clinique”, la farmacia mobile che fanno ogni mese in alcuni villaggi distanti dal centro. Stasera parleremo un po’ dei problemi che ha incontrato per strada, di ciò che ha visto, della gente con cui ha parlato, dei bimbi che ha vaccinato… E poi magari parleremo di politica, di come due politici, Ruto e Kenyatta, che saranno giudicati a marzo dalla Corte Internazionale per delitti contro l’umanità (vedi omicidio, stupro, persecuzione e altri atti inumani durante la violenza post-elettorale di quattro anni fa), vogliano correre per l’elezione a presidente del Kenya in febbraio. Il segretario di stato americano, Hillary Clinton, e l’ex segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, rivolti alla popolazione kenyota, hanno avvisato che potrebbe essere una cattiva idea per il Kenya eleggere persone che dovranno rispondere di queste gravi accuse contro il popolo che vogliono governare. Anche all’Alta Corte del Kenya è stato chiesto di intervenire, per fermare la loro propaganda elettorale, dato che la loro candidatura sarebbe contro la nuova Costituzione. Ma per ora vanno avanti, hanno soldi e contano di arraffare ancora più potere (e chissà di conquistarsi l’immunità una volta eletti!) e chissà che non arrivino anche quassù a comprare voti…

Scaccio questi pensieri che mi mettono addosso un senso di ingiustizia e di oppressione che fanno sentire impotente. Riporto gli occhi sul paesaggio che mi circonda, e penso che in fondo anche quest’erba nuova, fresca, rinata è sbocciata mettendo radici nella polvere, nell’immondizia… in quel terreno coperto di sangue, che ancora una volta ha dato vita a qualcosa di bello.

Chissà che per una volta non succeda anche così, nelle alte sfere…

venerdì 28 settembre 2012

La casa dov'e'?


Trasformare questo blog in un deserto non era l’idea che lo ha fatto nascere. Sarà la nostra prima vacanza italiana da sposi e il nostro ri-matrimonio, sarà che qui il lavoro non manca e stiamo più fuori che in casa, sarà che succedono così tante cose interessanti da scrivere che per non fare torto a nessuna non ne scelgo neppure una, sarà che per scrivere serve il pensiero e l’ispirazione… Comunque approfitto per primo giorno libero da quando siamo tornati a Marsabit, perché oggi gli insegnanti della nostra scuola sono andati… in gita sul confine etiope. Anche se un po’ mi dispiaceva, ho gentilmente rifiutato, soprattutto pensando ai 300 km di strada sterrata (la stanno asfaltando pero’, da dicembre 50 km dovrebbero essere gia’ percorribili!!!) fino a Moyale e alla tranquillità che per un giorno mi sarei potuta godere (lavorando in casa, s’intende!)…

E così eccomi qui, tra bella lavanderina e donna delle pulizie… mentre Mike è al dispensario di Dirib Gombo, come tutti i giorni. C’è da pensare in questi giorni, c’è da decidere cose, c’è da ricavare buon tempo, c’è da coltivare relazioni, c’è da continuare ad apprezzare e a combattere stereotipi di pelle chiara. Tuttavia, sono arrivata carica da Monforte: è stato un semplice salto (che ci vuole a salire su un aereo, a viaggiare una decina di ore con la persona che ami per raggiungere altre persone che ami?!?) che ci ha immersi in un mondo concreto, vivo, un po’ in crisi (quella economica, no, noi che arriviamo dall’Afrika non l’abbiamo vista, perché siamo troppo mal abituati!), ma di affetti, di amicizie, di tranquillità, di viaggi, di accoglienza inaspettata in quella che per Mike è la sua nuova famiglia. Un mondo ovattato, che sa bene che non saremo suoi frequentatori assidui (qualche volta dico purtroppo!) e che ci tratta con i guanti e ci fa sentire ospiti anche in casa propria. Ma in fondo, nei lunghi viaggi transafricani, mi chiedo se è proprio necessario avere una casa: non quella di mattoni (quella è necessaria!), ma quella esistenziale, quella che in inglese chiamano “home”… e se invece non se ne possono avere due o più di due. Lo penso in riferimento a me, a noi, alla nostra futura casa (dove?) ma anche ai nostri futuri bambini, se verranno: bi o trilingui, con passaporto italiano e kenyota, mix di colori, mix di capelli e di tradizioni familiari… impareranno a chiamare “zia” una persona che non è mia sorella di sangue e “amici” persone con tradizioni diverse dalle loro, con tanto diverso, che non sono state presenti nell’infanzia dei suoi genitori, cioè noi! Se don Dodo nella sua omelia del 25 agosto, ci ha detto che ammira questa capacità di sentirci liberi e tutti i posti potrebbero essere la nostra “casa”, mi chiedo fino a che punto dovremo limitare questa libertà per il bene dei figli. O della famiglia. O forse dovremo solo insegnare loro con l’esempio che la famiglia più solida di tutte è quella creata intorno all’altare, è quella della Chiesa (anche istituzione, perché no!), è quella di essere accolto ovunque perché di Cristo e accogliere chiunque perché di Cristo. In fondo è per questo se posso chiamare Marsabit casa mia: non solo per le persone che ci vivono o per quelle amiche, ma per la presenza della casa di Dio tra di noi. Chissà che non impareremo a chiamare “casa” anche altri posti, oltre a questi!
Intanto, oltre allo stupore di vedere come le vite cambiano, si evolvono e così i loro protagonisti e i bambini crescono o nascono (benvenuto Nicolò, noi invece non ci siamo ancora conosciuti di persona!), ci siamo portati in bagaglio dall’Italia una nuova consapevolezza, che sapevamo solo a memoria prima: quella di essere coppia di laici missionari. Ci piace questo. Una famiglia missionaria. Se qui cerchiamo di vivere semplici e di non attirare troppo l’attenzione, ma solo per esserci e condividere, non dobbiamo dimenticarci (e grazie ai mille amici che ce lo hanno ricordato con l’esempio, con la loro considerazione, con il loro guardarci) che siamo qui a Marsabit per una missione. Siamo una famiglia come tutte le altre, ma non siamo come tutte le altre. Perché siamo stati mandati ed accolti e siamo chiamati ad essere pietre vive, non ad uniformarci con la cultura del posto o con il loro senso religioso, a costo di restare un po’ da soli, o non completamente integrati in questa società. “Nel mondo ma non del mondo” (ma a volte fa male!).
Se escludiamo le manovre politiche e i loro fautori, rimane ben poco di cui discutere in Kenya. Le prime tre settimane di settembre, ci ha accolto un tremendo sciopero degli insegnanti della primaria, secondaria e per qualche giorno anche dell’università (escluse scuole private, come la nostra “Fr. John Memorial” e quelle secondarie diocesano “Cavallera girls” e “St. Paul”). Scopo: vedersi aumentato lo stipendio che prima sfiorava i 130 euro al mese per un maestro elementare. Il Governo li ha messi a ferro e fuoco e con un’arroganza incredibile non ha partecipato ai patteggiamenti (i maestri sono partiti con una richiesta di aumento del 300% perché era dal 1987 che non venivano dati aumenti – se non per adattamento anti-inflazione -  e non veniva rispettato il patto sottoscritto). Gli studenti hanno continuato a giocare per strada o ad aiutare in casa, a soli due mesi dall’esame di stato per la terza media e la quarta superiore. Ora che hanno ottenuto un aumento di 3,000 Kshs, cioè 30 euro per mese, gli insegnanti sono ritornati in classe, cercando di recuperare il tempo perduto. Come se tutto ciò non bastasse, il ministro dell’educazione (la cui carriera professionale niente ha a che vedere con l’educazione: è infatti un avvocato!) ha deciso di sposare in avanti tutto di un mese: così invece di avere gli esami il 5 novembre, saranno ai primi di dicembre; invece di fare vacanza novembre e dicembre ed iniziare il nuovo anno scolastico ai primi di gennaio 2013 ora faremo vacanza dicembre e gennaio e riapriremo le scuole a febbraio… Di conseguenza anche i prossimi trimestri saranno tutti sballati e chi, degli insegnanti – e sono tantissimi-, studiava all’università non potrà dare esami, né attendere le lezioni come generalmente faceva durante le vacanze di aprile, agosto e novembre-dicembre.
Mi viene proprio da cantare, in senso letterale, … “una mattina mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao...”!! Vedremo come andrà a finire… Educazione? Ultima ruota del carro kenyota…
Una bella notizia da Marsabit, adesso: sabato scorso 23 settembre, memoria di mons. Cavallera, James Wario, un seminarista di North Horr, è stato ordinato diacono, dopo cinque anni dall’ultimo sacerdote diocesano! E’ anche l’unico Gabra ad essere nel clero diocesano di Marsabit! Tanti auguri, Wario: hai una grande sfida davanti a te, riuscire a mantenerti fedele a quel Dio che ci ha creati e continuamente ci crea, in questa cultura che ti spinge altrove e ti propone l’opposto. Ti siamo vicini!

domenica 15 luglio 2012

Take care!


Trovare il tempo e la fermezza di mettere per scritto i "temi" che ho in testa sta diventando sempre piu' complicato negli ultimi mesi... Non solo per la "nuova famiglia" da accudire, ma anche per le tante e diverse situazioni che giornalmente mi e ci mettono in discussione e che alcune volte scombussolano i nostri piani.
Solo ieri, per esempio, quando avremmo dovuto essere nel bel mezzo dei nostri preparativi per il "rimatrimonio" italiano (essendo sabato, era l'unico giorno libero che ci rimaneva prima della partenza), la signora che avevo chiamato questa settimana per aiutarci a lavare i vestiti... ha pensato bene di non presentarsi e di spegnere il telefono. Al che a mezzogiorno, tra una mescolata alla sukuma wiki nella pentola e un pensiero a cosa portare in Italia, mi sono messa a lavare quel quintale di robe che da due settimane giaceva inerme nel cestone, causa impegni dello scorso sabato tipo "parents' day" al Fr. John Memorial e "mobile clinique" di Mike. Inoltre telefonata della preside del St. Teresa School che mi informava che la ragazzina che aiuto a pagare il collegio era scappata di notte! E che era poi stata ritrovata, grazie al pronto intervento di suor Christine, da un'amica di famiglia, dalla quale si era nascosta per evitare una punizione! All'intenzione di mandarla a casa, la mamma si e' rifiutata, ma intanto la ragazzina non vuole piu' stare in collegio per le continue punizioni anche corporali e il clima di paura che regna da quando hanno cambiato la responsabile. Un problema che non ha soluzioni facili e che di certo avra' conseguenze... Il tutto da cercare di sistemare in alcuni giorni, prima della nostra partenza per Nairobi, sabato.
Nel tardo pomeriggio, andiamo fino dalle Charity sisters per salutare le suore e i "nostri" bambini... e per cercare di risolvere un altro problema, questa volta di una mamma con 7 bambini, l'ottavo in arrivo, i piu' piccoli dei quali sono denutriti e pieni di pulci penetranti. La suora e' molto accomodante e dice a Mike di portarli da loro lunedi': staranno li' per qualche mese fino a quando non si saranno rimessi in sesto... Nel frattempo fr. Racho dovra' mobilitare la comunita' per trovare un fazzoletto di terra alla signora e cercare di costruire una casetta... Le ragazze di Alba, in visita da noi, ed io, dopo aver visitato la sua attuale abitazione, abbiamo incontrato la mamma venerdi' scorso al dispensario di Dirib: "a volte non sai proprio come aiutarli", e' stato il commento di una di loro.
A volte ci sembra di fare proprio poco, ma non siamo qui per fare... piuttosto per educare a prendersi cura. Come diceva il maestro che ha tenuto tre giorni di incontri per coppie, a cui abbiamo partecipato qui a Marsabit la settimana scorsa, la responsabilita' genitoriale e' indiscutibile: se sai di non avere il cibo necessario per sfamarne due figli, perche' ne metti al mondo un terzo senza curarti di cosa sara' di loro, e mettendoti la coscienza in pace dicendo "E' dono di Dio, Dio si prendera' cura di lui". Chi era nel letto quella notte? Tu con il tuo partner o Dio? Prendersi la responsabilita' delle proprie azioni aiutarebbe a rasserenare la vita di molti bimbi che, pur avendo i genitori, sono lasciati allo sbaraglio e con il peso costante sulle spalle di cosa mangeremo e con che cosa pageremo i libri, o le tasse scolastiche... E' la poverta'-irresponsabilita' che schiaccia e scaccia i sogni di una vita migliore. La Provvidenza lavora e mai come in questi anni qui L'ho vista all'opera, ma non La si puo' usare per negare le proprie responsabilita'. Come le ragazzine della nostra scuola ripetono spesso: "Do your best, God will do the rest"! E il mondo sarebbe sicuramente piu' "leggero" e tutti potrebbero apprezzare maggiormente la grande Bellezza della Vita che ci circonda e ci inonda!

sabato 24 marzo 2012

Wangu wa maisha - Mio per la vita


"Ondoka (ewe) Bwana harusi tembea wakuone,
ondoka (ewe) Bibi harusi tembea kwa maringo.
Njoo kwangu nikueleze neno moja toka moyoni mwangu:
nimekuchagua wewe, wewe wangu wa maisha,
tangu leo mimi na wewe ni kitu kimoja".


"Mio Sposo, vieni,cammina così che ti possano vedere;
vieni mia Sposa, cammina con stile.
Vieni da me, ti dirò una parola che arriva dal cuore:
ho scelto te, te per sempre,
da oggi io e te siamo una cosa sola".



Siamo ancora in Quaresima, ma a noi sembra gia’ di vivere la Pasqua di Risurrezione.
Non è facile ri-iniziare a scrivere dopo questi intensi giorni: è la consapevolezza di non poter raccontare il profondo, ma solo vivere. Intensi, certo: sono l’inizio di una vita nuova, una vita di coppia e di famiglia che sarà per sempre e allo stesso tempo sono continuazione di ciò che avevamo sempre desiderato, sognato, amato, vissuto. L’inizio di un compimento, che racchiude al suo interno tutto il gusto del “già”.
Benedetti con la presenza speciale della Madonna di Lourdes, giorno della Sua festa per la Chiesa Cattolica, oltre che con la presenza di tanti amici, di tutti i colori: Kenyoti, del sud e del nord, italiani, messicani, indiani, rumeni, spagnoli, tedeschi… Il mondo non è poi così vasto, sembra; in Cristo diventa UNO, così come lo siamo diventati noi: Patrizia e Michael. Due lingue, due storie diverse, due colori, due continenti, due persone che non si sarebbero mai incontrate se non ci fosse stato Gesù Cristo. Ma anche due persone con una sola grande missione: quella dell’amore. Entrambi decisi a dedicare il nostro tempo al servizio degli altri e del Vangelo, come missionari laici; entrambi forti abbastanza da lasciare il conosciuto per lo sconosciuto; entrambi con la consapevolezza di essere oggetto di un dono o di grandi doni e con un enorme grazie da dire a Dio per ciò che abbiamo ricevuto e riceveremo.
Non possiamo che celebrare questo regalo che abbiamo scelto, ma che allo stesso tempo ci ritroviamo tra le mani, pronti a continuare a testimoniare e a seguirLo, come singoli, come coppia e come famiglia.
Quel giorno, le cose sono state semplici, come avevamo desiderato, all’insegna della gioia e della festa. Alcuni giorni prima ecco arrivare la delegazione albese, guidata dai miei genitori, da mia sorella Mirella e dal suo fidanzato Simone, da don Gino e don Rinino, con una nutrita squadra di giovani e non, alcuni amici (tra cui la mia maestra delle elementari), altri conoscenti, altri sconosciuti (ma adesso non più)… per un totale di 20 persone. Tra le ultime cosette da fare (aggiustare la pompa dell’acqua per farsi un doccia almeno per il giorno del matrimonio; cambiare il letto da singolo a… “quasi matrimoniale”, disegnato da noi su misura, seguendo le promesse infinite di consegna del nostro falegname; fare lo shopping per il pranzo di nozze; dedicare un po’ di tempo agli ospiti; miniritiro spirituale di una mattinata; manicure e pedicure all’ennè, una controllatina ai vestiti da cerimonia, anche questi di nostra ideazione…), il tempo veramente vola, conducendoci alle porte del grande giorno. Con una rilassante cena al Pastoral Centre con gli amici italiani celebriamo il nostro addio al nubilato e celibato e ci prepariamo all’ultima notte da “single”: io a casa mia (quella che diventerà casa nostra) e Mike in parrocchia con il nostro testimone Felix e i suoi fratelli, familiari e amici da Nairobi. E se mentre la futura sposa dorme sonni tranquilli, il futuro sposo aspetta fino alle 2 del mattino l’arrivo della delegazione nairobiana, rimasta a piedi a 15 km dalla città, aHula Hula, per un guasto all’auto affittata per l’occasione! “E’ un vero matrimonio stile africano”, penso dopo aver saputo dell’accaduto: e di fatti iniziamo l’avventura!
Genitori, sorella e moroso bussano alla mia porta subito dopo l’alba, e in un momento mettono a soqquadro la casetta, che si adorna di palloncini e nastrini in men che non si dica. Vestito, scarpe e acconciatura della Parrucchiera Mirella e il gioco è fatto. Ecco la nostra testimone, Christine: arriva puntuale e bellissima, pronta per salire in macchina e andare in chiesa, la Cattedrale di Marsabit, dove ci atte
ndono le damigelle d’onore (il mio gruppo del Vangelo), tutte super vestite in tono e orgogliose del loro ruolo e le nostre bimbe dei fiori (ops… fiori non ne avevamo, quindi abbiamo usato eleganti nastrini a forma di… mazzo di fiori!): Qabale da Maikona, Guyato delle Suore Missionarie della Carità, Chuku del nostro gruppo del Vangelo e Margaret, nipotina di Mike, figlia del fratello Hamisi e Shirò. Dopo un veloce saluto alla delegazione “femminile” maikonese, in processione, a braccetto di mio papà che non sa più che dirsene di tutto questo movimento, ci rechiamo di fronte alla chiesa, dove incontro Michael, teso come una corda di violino, che quasi
si dimentica di salutarmi tanto ansioso e nervoso è! Anche i sacerdoti, giunti da tutte le parti della diocesi e da… oltremare, sono pronti, guidati dal Vescovo Mons. Kihara che celebrerà il sacramento con noi.
Le “Upendo Girls”, vestite per l’occasione, aprono la processione all’altare, danzando al ritmo del canto d’ingresso “Harusi” – “Matrimonio”, magistralmente cantato dal nostro coro della cattedrale. E sulle parole “Bwana harusi na bibi harusi, leo mmefunga ndoa ya maisha., Kaeni kwa amani kidededede” (Sposo e sposa, oggi suggellate le nozze della vita. Vivete in pace e con gioia), Michael arriva all’altare con Felix e zia Lona. Ora cammino anche io nella navata centrale. Non vedo nessuno, mi viene da cantare, guardo il crocifisso e il tabernacolo e il mio cuore dice grazie, “grazie perché per dono gratuito avete scelto me”. Gesù e Mike, per dono gratuito han scelto me. Mi sento piccola davanti a questo miracolo, ma piena di gioia. Il vescovo ci accoglie di fronte all’altare e poi passa il microfono ai nostri accompagnatori: a zia Lona e a Felix, a mia mamma e a mio papà per le ultime parole ai loro “bambini”, l’ultimo augurio, le ultime raccomandazioni. Ora, mi viene il groppo in gola e le lacrime fanno capolino ma… Michael mi accoglie tra le sue braccia e ci sistemiamo al nostro posto, all’inginocchiatoio magistralmente preparato dalle Charity sisters, così come tutto l’abbellimento della Chiesa.
Inizia la celebrazione, che mi dicono essere durata tre ore, in un misto di tre lingue: kiswahili per i canti e la liturgia della Messa, italiano per il vangelo e un po’ di predica, inglese per il rito del matrimonio! Sento forte e di fuoco la presenza di Cristo nella Parola, con il suo
Spirito: mi tocca il cuore e Lo riconosco tra di noi. Il vangelo di Giovanni che abbiamo scelto insieme e su cui abbiamo pregato ci rivela la verità su di noi e sul nostro donarci: “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me”. Sogno di una vita per la vita, la nostra. Il desiderio di UNITA’ che da sempre ha abitato il mio essere, che mi ha spinta fin qui, è ancora quello che ci guida su questa nuova strada. La presenza di persone particolari ci fa sentire uniti anche a chi non ha potuto partecipare, ma sta pregando per e con noi. Il mondo ci sembra gigante e tutto contemplabile, allo stesso tempo e si rivela in un colore nuovo, unico.
Ci promettiamo di essere “veri” l’uno con l’altra sempre, in bellezza e difficoltà, in malattia e in salute e di amarci e rispettarci come creature uniche e dono di Dio, tutti i giorni della nostra vita. Coronati da un anello come segno, dono dei miei genitori, salutiamo i parenti e gli amici più cari, la prima volta come famiglia unita in Cristo. Gli alunni della scuola, tutti in uniforme, danzano e cantano con noi nella processione delle offerte. Dopo la fine della Messa, è un tripudio di gente, festa, colori, canti… e confusione! C’è un camion pronto per trasportare gli ospiti (invitati e non, non importa, ci sarà riso, spezzatino e coca cola per tutti!) alla scuola “Fr. John Memorial”, in cui si continuerà la festa. Non ci sembra vero!!! Andiamo al Santuario Maria Mfariji per alcune foto ricordo, lassù sul tetto del mondo, guidati dal nostro driver d’occasione Sr. Christine.
Quando arriviamo alla festa, la maggior parte della gente ha già mangiato, ringraziando l’impegno delle signore della parrocchia ai fornelli, ed iniziano subito gli intrattenimenti. Dai bimbi delle suore di Madre Teresa, alle ragazze di settima della nostra scuola che ci stupiscono con canti scritti da loro e una poesia di fine bellezza, dalle donne di Maikona, che ci benedicono in Gabbra con alcuni canti tradizionali, alle donne di Milima Mitatu, il Turkana Shelter Women group, che fanno ancora più bella la nostra festa. Poi il nostro gruppo del Vangelo, a cui ci uniamo per il ballo e dulcis in fundo, “Marieme, voi marieme” dei nostri piemontesini belli, che raccolgono applausi a non finire. Non smettiamo più di ridere, dopo che cerco di tradurre in inglese dal piemontese per mio marito e i testimoni. E’ il momento dei regali, un’infinità tra set di bicchieri, copriletti, lenzuola, casseruole, termos, gioielli Rendille e un gallo vivo (per la gioia di mio papà!), e del taglio della torta, magistralmente preparata da Nadia e dalle sue valide collaboratrici con il supporto tecnico di Henry e di sua moglie.
Colmi di nuova energia e di una straordinaria gioia, siamo accompagnati a casa, che lasciamo
dopo poco, alla volta del Pastoral Centre per finire con una cena tra… famiglie: quella mia e quella di Mike. Tra un buon bicchiere di Barolo e un confetto, terminiamo la serata in bellezza, ancora guardandoci e chiedendoci se siamo davvero sposati, se non sia stato tutto un ricco e veloce sogno!
Ma il matrimonio non è ancora finito: il giorno dopo partiamo presto per raggiungere Maikona, dove gli amici di Michael e i vari gruppi sono pronti per le nostre “seconde” nozze, in forma breve. La nostre sedie sono pronte di fianco all’altare e il parroco, padre Eugenie, ci dà di nuovo la sua benedizione e di nuovo ci scambiamo gli anelli. Purtroppo non abbiamo molto tempo per salutare tutti: terminiamo la visita con un altro “pranzo di nozze” – capra questa volta – preparato dalla parrocchia. Ci manca la festa tradizionale, i canti e la spontaneità delle donne… ma – ci diciamo – sarà per la prossima volta…
Al tardo pomeriggio siamo di nuovo a Marsabit. Incontriamo mamma Maria, appena arrivata da Kargi: più o meno capiamo che non c’erano macchine che venivano a Marsabit il giorno prima e quindi non è potuta venire alla festa. Ma vuole darci una pecora e salutare i miei genitori.
La stanchezza inizia a farsi sentire. Ma non c’è ancora tempo per riposare: l’indomani sveglia prima dell’alba alla volta di Nairobi con la mia famiglia. Sono pronti per il volo di ritorno e noi per la nostra “pseudo” luna di miele, in Uganda, per visitare le altre sorelle della mamma di Mike… Ma questa, poi, è un’altra storia!


giovedì 22 marzo 2012

domenica 8 gennaio 2012

Tra magi e pastori


Domenica sera è il tempo giusto per scrivere, finalmente. Domenica, festa dell’Epifania, che chiude il periodo natalizio, anche se noi il nuovo anno scolastico lo abbiamo già iniziato mercoledì scorso…
E’ un tempo strano questo. Tempo di attesa e tempo già venuto. Tempo che è sembrato di festa, ma che in realtà è stato un po’ superficiale, come la pioggia che nelle strade ha già lasciato spazio alla polvere, fine e rossa! L’ambiente non rende la cosa più semplice: anche il cristianesimo, il sentirsi di Cristo, è ancora superficiale e non incide molto nella vita quotidiana. Se la Chiesa qui ha un ruolo sociale e politico enorme, quello religioso – così come lo intendo io, da buona occidentale, con una vita di fede cresciuta a suon di ritiri, silenzi, canti significativi, momenti forti di preghiera, comunità in oratorio e in seminario – è ancora limitato. Troppo. E’ vero che non ho mai incontrato un ateo, ma neppure una persona in ricerca. Questo spirito religioso vitale che anima la gente d’Africa può, a mio parere, limitare il cammino verso la stella, il cammino di ricerca, fatto di dubbi, di salite, di domande, che ci permette di vedere dove il Signore è nato, così come han fatto i Magi. Eh sì, perché in fondo io mi sento abbastanza un “Magio”, con il suo lungo cammino di ricerca alle spalle, con valutazioni ponderate e tante volte dubbi filosofici sulla vita, sulla fede e sui massimi sistemi. Con una mappa in mano, che da’ un po’ di sicurezza nella traversata del deserto, e tante volte con gli occhi per terra cercando di non intrapparmi più, piuttosto che con il naso all’insù per scrutare la guida luminosa… Forse troppo tentennante a lasciare il castello di Erode per proseguire con decisione il viaggio… Studiosa, in ricerca. Fino a quando a quella grotta ci sono arrivata davvero, non una volta sola e non da sola. Ma con una comunità di credenti, con cui abbiamo condiviso le fatiche del viaggio e le sue gioie (la mia mente si affolla di volti, amici cari!)… Una comunità che in quel deserto c’era già passata e aveva tracciato un po’ di sentiero… come fanno i cammelli nel Chalbi: a forza di passare nello stesso posto anche le pietre lasciano spazio al colore nuovo della terra calpestata… Una comunità che è Chiesa e che, seguendo la stella fino a Betlemme “Casa del Pane” (quello che può saziare una volta per tutte!), ha visto con i propri occhi la Salvezza viva e attiva in questo mondo… “From far away the wise men came, to find the thiny King. In Bethlehem they worshiped Him. You star up in the heaven, without your holy light, they would still be searching somewhere in the night. Bethlehem star, how beautiful you are, shining in the darkness, guiding strangers from afar. Your light feels the heaven, His love feels my heart. So shine for me, my Bethlehem star”.
Tutti questi Magi… prima o dopo, sulla loro strada hanno incontrato i Pastori. Gente legata alle tradizioni, semplice, che non è abituata a guardare al di là da ciò che già conosce, che tuttavia sa come prendersi cura di un gregge, sa ciò di cui hanno bisogno e non esita a dedicarcisi ventiquattr’ore al giorno… Gente il cui senso della propria vita già lo possedeva, senza domandarsi più di tanto, radicato com’e’ nelle tradizioni e nella cultura della comunità… Pieni di paura quando gli angeli annunciano loro la nascita del Salvatore. Paurosi per un momento perché forse non aspettavano nessun Salvatore, ma coraggiosi, dopo aver deciso insieme, di avventurarsi fin sulla soglia di quello che pareva un avvenimento comune: la nascita di un bimbo. I pastori c’erano abituati, lo sapevano che quando vedevano un fuoco nella notte e sentivano i canti delle donne innalzarsi fino al cielo, un nuovo membro della comunità era venuto alla luce… Ma questa volta, dopo aver parlato con Maria e averle confidato ciò che gli angeli dicevano di suo figlio, se ne andarono lodando Dio. Così come avevano probabilmente fatto da tutta una vita, abituati com’erano ad affidare quotidianamente all’Eterno Essere la loro fragile vita nei pascoli lontani da casa. Magi e Pastori arrivano a Betlemme, arrivano a saziare la loro vita con Pane vero, attraverso strade completamente diverse, ma tutti camminano, si muovono dal posto che chiamavano casa e tutti, da quell’incontro, a quanto pare, se ne vanno cambiati.

Ritornando a noi, la convivenza tra Magi e Pastori non e’ sempre semplice: spiritualità diversa, concezione della vita diversa, solo l’incontro con il Salvatore unisce. Insomma, nella terra dei pastori, i Magi “troppo irriqueti” rischiano di morire di fame “spirituale”, più che di fame materiale! Per fortuna ci sono amici che mandano libri e condividono via mail, telefono, lettere e offrono un po’ di Acqua da bere. Inoltre, quello che mi aiuta anche tanto, oltre alla condivisione di vita con Mike, è insegnare religione in quarta, quinta elementare e terza media. I bambini e i ragazzi sovente se ne escono con belle e spontanee domande che mi obbligano a rimettermi in cammino dietro la stella o seguendo la voce degli angeli e arrivare alla Capanna per trasmettere il buon gusto dell’Incontro. E per dire ancora una volta, che pur con tante difficoltà, siamo fratelli, chiamati a formare un cuore solo. Bella missione!

giovedì 3 novembre 2011

Verde erba

Aspettavamo giornate cosi’ da tre anni... Giornate uggiose, umide, fangose… ma soprattutto PIOVOSE! E’ una pioggia che rilassa gli animi questa che Dio sta elargendo sul Marsabit e sul Chalbi intero, che lava via la polvere che era ormai diventata insopportabile anche fisicamente, che fa germogliare i forti semi nascosti appena sotto la dura scorza del terreno e ricopre tutto di un verde brillante quasi incredibile. Giornate classiche autunnali di nebbia fitta si alternano a generosi momenti di sole, che quasi arrabbiato si affaccia a un cielo bluissimo tra qualche nuvola bianca come panna montata. Domenica scorsa andando a messa, dopo le due grandi giornate di pioggia di venerdi’ e sabato in cui siamo stati chiusi in casa (chi a casa e’ riuscito ad arrivarci, magari dopo peripezie acrobatiche su fango e strade trasformate in torrenti!), mi sono tornate alla mente alcuni versi che quel grande poeta del Pascoli aveva saputo sapientemente leggere nell’animo umano: “La quiete dopo la tempesta”. E’ allora che mi sono accorta che la tensione accumulata in questi mesi di siccita’ si era liquefatta, come se i muscoli dopo un grande sforzo fisico si fossero rilassati per ritornare alla loro forma di riposo. Come la domenica mattina della Pasqua di Risurrezione dopo il venerdi’ di morte. Rilassamento, quasi smarrimento davanti a tanta bellezza che non ricordavamo neanche potesse esistere. La gente si saluta di nuovo, anche se cammina con centimetri di fango sotto le scarpe e sta attenta a non scivolare su questa schiuma di sapone che e’ la terra vulcanica bagnata! I borana hanno addirittura un saluto speciale per le giornate di pioggia!
Dopo un forte temporale nel pomeriggio di oggi, che bello vedere i bimbi della scuola camminare per strada, con le loro scarpe in mano e i piedi nudi immersi nel fango o appoggiati sulla terra scivolosa! Certo hanno piu’ equilibrio di me che da scuola a casa invece di impiegarci il solito quarto d’ora, oggi ci ho messo il triplo. Ma anche loro ogni tanto scivolano su questo che sembra un campo da calcio saponato (come quello delle Caravelle) e si rialzano con destrezza tra le risate generali degli altri amici, riprendendo la corsa come se niente fosse accaduto. Tutti lasciano i loro impegni normali quando c’e’ la grande pioggia e gli alunni vengono lasciati andare a casa prima del suono della campanella: un ambiente che mi ricorda le nostre grandi nevicate in Piemonte! Catini sotto le grondaie (che comunque sono sempre bucate!) e riposo fino a quando cade l’ultima goccia di pioggia. Da quel momento in poi non c’e’ tempo per oziare: lenzuola, vestiti, materassi, coperte e tende vengono immersi nell’acqua per un sano lavaggio nella benedizione di Dio! Le capre, gli asini e le mucche sopravvissute hanno di che soddisfarsi con la tenera erbetta che copre e nasconde tutte le spazzature e le immondizie che il vento ha portato in giro nelle ultime settimane. Tutti i sensi riscoprono sensazioni nuove. Le nostre narici si rilassano, facendosi permeare dal nuovo profumo di terra bagnata e di vita appena nata. Le nostre orecchie ascoltano il cinguettio di uccelli variopinti che cantano festosi dai rami gia’ coperti di nuove verdissime foglie. E i nostri occhi si riposano sui fiori che coronano da un giorno all’altro i nostri cortili e sembrano convincersi di non essere in un sogno. Almeno per un po’ di mesi!