venerdì 4 settembre 2009

Primi giorni di scuola

Primi giorni di scuola.
Anche se una bambina non sono piu', continuo ad imparare.
Anche se questo per gli studenti di Marsabit e' l'ultimo trimestre dell'anno scolastico e gli esami di fine anno saranno alle porte tra due mesetti.
E' molto interessante inserirsi in una realta' come quella della scuola primaria "Memorial Father John Asteggiano". E' una scuola privata della parrocchia, ma negli ultimi anni aveva purtroppo registrato una regressione nell'organizzazione interna e nelle performances finali degli alunni.
Da questo mese ha un volto nuovo: father Paolo, arrivato a dicembre come me, ha deciso per una sua parziale ristrutturazione, grazie anche alle ottime offerte che continuiamo a ricevere dagli amici di Alba. Ogni classe un colore diverso. E tanti nuovi libri (qui il governo non da i libri agli alunni come da noi, con i cedolini, ma nelle scuole pubbliche e' la scuola stessa che riceve fondi per comprarne alcune copie da tenere nella libreria scolastica).
E i bambini (ma che dire del rinnovato entusiasmo dei maestri?!?) sono estasiati. Tutti i giorni, dopo il pranzo, preparato nella nostra cucina e consumato a scuola, arrivano a frotte in libreria per leggere, rinunciando a quel tempo generalmente dedicato al… gioco del calcio! :-)
Lo staff e' composto da undici maestri (tra cui il preside) piu' una segretaria, un cuoco, un "giardiniere" e il guardiano notturno. Conoscevo gia' alcuni maestri, come Fridah ed Emmanuel perche' sono buoni cristiani e li incontravo sempre in parrocchia. Il gruppo e' buono e rinasce rimotivato dai recenti cambiamenti. Inoltre, oltre l'orario di lezione, ci sono attivita' extrascolastiche, come "Pastoral care" (ossia una sorta di nostro catechismo-gruppo Acr), "Games" (sport collettivi), pulizia della scuola (fatta dagli alunni a turno, non ci sono bidelli!), counselling per le ragazze di sesta, settima ed ottava, "Children helping Children" (associazione che ha un nome anche in italiano ma ora non ricordo)... Inoltre una volta al mese i ragazzi cristiani della scuola sono chiamati ad animare la messa domenicale delle ore 8 in parrocchia. Tutti in divisa, ovviamente!
Per questo trimestre insegnero' CRE (Christian Religious Education) in classe quarta e quinta (tre ore a settimana in ogni classe) piu' un'ora di PPI (Programme di Pastoral Instruction) in ottava (la nostra terza media, anche se a volte i ragazzi hanno 15-16 anni).
Inoltre il giovedi' nella pausa pranzo, con Fridah, seguo il gruppo delle ragazze piu' grandicelle: oggi abbiamo scelto alcuni degli argomenti che andremo a condividere nei prossimi incontri, tra cui relazione tra figli e genitori, sessualita', sogni, tempo libero, innamoramento, la dignita' della donna (circoncisione inclusa)... Beh, insomma, una bella sfida!
Ruth, Charity, Robe, Tumme, Sogure, Moses, Abdul, Ali, Sabdio, Elizabeth... sono bravi ragazzi, disciplinati. Ti stanno ad ascoltare, se sei capace di attirare la loro attenzione. E per ora io con la mia pelle bianca di attenzione ne attiro fin troppa. Anche perche' penso che dalla fondazione di questa scuola sono la prima "mzungu" ad insegnare li' e generalmente loro sono molto lusingati. Anche se a me pesa il fatto di essere sempre diversa. Mi sento a casa, ci sto proprio bene qui... ma, tante volte mi accorgo che loro stanno con me perche' sono compiaciuti della mia presenza, un po' come si cercherebbe l'amicizia di una persona importante... perche' poi sai nella vita non si sa mai...! Ma poco per volta, quando impareremo a guardare al di la' dei nostri visi, scopriremo che c'e' da incontrare un essere umano... che non e' poi tanto diverso da me stesso.
Come ho scritto nella riflessione fatta durante il corso di aggiornamento con i maestri, ringrazio infinitamente il Signore perche' mi rendo conto di essere molto fortunata di essere qui. Ringrazio il Signore perche' mi ha dato il coraggio di lasciare la mia Italia, la famiglia, gli amici e il mio amato lavoro e i miei amati bambini per condividere questi miei giorni con questa gente di Marsabit.
Anche se oggi al ritorno da scuola pensavo a quanto mi mancano i bimbi che tra poco inizieranno la quarta elementare. E Pietro. E Mattia. Forse e' stata la cosa che mi ha fatto piu' piangere quando ero ancora a Monforte e stavo preparando la valigia per l'Afrika! E la maestra Sandra, che, senza saperlo, mi ha insegnato ad insegnare, a diventare una maestra, anche senza corso universitario. E le sfide combattute insieme a Pietro e a Mattia e le soddisfazioni e le arrabbiature. C'e' ancora tanto mio cuore la'. E non deve essere motivo di nostalgie. Perche'? "FACILMENTE SI DA' ESAGERATA IMPORTANZA ALLE PROPRIE AZIONI, DIMENTICANDO CHE ABBIAMO RICEVUTO DA ALTRI QUELLO CHE SIAMO DIVENTATI" (D. Bonhoeffer). E tutti questi "altri" che mi hanno formata e mi stanno formando stanno vivendo a Marsabit qui, in me, in questo momento. Come io sto vivendo ad Alba, a Monforte, a Torino, a Malta, a Zaragoza e in tanti altri posti, per quella piccola condivisione che ho dato un giorno a qualcuno.
Non c’e’ da aspettare il paradiso. E' gia' Comunione in Cristo.

sabato 29 agosto 2009

Privacy da nomadi!

Ci siamo.
Una freccia in pieno cuore.
Mi sembrava che la mia “inculturazione” andasse troppo liscia e che la convivenza con queste persone che qui incontro e con cui vivo fosse troppo “pacifica”!!! Ma ecco che mi sono dovuta scontrare con uno dei presupposti piu’ basilari della cultura nomade: il concetto di privacy. Totalmente diverso dal mio di “mzungu”, di occidentale. E’ difficile parlare di privacy quando tutto e’ di tutti: la capanna di tua zia e’ anche la tua capanna; gli animali di tuo zio sono anche i tuoi, fan parte della famiglia. Anche il concreto spazio fisico che ti separa da un’altra persona non esiste. Il tuo spazio e’ il mio spazio. Anche quanto i tuoi genitori cercano un momento di intimita’, beh… difficile che nella capanna siano da soli: i bambini sono li’ che quasi dormono nello stesso letto… Privacy e’ intesa diversamente. E non e’ da pensare che condividano tutto con tutti. Assolutamente no! Ma non e’ neppure da pensare che se una persona vive in citta’, se vive a Marsabit invece che a Maikona o Kargi, in una casa in muratura e senza avere animali vicino a casa, e magari guida pure la macchina ed e’ andata all’universita’… ecco, non si puo’ pensare che questa persona non sia piu’ un nomade. Lo e’ perche’ e’ nel suo sangue. Lo e’ fin nel midollo. E il concetto di privacy fa parte di questo universo culturale che e’ insito in ognuno. Io ho imparato, senza saperlo, ma vivendolo ogni giorno, non solo nella mia famiglia, ma anche in parrocchia, tra amici, a scuola, in tutta la societa’… ho imparato che se metto il tappeto davanti alla nostra porta di ingresso nessuno lo togliera’. Che se lascio il mio libro sul mio banco nessuno ha il diritto di prenderlo. Che se il mio vicino di banco in Chiesa sta usando un libretto dei canti io non andro’ a prenderglielo dalle mani per usarlo io. Ho imparato che se semino qualcosa nel mio orto dietro casa, anche se non c’e’ il filo spinato, nessuno verra’ a raccogliere la mia verdura. Perche’ e’ chiaro che quel pezzo di terra e’ stato coltivato da me. E quella e’ mia proprieta’. Mai pensero’ che il mio vicino di casa portera’ le sue capre nel mio giardino o orto e tanto piu’ lascera’ loro mangiare le piante seminate. Di certo, se ha bisogno di erba per i suoi animali, mi chiedera’ il permesso. E questo vale anche se abito in un condominio o in un gruppo di case.
E questo pensavo che valesse anche quando davanti a casa mia, qui a Marsabit, proprio appena fuori dalla porta, attaccato al mio marciapiede, ho seminato alcune piante di zucchini, di zucca e di insalata. E dietro casa una pianticella di avogado. Non erano solo per me. Erano per il compound. E anche per arricchire con un po’ di bellezza e di verde il nostro cortile, questo dovrebbe far piacere a tutti. Quando sono tornata da Nairobi, dopo qualche settimana di assenza, durante la quale Martin, il mio vicino di casa, si e’ preso cura delle piante… non ho trovato piu’ niente. Tre giorni prima che arrivassi, i ragazzi che ci sono nel compound, giocando a calcio, hanno calpestato tutto e la gallina dell’atro mio vicino ha finito la frittata! E oggi arrivo a casa nel pomeriggio da scuola e mi trovo il cortile (che e’ comune con altre 12 casette, tutte della diocesi, date ai lavoratori degli uffici pastorali diocesani) invaso da mucche. Pensando al mio povero alberello di avogado, mi affretto ad andare dal pastorello, che e’ un ragazzo di prima superiore, figlio della responsabile dei gruppi femminili diocesani (cioe’ non sto parlando dell’ultimo morano mai uscito da Maikona), e gli chiedo se puo’ fare attenzione che le mucche non lo mangino. Rientro in casa e dopo poco esco di nuovo per portargli una banana e vedo tutte le mucche pericolosamente vicine al mio alberello. Gli ricordo di fare attenzione. Rientro in casa. Non erano ancora passati 5 minuti e lui viene a chiamarmi per dirmi non so che cosa, un ragazzo e’ arrivato e ha tirato una pietra e ha spaccato l’alberello e allora lui lo ha dato da mangiare al suo vitellino… Una balla grossa come me, ovviamente. Lui non era attento e la mucca si e’ pappata le uniche foglie verdi del cortile!!! E cosi’ anche l’ultimo verde sopravvissuto ai ragazzini, e’ finito male.
Mazzinga, che rabbia! Mi hanno finito tutto! Neanche avessi piantato in mezzo alla strada o davanti alle loro porte! E nessuno che si avvicini a parlarne o a chiedere scusa o a sgridare i ragazzi per quello che han fatto! Chiamo James, che e’ il responsabile di tutti gli uffici pastorali, laureato con master. Ammette che i suoi ragazzi c’entrano qualcosa, ma che andranno presto a scuola. Gli spiego, cosa ovvia per me, che io non lo sto dicendo per me, io posso ripiantare le mie verdure. Ma e’ bene che i ragazzi siano educati bene e che capiscano che prendersi le proprie responsabilita’ e’ un passo per crescere e che il rispetto dovuto aAggiungi immagine ogni persona e cosa, sia tua sia degli altri, e’ un valore importante per noi uomini e poi per noi cristiani. Il papa’ va a casa; dopo poco arrivano i tre ragazzini chiedendomi scusa. Con tono calmo e dolce, chiedo loro se a loro piace la verdura. Mi dicono di si’. Chiedo loro se avessero visto come crescevano bene quelle piante. Altra risposta positiva. Purtroppo non potremo mangiare niente insieme perche’ non ci sara’ raccolto. Rimangono male. Intimiditi. Cosi’ come i frutti dell’avocado. Non sarebbero stati solo per me, ma per tutti quelli del cortile.
Ci riprovero’ un’altra volta. Un altro avogado sta gia’ crescendo in casa. E altre sementi sono nel mio armadio. Ma per ora aspetto che riaprano le scuole. Giusto per dare una chanche in piu’ ai semi di germinare… in pace e con un po’ di privacy!

giovedì 27 agosto 2009

Vacanze africane

Tornata a casa (finalmente)... anche se tra polvere e vento, ricordo con meraviglia i pochi giorni che ho avuto la fortuna di vivere a Lamu, sulla costa kenyota, lambita dall'Oceano Indiano, poco a nord di Malindi. "Vacanza non programmata", potrebbe essere il titolo giusto da darle! Eh si', perche' veramente non avevo intenzione di andare in vacanza, senonche'... un giorno, Sarah, di passaggio a Marsabit, mi informa che stava meditando di fare una pausa e di visitare la costa. Ma non le andava di viaggiare da sola. E dato la nostra buona, anche se nuova, amicizia, mi ha chiesto se avessi voluto tenerle compagnia e condividere con lei questa avventura.
Ci ho pensato e poi... la Provvidenza ci ha messo lo zampino e ha messo davanti ai miei occhi la possibilita' di raggiungere Nairobi con la macchina del Vescovo che andava giu' per un incontro... e allora... ho preparato la mia borsa 10 giorni prima del previsto, ho messo ordine e chiuso casa e sono partita.
Ma ancora piu' "stupefacente" e' lo consapevolezza di come e' nata l'amicizia con Sarah. Arrivata dalla sua Germania nella nostra diocesi di Marsabit a febbraio, Sarah ha subito raggiunto North Horr, una delle parrocchie nel bel mezzo del deserto, dove ci sono due sacerdoti tedeschi e dove ha svolto il suo tirocinio pratico per i suoi studi universitari di "Scienze sociali", insegnando nelle scuole primarie del villaggio e seguendo alcuni progetti sul rispetto dell'ambiente, l'igiene e l'uso dell'acqua. Ci siamo incontrate per la prima volta proprio lassu' a North Horr, in occasione di una nostra visita per i corsi di "leadership" che organizziamo nelle scuole superiori. Ma il tempo era stato breve e lei era ancora un po' sballottata dal recente arrivo. Nelle successive vacanze scolastiche di aprile, Sarah decide di venire a Marsabit per un mese ad aiutare le suore di Madre Teresa con i bambini che ospitano nella loro casa. E cosi' iniziamo a fare qualcosetta insieme, condividiamo anche diversi incontri di giovani nelle parrocchie, usciamo sovente per... una cocacola (!! cioe', qui la vita sociale... beh, e' un pochino diversa da quella italiana!! e queste uscite sono cose rare... anche perche' non ci sono bar "ben nominati" in quel di Marsabit, non so se mi spiego!) o una passeggiata o per andare al mercato o a Messa... Condividiamo anche viaggio e camera quando ad inizio maggio andiamo insieme a Nairobi per mettere a posto i nostri documenti.
E cosi'... siamo partite insieme. Proprio pochi giorni prima che Sarah avesse il volo di ritorno nella sua bella Germania, dove ora dovra' finire gli studi conseguendo la laurea specialistica.
Oppure le potrei anche soprannominare: "vacanze faidate-noalpitour"! Ed infatti... ci siamo organizzate per benino, anche se non avevamo mai viaggiato da sole in Kenya (e i viaggi qui non sono facili!)!. Abbiamo prenotato il nostro pullman: viaggio in notturna da Nairobi a Malindi (una decina di ore con breve sosta a Mombasa, tutti posti noti alla maggior parte dei nostri amici italiani che li amano come mete delle loro vacanze!) e poi proseguimento su sterrato per 3 ore per raggiungere il porto da cui ci siamo imbarcate per un'altra mezz'ora circa. Ed eccoci finalmente a quella che in poche ore sarebbe diventata la nostra amata e amichevole isola: Lamu. Ci siamo immediatamente trovate immerse in un clima caldo, e non mi riferisco solo alle condizioni atmosferiche ma soprattutto all'attenzione verso di noi da parte della gente del posto, abituata ad accogliere in modo solare gli ospiti. Per fortuna, il periodo in cui siamo arrivate a Lamu non era alta stagione e c'erano infatti pochi turisti. Dapprima tutta questa attenzione nei nostri confronti ci ha messo un po' in soggezione e anche infastidito parecchio. Eravamo in cerca di pace e di... silenzio!
Ma dopo il primo pomeriggio, abbiamo iniziato a scoprire le bellezze dell'isola. Oltre alla societa' prettamente centrata sulla pesca, le locande dove andavamo a mangiare (pesce e frutti di mare a volonta', cucina swahili e specialita' di Lamu) o a bere i magnifici succhi (la cui prelibatezza fa concorrenza aperta a quella dei succhi brasiliani!!) ci hanno letteralmente conquistato. Il tutto in una semplicita' disarmante! Che dire poi della spiaggia... e dei caratteristici negozi nel budello di Lamu... E della gita in barca, una vera barca a vela da pesca... E il tutto con la gente del posto!
Un'altra esperienza che davvero mi ha toccato e' stata la messa domenicale. Come risaputo la costa kenyota e' prettamente musulmana, tanto che, dopo aver chiesto informazioni sull'orario della messa, mi ero convinta che forse non ci sarebbe stato nemmeno il prete, figuriamoci una comunita' cristiana! Quella domenica sono entrata in chiesa e, benche' fosse l'ora della messa, c'era solo due o tre ragazzine e quello che ho poi capito essere il direttore del coro. Mi sono seduta su una delle panchine, ammirando la semplicita' di quella chiesetta bianca e profumata di aria salata. Poco per volta le persone sono iniziate ad arrivare... e quando entravano si salutavano l'una l'altra. E' stato veramente toccante vedere come la chiesa si e' riempita velocemente e la comunita' cristiana fosse cosi' aperta da farmi sentire parte di loro, anche se ero li' per la prima e l'ultima volta. Ho avuto la certezza che se la Chiesa e' presente, siamo sempre a casa. Anche se non conosciamo nessuno, ci sono dei fratelli, fratelli nell'umanita' e nella fede.
E porto nel cuore ancora tanta meraviglia, nata da questa vacanza tra accoglienti persone (nel giro di tre giorni avevamo gia' i nostri amici...!!) e nella bellezza di una natura ancora incontaminata e nella gioia di una amicizia, quella tra me e Sarah, che spero non si perda nei chilometri che ora ci distanziano.

lunedì 17 agosto 2009

Imparare

Tante cose avrei da scrivere, perche' tante cose sono successe in questo ultimo mese che sono stata fuori Marsabit e tante cose mi hanno toccato, incontrato, smosso, interrogato, fatto gioire o anche fatto perdere un po' la pazienza... Le "vacanze"-esperienza a Lamu, una bellissima e caratteristica isola 4 ore a nord di Malindi; il corso di aggiornamento dai padri comboniani sulla cultura kenyota e sulla situazione sociopolitica dopo gli scontri postelettorali di due anni fa in Kenya; le soventi visite a padre Karoli, nostro parroco di Marsabit, ancora ricoverato in ospedale a Nairobi; l'incontro con i laici a Sagana della settimana scorsa; i tanti segni dell'Amore di Dio nella mia vita, non per ultimo la profonda e bella amicizia con James.
E tante cose ho trovato nascoste dietro a questi eventi: ne scrivero' a suo tempo!
"Maisha ni schule", "La vita e' scuola": quando lo dico gli amici di Marsabit si mettono a ridere, forse perche' vedono in me una bimba che deve imparare tutto del loro mondo. Ma comunque e' la verita'... soprattutto qui a Nairobi...!
Imparo a prendere il matatu schiacciandomi dentro con altre 15 persone, bambini, galline e bagagli e a chiedere la fermata quando voglio; imparo a camminare con il naso per aria (beh, non troppo!) in un affollato mercato senza farmi sfilare i soldi o il cellulare dalla tasca; imparo a cambiare posto e camera ogni due o tre giorni e a sentirmi a casa sempre, con qualsiasi persona che condivide strada con me; imparo a mercanteggiare quando devo comprare qualcosa e alla fine riesco a pagare il prezzo che pagano gli africani; imparo a volere bene e ad aspettare e a sperare e a coltivare a distanza.
Imparo che la comunione e la missione sono questione di cuore e di volonta', di modo di essere e non di posti dove si sta. Anche quando studio, o sono in vacanza, o sono al mercato.
Imparo ad aspettare con gioia e liberta' le lettere che arrivano dall'Italia dei tanti amici che si curano di me e imparo a curarmi di loro.
Imparo la pazienza.
Imparo.
MAISHA NI SCHULE!

venerdì 17 luglio 2009

Stolen womanhood... Femminilità rubata

Desidero riportare qui alcuni brani tratti da una biografia bellissima, scritta dalla modella somala Waris Dirie... Una grande ferita aperta: la circoncisione che ha subito quando aveva 5 anni (infibulazione). Pratica che, in modo diverso e più leggero (chiamata clitoridectomia), viene praticata anche qui nel nord del Kenya. Qui a Marsabit il 100% delle donne sono passate attraverso questa pratica. E tutte le bambine e le ragazze ci passeranno...
Vi risparmio il suo racconto nei dettagli, davvero agghiacciante, piuttosto riporto le sue rilessioni...

Buona lettura...


After much thought, I realized I needed to talk about my circumcision for two reasons. First of all, it’s something that bothers me deeply. Besides the health problems that I still struggle with, I will never know the pleasures of sex that have been denied me. I feel incomplete, crippled, and knowing that there’s nothing I can do to change that is the most hopeless feeling of all. When I met Dana, I finally fell in love and wanted to experience the joys of sex with a man. But if you ask me today, “Do you enjoy sex?”, I would say not in the traditional way. I simply enjoy being physically close to Dana because I love him.
All my life I’ve tried to think of a reason for my circumcision. Maybe if I could have thought of a good reason, I could accept what they’d done to me. But I could think of none. The longer I tried to think of a reason without finding one, the angrier I became. I needed to talk about my secret, because I dept it bottled up inside me all my life.
(…)
With great pride, I accepted the UN’s offer to become a Special Ambassador and join its fight. One of the highest honours of my position will be working with women like Dr. Nafis Sadik, the executive director of the UN’s Population Fund. She is one of the first women who took up the fight against FGM, raising the issue at the International Conference on Population and Development in Cairo in 1994. I will travel back to Africa again soon to tell my story, and lend support to the UN.
For over 4000 years African cultures have mutilated their women. Many believe the Koran demands this, as the practice is nearly universal in Moslem countries. However, this is not the case; neither the Koran nor the Bible makes any mention of cutting women to please God. The practice is simply promoted and demanded by men - ignorant, selfish men – who want to assure their ownership of their woman’s sexual favors. They demand their wives be circumcised. The mothers comply bu circumcising their daughters, for fear their daughters will have no husbands. An uncircumcised woman is regarded as dirty, oversexed and unmarriageable. In a nomadic culture like the one I was raised in, there I no place for an unmarried woman, so mothers feel it is their duty to make sure their daughters have the best possible opportunity – much as a western family might feel it’s their duty to send their daughter to good schools. There is no reason for the mutilation of millions of girls to occur every year except ignorance and superstition. And the legacy of pain, suffering, and death that results from it is more than enough reason for it to stop.
(…)
Many friends have expressed concern that a religious fanatic will try to kill me when I go to Africa. After all, I’ll be speaking out against a crime many fundamentalists consider a holy practise. I’m sure my work will be dangerous, and I admit to being scared; I’m especially worried now that I have a little boy to take care of. But my faith tells me to be strong, that God led me down this path for a reason. He has work for me to do. This is my mission. I might as well take a chance, because that’s what I’ve done all my life.


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In spite of my anger over what has been done to me, I don’t blame my parents. I love my mother and father. My mother had no say-so in my circumcision, because as a woman she is powerless to make decisions. She was simply doing to me what had been done to her, and what had been done to her mother, and her mother’s mother. And my father was completely ignorant of the suffering he wa inflicting on me; he knew that in our Somalian society, if he wanted his daughter to marry, she must be circumcised or no man would have her. My parents were both victims of their own upbringing, cultural practices that have continued unchanged for thousands of years. But just as we know today that we can avoid disease and death by vaccinations, we know that women are not animals in heat, and their loyality has to be earned with trust and affection rather that barbaric rituals. The time has come to leave the old ways of suffering behind.
I feel that God made my body perfect the way I was born. Then man robbed me, took away my power, and left me a cripple. My womanhood was stolen. If God had wanted those body parts missing, why did he create them?
I just pray that one day no woman will have to experience this pain. It will become a thing of the past. People will say, “Did you hear, female genital mutilation has been outlawed in Somalia?”. Then the next country, and the next and so on, until the world is safe for all women. What a happy day that will be, and that’s what I’m working toward.

(From “Desert flower”, by Waris Dirie)
For further information: http://www.waris-dirie-foundation.com/;

mercoledì 15 luglio 2009

Camminando per strada


A volte mi chiedo che cosa sta cambiando in me, che cosa questa vita africana sta facendo succedere in me, nel mio carattere, nel mio modo di vedere la vita... Ma molto più sovente mi chiedo se mai sarò capace di ritornare "a casa" e sentirmi "piena"... Non utile, non amata, non felice... ma "piena" e libera.

Ci sono due momenti particolari di queste giornate a Marsabit che amo davvero. Uno è la mattina, quando verso le 7-7.30 raggiungo a piedi la Memorial father Asteggiano Primary School... e per fare questo devo attraversare un'intera manyatta, che è quella dove vivo: manyatta Ginda. Con le scarpe già sporche di polvere rossa dopo due metri (o è la polvere di ieri?!?), infagottata nel mio foulard come una donna Borana... mi avvio per la stradina che conduce vicino alla strada grande. Già di mattina presto, la strada, ancora solitaria e quieta, si riempie di profumi: il fumo che arriva dalle cucine delle case, le essenze arabe che impregnano i colorati abiti delle donne che già sono al lavoro, l'odore degli animali, capre, asini e in questi giorni anche cammelli in cerca di qualche pascolo... I bimbi più piccoli, nelle loro belle uniformi, si recano all'asilo, mentre quelli più grandicelli sono già a scuola per l'ora di studio personale e di compiti. Incontro poche persone nel mio cammino. E ogni tanto dico: per fortuna! A quest'ora essuno mi guarda come si guarda un'estranea, una bianca, una diversa, una al centro dell'attenzione... perchè impegnati nei pensieri che accompagnano l'inizio della giornata. E io mi godo in santa pace la bellezza di questa terra e di questa gente...

E poi l'altro momento della giornata che amo è la sera, o meglio il tardo pomeriggio, proprio pochi minuti prima che il sole tramonti... Tutti i bimbi e i ragazzi sono a casa da scuola e non perdono occasione di organizzare partite a calcio nel bel mezzo del cortile o della strada. I figli più piccoli, per mano alle loro mamme, vanno a casa, ritornando dal mercato. Le donne si affrettano ad accendere il fuoco per mettere su la cena. La strada è un brulicare di gente e anche di moto e biciclette, che riportano i proprietari alle loro case ma tante volte a qualche bar per... spendere i soldi guadagnati nella giornata di lavoro. Anche i maestri rientrano a casa. E' bello fermarsi a parlare con loro e sentire di che cosa sono fieri, in che cosa incoraggiano i loro studenti o per che cosa si sono arrabbiati oggi...

E quando il sole che si nasconde nel deserto del Chalbi, laggiù in fondo, è capace di strisciare il cielo di rosso, mi siedo sullo scalino davanti alla porta di casa e penso. E guardo Flora e Maria giocare con la loro bambola. E ricordo il sole che colorava il Monviso, nei tramonti dal terrazzo di casa mia. E penso ai bambini e ai giovani incontrati nella giornata, alle parole scambiate, al lavoro e alle fatiche condivise con i padri e le suore, alle cose amare che ogni giorno, anche non volente, tocco con mano e che mi toccano. E penso al futuro. A cosa sarà Marsabit tra 10 anni, quando magari la strada asfaltata arriverà fin quassù. Chissà se davvero questo nostro lavoro sarà servito a qualcosa. Chissà se Cristo continuerà a interpellare e a chiamare e a chiedere ai suoi figli di schierarsi. Chissà se Antonella, dove la sua laurea in Scienze ambientali troverà lavoro e chissà se sarà capace e forte di dire no alla circoncisione...

E sorrido. Sento già il profumo della minestra di verdura che ho lasciato a cuocere sul fuoco. E' ora di rientrare e di mettersi una maglia. E di prepararsi per un'altra giornata. Ad occhi aperti.

giovedì 9 luglio 2009

Ponti...

Sono belle le ragazze di Marsabit! Nel loro volto puoi individuare tratti somali-etiopi, nel loro bianco sorriso tanta voglia di vivere, nelle loro mani affusolate e dipinte con l'ennè la forza tipica della donna africana. E sono anche intelligenti le nostre ragazze!
Sabato scorso, 4 luglio, ho partecipato al "partents' day" (la giornata dei genitori) alla nostra scuola privata secondaria "Bishop Cavallera's Girls Secondary School" di Karare... Ed è stato davvero uno spettacolo!
La scuola, con circa 200 studentesse, è gestita dalla suore della Consolata, che accolgono ragazze di buona volontà per dar loro una formazione che apra loro un futuro diverso, capaci di decidere della propria vita, di cercare di essere buone cristiane, di dare un'impronta buona in questa società.
E' stato stupendo vedere come, nei laboratori di chimica e di "home science", le ragazze, in perfetta uniforme, erano capaci di spiegare reazioni chimiche, analisi ai microscopi, ricette per torte e biscotti e affini, nel loro dialetto (Rendille o Borana) alle loro mamme e sorelle, la maggior parte di loro analfabete...
Ragazze "ponti" tra due mondi, quello della modernità di questo mondo che va troppo veloce ma ti apre infinite strade e il mondo tradizionale, fatto di cultura, accoglienza, riti, shanga, cammelli e latte, bambini, tanti bambini... Ragazze in cui vive una speranza, ma anche tante sfide: mantenere il buono di ciò che i genitori hanno loro insegnato e di ciò che vivono nel loro villaggio e accogliere il nuovo che può metterle in relazione con altri mondi, con uno stile di vita più aperto, di comunicazione e di interazione con il resto del mondo. E certo nascerà qualcosa di nuovo. Speriamo migliore.