venerdì 17 luglio 2009

Stolen womanhood... Femminilità rubata

Desidero riportare qui alcuni brani tratti da una biografia bellissima, scritta dalla modella somala Waris Dirie... Una grande ferita aperta: la circoncisione che ha subito quando aveva 5 anni (infibulazione). Pratica che, in modo diverso e più leggero (chiamata clitoridectomia), viene praticata anche qui nel nord del Kenya. Qui a Marsabit il 100% delle donne sono passate attraverso questa pratica. E tutte le bambine e le ragazze ci passeranno...
Vi risparmio il suo racconto nei dettagli, davvero agghiacciante, piuttosto riporto le sue rilessioni...

Buona lettura...


After much thought, I realized I needed to talk about my circumcision for two reasons. First of all, it’s something that bothers me deeply. Besides the health problems that I still struggle with, I will never know the pleasures of sex that have been denied me. I feel incomplete, crippled, and knowing that there’s nothing I can do to change that is the most hopeless feeling of all. When I met Dana, I finally fell in love and wanted to experience the joys of sex with a man. But if you ask me today, “Do you enjoy sex?”, I would say not in the traditional way. I simply enjoy being physically close to Dana because I love him.
All my life I’ve tried to think of a reason for my circumcision. Maybe if I could have thought of a good reason, I could accept what they’d done to me. But I could think of none. The longer I tried to think of a reason without finding one, the angrier I became. I needed to talk about my secret, because I dept it bottled up inside me all my life.
(…)
With great pride, I accepted the UN’s offer to become a Special Ambassador and join its fight. One of the highest honours of my position will be working with women like Dr. Nafis Sadik, the executive director of the UN’s Population Fund. She is one of the first women who took up the fight against FGM, raising the issue at the International Conference on Population and Development in Cairo in 1994. I will travel back to Africa again soon to tell my story, and lend support to the UN.
For over 4000 years African cultures have mutilated their women. Many believe the Koran demands this, as the practice is nearly universal in Moslem countries. However, this is not the case; neither the Koran nor the Bible makes any mention of cutting women to please God. The practice is simply promoted and demanded by men - ignorant, selfish men – who want to assure their ownership of their woman’s sexual favors. They demand their wives be circumcised. The mothers comply bu circumcising their daughters, for fear their daughters will have no husbands. An uncircumcised woman is regarded as dirty, oversexed and unmarriageable. In a nomadic culture like the one I was raised in, there I no place for an unmarried woman, so mothers feel it is their duty to make sure their daughters have the best possible opportunity – much as a western family might feel it’s their duty to send their daughter to good schools. There is no reason for the mutilation of millions of girls to occur every year except ignorance and superstition. And the legacy of pain, suffering, and death that results from it is more than enough reason for it to stop.
(…)
Many friends have expressed concern that a religious fanatic will try to kill me when I go to Africa. After all, I’ll be speaking out against a crime many fundamentalists consider a holy practise. I’m sure my work will be dangerous, and I admit to being scared; I’m especially worried now that I have a little boy to take care of. But my faith tells me to be strong, that God led me down this path for a reason. He has work for me to do. This is my mission. I might as well take a chance, because that’s what I’ve done all my life.


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In spite of my anger over what has been done to me, I don’t blame my parents. I love my mother and father. My mother had no say-so in my circumcision, because as a woman she is powerless to make decisions. She was simply doing to me what had been done to her, and what had been done to her mother, and her mother’s mother. And my father was completely ignorant of the suffering he wa inflicting on me; he knew that in our Somalian society, if he wanted his daughter to marry, she must be circumcised or no man would have her. My parents were both victims of their own upbringing, cultural practices that have continued unchanged for thousands of years. But just as we know today that we can avoid disease and death by vaccinations, we know that women are not animals in heat, and their loyality has to be earned with trust and affection rather that barbaric rituals. The time has come to leave the old ways of suffering behind.
I feel that God made my body perfect the way I was born. Then man robbed me, took away my power, and left me a cripple. My womanhood was stolen. If God had wanted those body parts missing, why did he create them?
I just pray that one day no woman will have to experience this pain. It will become a thing of the past. People will say, “Did you hear, female genital mutilation has been outlawed in Somalia?”. Then the next country, and the next and so on, until the world is safe for all women. What a happy day that will be, and that’s what I’m working toward.

(From “Desert flower”, by Waris Dirie)
For further information: http://www.waris-dirie-foundation.com/;

mercoledì 15 luglio 2009

Camminando per strada


A volte mi chiedo che cosa sta cambiando in me, che cosa questa vita africana sta facendo succedere in me, nel mio carattere, nel mio modo di vedere la vita... Ma molto più sovente mi chiedo se mai sarò capace di ritornare "a casa" e sentirmi "piena"... Non utile, non amata, non felice... ma "piena" e libera.

Ci sono due momenti particolari di queste giornate a Marsabit che amo davvero. Uno è la mattina, quando verso le 7-7.30 raggiungo a piedi la Memorial father Asteggiano Primary School... e per fare questo devo attraversare un'intera manyatta, che è quella dove vivo: manyatta Ginda. Con le scarpe già sporche di polvere rossa dopo due metri (o è la polvere di ieri?!?), infagottata nel mio foulard come una donna Borana... mi avvio per la stradina che conduce vicino alla strada grande. Già di mattina presto, la strada, ancora solitaria e quieta, si riempie di profumi: il fumo che arriva dalle cucine delle case, le essenze arabe che impregnano i colorati abiti delle donne che già sono al lavoro, l'odore degli animali, capre, asini e in questi giorni anche cammelli in cerca di qualche pascolo... I bimbi più piccoli, nelle loro belle uniformi, si recano all'asilo, mentre quelli più grandicelli sono già a scuola per l'ora di studio personale e di compiti. Incontro poche persone nel mio cammino. E ogni tanto dico: per fortuna! A quest'ora essuno mi guarda come si guarda un'estranea, una bianca, una diversa, una al centro dell'attenzione... perchè impegnati nei pensieri che accompagnano l'inizio della giornata. E io mi godo in santa pace la bellezza di questa terra e di questa gente...

E poi l'altro momento della giornata che amo è la sera, o meglio il tardo pomeriggio, proprio pochi minuti prima che il sole tramonti... Tutti i bimbi e i ragazzi sono a casa da scuola e non perdono occasione di organizzare partite a calcio nel bel mezzo del cortile o della strada. I figli più piccoli, per mano alle loro mamme, vanno a casa, ritornando dal mercato. Le donne si affrettano ad accendere il fuoco per mettere su la cena. La strada è un brulicare di gente e anche di moto e biciclette, che riportano i proprietari alle loro case ma tante volte a qualche bar per... spendere i soldi guadagnati nella giornata di lavoro. Anche i maestri rientrano a casa. E' bello fermarsi a parlare con loro e sentire di che cosa sono fieri, in che cosa incoraggiano i loro studenti o per che cosa si sono arrabbiati oggi...

E quando il sole che si nasconde nel deserto del Chalbi, laggiù in fondo, è capace di strisciare il cielo di rosso, mi siedo sullo scalino davanti alla porta di casa e penso. E guardo Flora e Maria giocare con la loro bambola. E ricordo il sole che colorava il Monviso, nei tramonti dal terrazzo di casa mia. E penso ai bambini e ai giovani incontrati nella giornata, alle parole scambiate, al lavoro e alle fatiche condivise con i padri e le suore, alle cose amare che ogni giorno, anche non volente, tocco con mano e che mi toccano. E penso al futuro. A cosa sarà Marsabit tra 10 anni, quando magari la strada asfaltata arriverà fin quassù. Chissà se davvero questo nostro lavoro sarà servito a qualcosa. Chissà se Cristo continuerà a interpellare e a chiamare e a chiedere ai suoi figli di schierarsi. Chissà se Antonella, dove la sua laurea in Scienze ambientali troverà lavoro e chissà se sarà capace e forte di dire no alla circoncisione...

E sorrido. Sento già il profumo della minestra di verdura che ho lasciato a cuocere sul fuoco. E' ora di rientrare e di mettersi una maglia. E di prepararsi per un'altra giornata. Ad occhi aperti.

giovedì 9 luglio 2009

Ponti...

Sono belle le ragazze di Marsabit! Nel loro volto puoi individuare tratti somali-etiopi, nel loro bianco sorriso tanta voglia di vivere, nelle loro mani affusolate e dipinte con l'ennè la forza tipica della donna africana. E sono anche intelligenti le nostre ragazze!
Sabato scorso, 4 luglio, ho partecipato al "partents' day" (la giornata dei genitori) alla nostra scuola privata secondaria "Bishop Cavallera's Girls Secondary School" di Karare... Ed è stato davvero uno spettacolo!
La scuola, con circa 200 studentesse, è gestita dalla suore della Consolata, che accolgono ragazze di buona volontà per dar loro una formazione che apra loro un futuro diverso, capaci di decidere della propria vita, di cercare di essere buone cristiane, di dare un'impronta buona in questa società.
E' stato stupendo vedere come, nei laboratori di chimica e di "home science", le ragazze, in perfetta uniforme, erano capaci di spiegare reazioni chimiche, analisi ai microscopi, ricette per torte e biscotti e affini, nel loro dialetto (Rendille o Borana) alle loro mamme e sorelle, la maggior parte di loro analfabete...
Ragazze "ponti" tra due mondi, quello della modernità di questo mondo che va troppo veloce ma ti apre infinite strade e il mondo tradizionale, fatto di cultura, accoglienza, riti, shanga, cammelli e latte, bambini, tanti bambini... Ragazze in cui vive una speranza, ma anche tante sfide: mantenere il buono di ciò che i genitori hanno loro insegnato e di ciò che vivono nel loro villaggio e accogliere il nuovo che può metterle in relazione con altri mondi, con uno stile di vita più aperto, di comunicazione e di interazione con il resto del mondo. E certo nascerà qualcosa di nuovo. Speriamo migliore.

martedì 30 giugno 2009

Stupore...


Continuo a stupirmi. Non c'è una giornata che passa... senza stupore!
E in questi giorni, davvero, ho gli occhi pieni di belle persone, con cui ho avuto la grande "fortuna" di condividere le ultime tre settimane del mio servizio qui! Belle persone come James, kikuyu 28enne, insegnante di chimica e biologia, che ha lavorato per due anni nella nostra scuola superiore diocesana per ragazze "Bishop Cavallera Secondary School" in Karare e si è innamorato di questa gente... Avendo ripreso gli studi universitari per conseguire il master, ha lanciato l'idea ai giovani studenti universitari cattolici della Kenyatta Univesity di Nairobi di venire quassù, in questo Kenya del nord, che a tanti kenioti è sconosciuto, per condivere un po' il lavoro pastorale della Pastorale Giovanile. E così, con l'aiuto del cappellano della parrocchia interna all'università, hanno organizzato un gruppetto di 7 persone: Francis, 21enne studente di economia e finanza, David e Wafula, iscritti al corso di Scienze dell'educazione per diventare professori di Kiwahili-geografia e chimica-biologia, Dominic, all'ultimo anno di "Scienze della salute", Florence e Stella, le uniche due ragazze, originarie della nostra diocesi di Marsabit e anch'esse studentesse all'Università...
Lunghe ore in fuoristrada su strade non proprio... cattoliche (!!), preparazione degli incontri con i giovani studenti delle nostre parrocchie sui temi dello studio, delle scelte per il futuro, dell'educazione sessuale e il problema dell'Aids, sul ruolo dei giovani nella società e chiesa keniota..., condivisione sul nostro essere cristiani e missionari, sulle nostre storie di vita..., tante risate e camminate tra le polvere rossa di Marsabit, sotto il sole di Kargi, sotto il cielo stellato di Maikona e di North Horr...
Stamattina sono partiti per tornare ai loro studi... Sono partiti già con la promessa di ritornare, ma anche con tante domande e sfide che qui hanno incontrato visitando e conoscendo da vicino la gente,i giovani e i catechisti.
Per me personalmente è stato davvero importante, oltre che stupendo, condividere questo tempo con loro, cercando di facilitare il loro ingresso in questo mondo, che pur facente parte della stessa loro nazione, è così lontano dalla loro realtà quotidiana del sud del Kenya. Importante conoscere cristiani impegnati, disponibili a mettere a disposizione le loro conoscenze e le loro esperienze, allegri e sorridenti, riflessivi e impegnati a costruire una vita e una società migliore.
Importante ascoltare e contemplare le loro vite, alcune con storie anche difficili, di sfide continue e di responsabilità grandi per giovani di 23 anni..., come la cura e l'educazione dei fratelli più piccoli, o le fatiche sopportate per andare a scuola e per riuscire appieno, studiando fino a tarda notte con il lume a petrolio e svegliandosi presto al mattino per portare gli animali al pascolo o per finire il lavoro nel campo... e andare di corsa a scuola... e raggiungere risultati brillanti, e pieni voti, senza sprecare un attimo di tempo... Ogni tanto mi chiedo quanti dei nostri giovani italiani sarebbero disposti a fare sforzi così per studiare e realizzare nella vita il massimo che possono... Forse ce ne sono..., più di quanti pensiamo!
La speranza ora è che questa non rimanga un'esperienza isoltata, ma che sia stile per il nostro servizio tra i giovani: costruire ponti, incontrare mondi nuovi e lasciarsi interrogare. Certa che le amicizie nate in questi 20 giorni non finiranno presto!

martedì 9 giugno 2009

Essere laici missionari nella Diocesi di Marsabit


TUKO PAMOJA: TO BE A LAY MISSIONARY IN MARSABIT DIOCESE

A group of twelve people, with different backgrounds and professions, but working towards achieving the same goal: to be witness of Christ, trough their work and their own life of lays faithful. They choose to leave their countries or their home area to fulfil the dream to be a missionary in one of the remotest part of Kenya: Marsabit diocese. All of them are lay people, and for the first time in the month of May 2009 they met as a group with their Bishop, Peter Kihara, to plan together and to strengthen each other. Margaret, Gilberta, Adrian, Angela, Michael, Alina, Rose Isabel, Naftaly, Felix, Henry, Patrizia and Enrico are a colourful group: within them, we can find ladies and men from different counties, like Romania, Italy, Swiss and Kenya (Eldoret, Bungoma, Muran’ga, Meru), with different skills and capacity, as nursery, administration, teaching, mechanic and technical skills, with different time of service, from 6 months (the last arrived) to nine years in their own assignment…, with different support, belonging to C.L.M. (Catholic Lay missionary, from Kenya), or “Fidei Donum” (send from their own diocese to the diocese of Marsabit) or related with other association, serving in different part of the diocese, from Laisamis, Karare, Marsabit town, to North Horr and Maikona.
«To be a missionary is the dream of our lives - they say -. For the majority of us, the only obstacle for our choice were our parents or relatives. Back home there was a big resistance. There was in their mind a lot of fear (caused also by the post-election violence) and this question: “What is wrong with you that you want to be a missionary?”. They fear we could lose our roots. The Kenyan missionaries, found hard to explain their vocation: “Why be a missionary in our own country and what are we doing in the poorest areas, in the desert, living in a Muslim context and facing a lot of difficulties?”». Leaving home was a challenge for them all, but «We are getting aware that missionary dreams are contagious and also our families and friends are embracing our cause and promoting our work back home - they explain -. We are aware we are lucky to be here and to fulfil our dream».
In a context where conflicts and tribalism continue to cause material and psychological sufferances, like in Marsabit area, sharing and understanding different ways of living life, supported by the value of exposure, is not a common way of living. «We are interrelated, even if we are different - they continue -. Working in a team with different people is a good occasion to show ourselves and others that to collaborate with people from different cultures and level of education is possible and gives chance for growth».
At the end of this first meeting, they all agreed to continue this walking of sharing and to meet twice a year, to give strength to their friendship, to pray together, to have a recollection day and to live a different Church: by virtue of Baptism the lay faithful are children of God and fully members of the Church. “We, you and us, are the Church”.

Hii ni kazi ya Mungu...

Dopo un mese pieno camminando per le strade di Marsabit, con volto occhi e piedi pieni di polvere e mani impegnate a sistemare quella che e' diventata la mia nuova casa... venerdi', sabato e domenica scorsi finalmente ho avuto la bella occasione di tre ore di viaggio... per raggiungere Sololo e gli studenti delle Secondary School.

Tre giorni circondati da verdi montagne, oltre le quali giace quella bella nazione chiamata Etiopia, e sorridenti volti di ragazze e ragazzi, che cantando e ballando hanno creato il clima di festa.
Le 22 ragazze cristiane (in una scuola-boarding, cioe' residenziale, dove ci sono 150 studentesse) facenti parte del gruppo di Azione Cattolica (anche se non tutte sono... cattoliche) hanno accolto i 30 ragazzi di Moyale, 2 ore di strada da Sololo e gli studenti della adiacente scuola per ragazzi.
Abbiamo parlato, riso, discusso... anche se il primo gruppo del mattino e' stato un po'... freddino: dopo la presentazione, poco per volta, cercando di coinvolgerli nei vari temi proposti, il clima si e' scaldato e... alla sera, tra un canto e un saluto, saranno andate a dormire dopo mezzanotte!
La nostra equipe era variegata e colorata come sempre: oltre alla sottoscritta, c'erano padre John, keniota, e brother Semplicio, comboniano filippino, e alcuni insegnati del posto... Questo e' la nostra prima parola: prima di dire, di insegnare, di condividere o di spiegare, quello che si puo' vedere e' che siamo un gruppo "mondiale", ma che riesce a lavorare insieme (o almeno ci prova davvero!) e lo fa cercando di accogliere le ricchezze di ognuno e di smussare le differenze! Questa e' la testimonianza che piu' mi piace, che va oltre al mio "broken English" o al mio "brloken Kiswahili", al mio umore e ai miei sentimenti del momento, ma dice tutto quello che deve dire. Siamo diversi, ma lavoriamo insieme, ridiamo, ci arrabbiamo, cerchiamo,..., ci arrampichiamo su questa via in salita che e' la collaborazione con l'altro.
La Chiesa come comunita', il messaggio del Papa ai giovani, la vita di San Paolo come nostro testimone di fede, la riflessione sulla nostra vita, le caratteristiche di un gruppo cristiano giovanile... Ancora mi risuonavano nella mente le mille parole e le mille note che avevano accompagnato la nostra giornata quando, seduta su uno scalino della scuola, mi si avvicina una studentessa e iniziamo a parlare... "Sono di Marsabit, Manyatta Jillo - mi racconta -, sono in Form 1, ho finito la scuola primaria a dicembre"... E poi entriamo nella questione pioggia, acqua e connessi, problema che realmente affligge tutti noi... "La pioggia non verra', temo che non verra' - mi confida. Le chiedo perche'. "Dio non la mandera'. Non vedi? Continuiamo ad ucciderci, ad odiarci perche' apparteniamo a tribu' diverse... Io qui nella scuola vivo tutto l'anno con amiche e studentesse provenienti da ogni parte del nord del Kenya, diverse lingue, diverse culture, diverse tradizioni... eppure stiamo bene insieme e siamo amiche. Arrivo a casa per le vacanze e mi dicono che devo odiare i Gabbra perche' ci hanno fatto questo e quello... Ecco perche' il Signore non ci manda la pioggia. Perche' non vogliamo la pace".
Non commento, mi limito a riflettere sulla sua risposta, andando oltre al fatalismo contenuto nelle sue parole. E prometto a me stessa che tutte le volte che sentiro' qualcuno dare come spiegazione a qualsiasi disastro o situazione o morte la solita frase "Hii ni kazi ya Mungu" (questo e' lavoro di Dio, e' opera di Dio), rispondero' "Hii ni kazi ya watu", questo e' lavoro dell'uomo, della gente. Prendiamoci le nostro responsabilita'. Alziamo la testa per lottare, senza pensare che tutto viene da Dio. Questa e' una bella scusa. E questa e' la causa di tanto stagnantismo, di tanta arrendevolezza, che tante volte mi fa ribollire il sangue nelle vene... e che confina il cambiamento e il cammino verso la giustizia nel nostro orticello di casa...

giovedì 4 giugno 2009

"Vita"... cioe' "guerra"

A volte in kiswahili, la lingua ufficiale del Kenya insieme all'inglese, si possono trovare parole che per noi italiani hanno un significato interessante. Una di queste e' VITA, che significa il suo esatto opposto, ossia GUERRA.
Qui a Marsbit non c'e' guerra, o almeno non come la intendiamo noi con carri armati, aerei ed esercito. Ma ci sono tanti contrasti e tanti conflitti che sfociano in violenza. Come ben dice Hillary, il responsabile dell'ufficio diocesano di Justice and Peace, il conflitto di per se' non e' ne' buono ne' cattivo, anzi puo' portare termini di confronto che aprono allo sviluppo... Ma quando l'unica soluzione che si trova al conflitto e' la violenza... iniziano i guai per tutti, perche' iniziano sofferenze, uccisioni, ruberie... E questo sta succedendo tra Gabbra e Borana...
Ma.. veramente in tutta l'Afrika, anche se noi "wazungu" e l'Europa in generale vive nel suo bel mondo dorato (insomma... anche questo prima o poi lascera' vedere le sue crepe), tante guerriglie stanno andando avanti da anni... Mi raccontava pochi giorni fa una "ragazza" che e' originaria dell'Uganda ma che ha lavorato nella Repubblica Centroafricana 7-8 anni fa. E' una sorella comboniana... e lei, con la sua comunita' di 5 suore, si sono trovate nel bel mezzo della rivoluzione che i ribelli hanno inscenato per ribaltare il Governo allora al potere. Mi raccontava con le lacrime agli occhi per quante notti, dopo questa terribile esperienza, ha urlato... Ogni giorno bande differenti di ribelli entravano in casa loro e portavano via qualcosa: sedie, tavoli, soldi, la macchina... fino a che non e' rimasto piu' niente e fino a che anche loro sono state obbligate a seguire i ribelli e sono state sequestrate per nove mesi in una capanna in un villaggio dove vivevano solo ribelli. Per fortuna, uno di loro, che da bimbo era stato chierichetto, le prese sotto la sua protezione e si prese cura di loro, portando loro latte e anche giornali.
Quando sono tornate a casa, l'hanno trovata completamente distrutta, mitragliata, senza porte e finestre. Una sola cosa era rimasta intatta: la cappellina. Non aveva toccato nemmeno un libro, nemmeno una candela.
E quante persone sono state uccise solo perche' si trovavano li' e in modi cosi' brutali...
Il suo urlo, quello che si e' ripetuto per tante notti, e' l'urlo di tutte le vittime dimenticate, di tutte quelle persone che nel loro cammino non hanno trovato Buoni protettori tra la marmaglia di guerriglieri arrivati li' solo per rubare e stuprare, di tutte le mamme che messo al mondo un bimbo frutto di una violenza, di tutte le persone che hanno paura ad andare al pozzo per prendere l'acqua perche' gia' tanti pastori sono stati assaliti... Di tutti coloro che credono nell'Amore ma quello che vivono e' una Violenza piu' grande di loro.